L’intrattenimento e il cinismo contro Tiziana

Cara Eretica,

Ti scrivo perché le molte, sconsiderate, parole spese su Tiziana Cantone o, come il buoncostume d’occasione giornalistico richiede, T., hanno preferito indugiare sui caratteri morbosi o sentimentali della vicenda, trascurandone la vera umanità, preferendo decontestualizzarla dalla cornice più ampia nella quale si inserisce.

La verità è che dei colpevoli ci interessa solo quando ci sono o quando possiamo immaginarli.

La roulette sul ‘morto del giorno’ ci ha precipitato in ragionamenti che non avremmo voluto fare e che ci portano, per fuggire l’horror vacui, ad identificare il ‘colpevole’ in quella pagine Facebook, talvolta difese in nome di un’astratta libertà di dire tutto che – a torto- pare essere l’ultimo baluardo contro il crollo dell’Occidente, tal altra accusate di essere concausa del declino dei ‘nostri’ valori morali oppure a vedere il colpevole ovunque, nel prossimo come in noi stessi, ma senza un’acuta riflessione, in modo dimesso e imbarazzato, come in un qualunque articolo di Gramellini.

Lo stupro della ragazzina in Calabria era facile, c’erano colpevoli di vario livello e li vedevamo in bella mostra: chi dà le spalle alle vittime coccola i carnefici e questi da bestie si trasformano in alfieri di mores maiorum inventati al momento in nome di un presuntuoso ‘dovere alla decenza’.

Qui, in un suicidio, non troviamo spalle voltate, solo l’inestinguibile vuoto di dover piangere quella che avevamo scelto di definire ‘una puttana’, come fossimo in una canzone di De André.

Ed il conformismo non ci spinga a moderare i toni, tutti un po’ sapevamo, della parodia della lussuria di una ragazza come tante, divertita nel parodiare quello che è a sua volta un cliché.

E allora perché ci imbarazziamo? Perché tutti coloro che almeno una volta hanno scritto o visto scritto ‘bravoh’, ridendo dell’umanità di una qualunque ora tacciono?

Perché siamo immersi ancora in una società della vergogna: la società della colpa è à la carte, ci serve per avere l’anima serena, è ormai un cavillo legale, qualcosa da prima serata. Casalinghe ansiose di scoprire se verrà ritrovata la pensionata scomparsa in una distante provincia, i pomeriggi piagnoni della televisione, l’insostenibile paura dei mostri, degli stupratori, delle morti accidentali, quell’insostenibile grevità degli orrori quotidiani lenita da un intrattenimento sempre disponibile, sempre accessibile, facilmente, senza implicazioni morali.

Allora festeggiamo Chi l’ha Visto che ritrova quello che si era smarrito, godiamo della sentenza che mette dietro le sbarre lo stalker che ha ucciso la ex, il proletariato ha il suo momento di gloria da RaiUno se i vertici TyssenKrupp finiscono in galera.

Qui però non c’è nessuna caccia alle streghe, c’è una donna morta per un pompino: per essere stata inghiottita dall’intrattenimento.

Per essere stata troppo umana in quello che umano non dovrebbe essere: la pornografia è annientamento, è sentirsi stupidi eppur voler continuare ad esserlo, è dipendenza, come lo è la cronaca nera in televisione, è intrattenimento, è l’Intrattenimento.

Tuttavia, per quanti siano i secoli passati dalla realtà descritta da Dodds, ci troviamo ancora in una società della vergogna, ma una vergogna più perversa perché lo scrutinio pubblico del privato può arrivare da un momento all’altro, senza che uno se lo aspetti, una vergogna che non presuppone un lato positivo, senza timè, con la mera passiva accettazione che l’epiteto di ‘puttana’ può insinuarsi negli antri più intimi della vita scomponendola ed esponendola al superficiale, pubblico ludibrio.

Viviamo di intrattenimento e di ipocrisie, in una società dell’intrattenimento dove chiunque, dietro ai tasti di un computer può essere qualunque cosa.

