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Caponata pirata, una questione generazionale

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di Inchiostro

Parlando di cucina, tengo a dire che prenderò tutti i nostri sogni e li cucinerò in un piatto unico. In una padella con un pizzico d’olio, pepe bianco quanto basta, accompagnati da un soffritto leggero di cipolle rosse e carote. Serviti, poi, in piatti ampi e rettangolari, accompagnati da un vino rosso scuro e invecchiato quanto basta. La bottiglia giusta per il momento giusto, presente?

Parlando di voci e generazioni credo che, prima di dare voce a una generazione, sia necessario dare alla voce la giusta generazione. C’è sempre qualcuno che parla per noi, senza capirci nulla, e noi lo lasciamo anche fare. E, quando parlano di giovani, mi chiedo sempre di quali parlino in realtà: di quelli “x” o dell’ibrido dei nati post-muro o dei millennials nudi e puri? Quando parlano di disagio, mi chiedo perché lo generalizzino al punto da non riuscire nemmeno ad individuarlo, o perché si concentrino così tanto sugli effetti e mai sulle cause. E poi, fateci caso, la questione dei giovani, trattata dagli adulti, è sempre stata ridotta al lavoro, alle troppe droghe, ai videogiochi violenti e al progressivo disgregamento dei valori. Lo stesso modello applicato a tutti, decade dopo decade. E, alla fine, si riduce tutto a te che sei ancora troppo immaturo ma, tranquilli, tutti si cresce e si mette la testa a posto. E in sostanza la voce di una generazione non è nulla, se non quella che altri decidono sia appropriata. Poi noi non parliamo mai e questo gioca a nostro sfavore.

Dovremmo smetterla di farci andare bene ciò che altri dicono per noi. Dovremmo smetterla di mangiare cibi precotti, o di mangiare al ristorante, e cucinarci quello che davvero abbiamo voglia di mangiare. E, se non siamo in grado di cucinare, dovremmo imparare. Anche perché fa bene allo spirito.

Come ho detto, prenderò tutti i nostri sogni e li preparerò tutti insieme. Un piatto unico illegale, una commistione di sapori indescrivibile, un affronto al silenzio. Una caponata pirata.

Pirata perché non alzerò la mano, né aspetterò che mi venga data la parola, prima di iniziare a parlare. Caponata perché fa rima con pirata e perché non è necessario che tutto abbia sempre senso, che ogni simbolo abbia un significato. Questa cosa noi la sappiamo da sempre, è chi parla al posto nostro che non la vuole ammettere.

Forse, alla fine, noi stessi siamo una gigantesca caponata pirata e cercano a tutti i costi di darci un senso, un ruolo, una direzione e un significato. Non accettano questo caotico disordine di chi non ha capito ancora quale ruolo svolgere nel mondo, questa inaccettabile felicità di godere di cose effimere in mezzo a lavori del cazzo, nessuna prospettiva e amori già sfanculati prima di cominciare. Vorrebbero che crescessimo come loro e non considerano che il mondo di oggi non è lo stesso di quando loro stavano diventando grandi. E che il loro modello non può essere il nostro, così come le credenze, le idee, i gusti e i sogni.

Per questo cucino questo piatto, mentre sorseggio vino versato dalla bottiglia giusta: sono stanco di mangiare portate che non mi piacciono, preparate da chi cucina in un modo che non condivido. Io voglio più sapore, più profumo, la convinzione maledetta d’aver bruciato tutto e scoprire, poi, che invece è venuto una bomba. E sentire il cuore scaldarsi, la testa cullarsi al ritmo del buon vino e percepire il futuro come qualcosa che accadrà comunque, ma senza doverne avere paura. Perché a fare paura sono le cose che altri preparano per te, non quello che tu scegli di avere.

Prenderò tutti i nostri sogni e ne farò una caponata pirata. Giuro, promesso.

Inevitabilmente dedicato.

[Nada Surf “Jules and Jim”]

 

—>>>Potete trovare i post di Inchiostro nella categoria L’InchiostratoQUI la sua biografia.

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