L’utero è mio e me lo gestisco io

di Elisa Manici (da La Falla)

Angela Balzano è una ricercatrice – precaria, ci tiene a sottolinearlo – dell’Università di Bologna che si occupa di biopolitica, nuove tecnologie e bioetica. Tra i suoi ultimi lavori, la traduzione e la curatela del testo Biolavoro globale. Corpi e nuova manodopera, delle sociologhe australiane Melinda Cooper e Catherine Waldby, entrambe di formazione marxista-femminista, e Sessualità e riproduzione. Due generazioni in dialogo su diritti, corpi e medicina, scritto a quattro mani con Carlo Flamigni, il più famoso pioniere italiano nel campo della procreazione assistita.

Il vostro libro parla di riproduzione declinandola in due aspetti fondamentali: il diritto a non riprodursi, e quello a farlo. Qual è la posizione sulla Gpa che tu e Flamigni esplicitate?

Il nostro è un dialogo, abbiamo due punti di vista diversi, e credo che rappresentino anche i due poli intorno a cui ruota il livello normativo in Europa. Entrambi concordiamo sul fatto che non si può parlare di maternità sostitutiva senza considerare la questione della fecondazione assistita nel suo insieme. La direttiva europea 2006/17/CE stabilisce che è illecito il commercio di parti del corpo, tessuti e cellule comprese, ma non stabilisce i livelli di rimborso per il mancato guadagno e per le spese mediche sostenute per la messa a disposizione dei gameti. Ogni stato membro decide come regolarsi con i rimborsi, così abbiamo la Spagna, che ne ha fatto un vero business, garantendo alle donatrici un rimborso adeguato, la Romania, dove un ovocita viene pagato un quinto, e l’Italia, dove la direttiva obbliga alla gratuità del dono.

Le normative proibitive causano il fenomeno definito turismo riproduttivo o della fertilità. La garanzia dell’esercizio dei diritti riproduttivi è, così, legata al reddito e alla classe, al potersi permettere una mobilità. Inoltre, nella maggior parte dei casi, chi si reca all’estero ignora quali catene di sfruttamento alimenta. Flamigni insiste per queste ragioni sul dono del grembo. Io aggiungo che le donne che decidono di portare avanti una MS in piena autodeterminazione, all’interno di un sistema capitalistico, mettono in atto un meccanismo di soggettivazione biopolitica, come lo definiscono Cooper e Waldby. Foucault aveva già descritto, in Nascita della biopolitica, il processo in base al quale il capitale diventa oggi la vita, il corpo, e ognuno di noi diventa imprenditore di se stesso. Quando diciamo biopotere intendiamo “tutta la vita messa a valore”. Allora, o si denuncia complessivamente il fatto che nel capitalismo tutta la nostra vita è messa a produzione, oppure lo scandalo “maternità sostitutiva” non regge. Per quanto mi riguarda l’unica via di fuga è la rimessa in discussione dei rapporti di forza sul lavoro e nella vita privata, perché la riproduzione è una questione assolutamente nell’intermezzo tra spazio pubblico e privato. Quindi o “tutta la vita deve cambiare”, oppure l’approccio dell’accanimento sulla nuova tecnologia non porta da nessuna parte.

Il racconto dei media, e di molte femministe, vede la coppia di  gay occidentali andare a sfruttare impunemente le donne indiane o ucraine.

In India e in Ucraina le coppie omosessuali non hanno accesso alla MS, quindi il legame tra il gay ricco e la “povera indiana-ucraina” salta, non esiste, e chi lo dice mente, almeno fin quando non cambieranno la legge in questi Paesi. Le coppie omosessuali occidentali vanno per lo più negli Stati Uniti, dove lo scenario cambia completamente.

Sulle “famose” donne indiane: Cooper e Waldby riportano una serie di interviste in cui queste donne spiegano di avere una grande consapevolezza rispetto al percorso lavorativo scelto, e rivendicano il fatto che quel denaro permette loro di emanciparsi. Nelle interviste dichiarano di non trovare lati negativi peggiori nel lavoro riproduttivo, rispetto agli impieghi precedenti: erano mal pagate, lavoravano troppo ed erano sfruttate anche quando facevano le sarte. Questo è il primo dato che bisognerebbe ricordare a chi crede che sia uno scandalo mettere a valore il proprio corpo nella MS, perché anche in altre forme di lavoro precario ci sono in gioco corpi e rischi biologici privatizzati, cioè che ricadono solo sulle spalle della lavoratrice, perché il welfare è già stato smantellato.

Le femministe istituzionali si sono riunite a Parigi per chiedere l’abolizione universale della MS.

Vogliono restringere i parametri della direttiva 2006/17/CE in merito a rimborsi e indennizzi, se non addirittura imporre il divieto di MS a livello europeo. Voglio sperare non riescano nell’intento, anche se devo ammettere che trovano alleati insoliti, al loro fianco infatti c’è il Ppe, il partito che aveva fatto bocciare la risoluzione Estrela. Le femministe istituzionali si alleano con i teo-con. Ne è prova il fatto che alla fine del 2015, dopo l’incontro di Parigi, l’Europarlamento ha votato la relazione a firma Cristian Dan Preda, in cui la posizione contro la MS è maggioritaria.

Che alcune tra le femministe abbiano dimenticato quanto è pericoloso imporre la propria morale ad altri nell’ambito della sessualità è cosa triste. Non può esserci un divieto di MS, sostenuto in nome della naturalità della riproduzione, altrimenti poi ci troviamo in difficoltà quando vogliamo attaccare i problemi causati dall’art. 9 della 194 (quello sull’obiezione di coscienza, nda). Cioè: o c’è l’autodeterminazione riproduttiva, o non c’è, non possiamo invocarla solo quando ci fa comodo. La maternità non può essere un bene in sé da conservare immobile nel tempo, perché questa è la stessa strategia dei pro-life.

Come mai, secondo te, una parte del femminismo è così accanita contro la MS?

C’è un elemento di omofobia che la accomuna ai marxisti ortodossi e agli integralisti cattolici: una paura diffusa che la coppia gay possa esautorare il potere generativo della donna, come se fosse in atto una specie di furto.

Se pensi che è un femminismo essenzialista, diventa chiaro che lo scandalizza il fatto di perdere la sua norma interna di riferimento. Ha voluto per forza cercare nel sesso il luogo di una differente potenza femminile, e nel momento in cui la scienza sconvolge quel luogo, lo diluisce, quel femminismo non ha molta ragione d’essere. Forse è di questo che hanno paura, non della MS. E se la nostra differenza non stesse tutta chiusa tra l’utero e la vagina?

Quale sarebbe per te una soluzione possibile?

Io sono a favore di un cambiamento normativo che faccia cadere l’obbligo di donazione e introduca il giusto compenso, ma in modo uniforme a livello europeo, in modo che non ci siano più livelli di sfruttamento diversi a seconda del Paese, senza naturalmente incentivi indebiti o costrizioni.

Non mi va di far passare le mie argomentazioni come stampella per un discorso neoliberale, ma per me il nodo fondamentale è non sminuire l’autodeterminazione, nonostante i lati oscuri e le contraddizioni di questo nuovo mercato. Come dice Stefano Rodotà, ci vuole un diritto “leggero”. Legge, morale e scienza non risolvono da sole questioni come queste.  Bisogna creare nuovi spazi etico-politici, muoversi sul piano dei desideri soggettivi, diffondere differenti visioni delle relazioni affettive e amorose, non più legate alla riproduzione della famiglia bianca ed eteronormata.

pubblicato sul numero 13 de La Falla – marzo 2016

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