L’amore ai tempi degli operai spiaccicati dai camion

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di Inchiostro

Immagino distese di mare infinite, blu a perdita d’occhio, sole di taglio che sviene sopra l’orizzonte. Vele che scricchiolano sotto la pressione del vento, schizzi bianchi davanti all’avanzare della prora. Sul cassero, fiero e indomito, vedo Laurencillo De Graaf, creolo dagli occhi azzurri, scrutare là in fondo, nel luogo dove i sogni e le speranze combaciano con la fine del mondo.
Mort Dieu! il suo urlo francese dobbiamo essere all’orizzonte prima che il sole tramonti!
E vedo la nave, percepisco il rumore incerto del legno dello scafo, sento il mare tutto intorno, la vastità del vuoto che viene attraversata non per dovere, non per obbligo, ma per credo, per desiderio, per amore. Quell’amore antico, quel sentimento distruttivo che ti spinge oltre l’accettazione, che ti porta al rifiuto, che ti sprona a costruire – perlomeno provarci – qualcosa di nuovo, di mai visto, di mai esistito.

E’ questo il punto e nessun altro: chi crede che non sia un atto d’amore non ha capito niente.

Vedo Quico Sabaté, il suo mortaio spara-volantini anti franchisti, che gira in taxi per Barcellona e, dal tettuccio aperto, lancia nella città la sua aperta e cartacea contestazione al regime. Vedo Alexandre Marius Jacob, che non voleva essere né sfruttato né sfruttatore e così divenne ladro e, dopo qualche tempo, divenne Lupin per mano d’un romanziere che tacque la vera scelta di quel rubare, che forse era un riappropriarsi. Vedo Viktor Serge Kibalcic, cui viene imposto il silenzio dalla corte di Francia, durante la sua arringa di difesa in un processo ingiusto, sento il suo credete forse, voi, di essere incolpevoli di tutto ciò? Vedo Clement Duval, il suo non mi ingannate più e, in cuor mio, non vi perdono, che evade dalla Guiana Francese.

Cos’è l’amore, se non un cosa per la quale rischi di morire?

Vedo la Val Di Susa, vedo tutte le persone incarcerate ingiustamente e che passano sotto silenzio solo perché tutto ciò accade nel nostro tempo e, maledetti noi, siamo abituati a pensare che non possano essere straordinarie le cose del nostro tempo, che accadono quando noi siamo vivi. Vedo Kobane, vedo persone che lottano concretamente per un qualcosa di migliore e muoiono ammazzati senza che nessuno si fermi trenta secondi a pensare che, fosse un fatto del 1885, tutti magari ne avrebbero un poster in camera o, quantomeno, ne parlerebbero come un atto di eroismo. Vedo il Chiapas dove, finita l’ondata romantico-commerciale del subcomandantecomunque le persone continuano a lottare, sputare, morire, rischiare, sanguinare e stanno compiendo un vero miracolo della contemporaneità, ovviamente sotto silenzio.

L’amore, l’amore, l’amore. Si fotta questo amore.

Vedo un uomo di cinquantatré anni unirsi ad una protesta pur non avendone bisogno. Lo vedo farlo in solidarietà di tutti i suoi colleghi senza il suo stesso privilegio che, banalmente, è solamente un contratto di lavoro regolare. Vedo un camion passare sopra il suo corpo, cancellando la sua esistenza. Vedo una ruota nera punirlo per il suo altruismo, sanzionare la sua generosità.
E vedo tanto silenzio tutto intorno, come se fosse normale morire ammazzati come cani, spiaccicati come merde per il semplice fatto d’avere voluto dire di no.

E mi torna alla mente una scritta su un muro di Genova, in via delle Fontane, che dice ognuno di noi deve dare qualcosa, per fare in modo che alcuni di noi non siano costretti a dare tutto.

E ripenso a quel guascone d’un creolo di Laurencillo, sul cassero, che scruta l’orizzonte con l’intento di raggiungerlo.

Se non avete capito cosa sia un gesto d’amore, non avete capito niente.

—>>>Potete trovare i post di Inchiostro nella categoria L’InchiostratoQUI la sua biografia.

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