E nell’intrattenimento si è qualunque cosa, come in un film: ma pirandellianamente chi è nell’intrattenimento non deve agire consapevole di esserci, perché pensandosi addosso finisce per non essere il sé che il suo spazio all’interno del reticolo di connessioni gli consente.

Così il voler parodiare l’elemento chiave dell’intrattenimento nascosto (la pornografia insomma) cioè quell’impersonalità forzata da frasi iperboliche e scabrose, ha reso quella ragazza un elemento comico.

Non siamo riusciti ad andare oltre a quest’avvertimento del contrario, non abbiamo percepito quel sentimento del contrario necessario per vedere oltre il nostro edonismo momentaneo che nasce e si esaurisce in una risata.

La nostra società della vergogna e dell’intrattenimento non ci consente l’autenticità perché vuole l’immediatezza, non consente l’umorismo perché esige il sarcasmo.

Altre ‘tragedie del giorno’, purtroppo, arriveranno e dimenticheremo presto i recenti stupri e la triste sorte di T., sostituiti da altre violenze e altri abusi: perché questo è l’intrattenimento, il nostro stesso modo di informare è pornografico, nella scelta dei temi, nella scansione delle indignazioni.

Ci siamo sentiti liberi di mettere alla gogna una ragazza perché si è permessa di sfuggire alla mercificazione che l’Intrattenimento esige: parodiando lo stereotipo che ci saremmo immaginati ha restituito un’autenticità che non è consentita alle donne cristallizzate in strumenti del piacere, la sua goffaggine ci ha resi cinici.

Un sentito ringraziamento per il tuo contributo nell’evidenziare tutte le problematicità e complicità di casi come questo,

Filippo

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Comments

  1. L’ha ribloggato su Racconti di Marina.

  2. Questo ragionamento non mi convince, anche se indica un sostrato colto del suo autore. Spia di qualcosa che non va è nella frase: “Per essere stata troppo umana in quello che umano non dovrebbe essere: la pornografia è annientamento, è sentirsi stupidi eppur voler continuare ad esserlo, è dipendenza, come lo è la cronaca nera in televisione, è intrattenimento, è l’Intrattenimento.”, una definizione della pornografia che non mi trova concorde, anche se naturalmente è chiaro come sia l’ingrediente fondamentale di quasi tutto l’Intrattenimento umano di cui si sta parlando.La pornografia non è annientamento (e men che mai dipendenza o sentirsi stupidi) ma naturali domanda e risposta all’impulso sessuale, in seguito commercializzate. Chi agisce nella pornografia lo fa con consapevolezza molto “umana” e quindi non credo che la vicenda di T. si imperni intorno alla sua umanizzazione della pornografia, bensì proprio intorno alla mancanza di consapevolezza umana nell’uso della pornografia. Mi spiego: T. non credo pensasse di fare pornografia, nel senso commerciale del termine, e inoltre si fidava di chi la riprendeva, immaginando che tutto sarebbe rimasto in una cerchia ristretta. Per dirla con parole poverissime, molte e molti agiscono – nella vita reale e virtuale – con totale incoscienza, preesistente e indipendente dalla tecnologia; e questo vale sia per la vittima che per il carnefice. Abbiamo un bel dire che certe cose non dovrebbero accadere: è sacrosantemente vero, però accadono. Se permetti a qualcuno di entrare nel tuo privato (dal farsi filmare mentre fai sesso al mostrare il proprio corpo en plein air) devi poi accettare con grande forza d’animo che diventi pubblico e che nel pubblico ci siano menti aperte e menti chiuse, esseri neutrali e mentecatti di parte, indifferenti e apprestatori di roghi. Sarebbe splendido che tutti ricevessero una equilibrata educazione sentimentale, culturale, sessuale; che non esistessero razzismo di genere, ipocrisia inculcata, sessuofobia.
    Ma esistono. E conviene farci i conti. Non perché “te la sei voluta”, ma perché salvarsi la pelle è meglio.
    P. S.
    T., se fosse vissuta solo 15/20 anni fa, e avesse comunque deciso di vivere liberamente le sue scelte, sarebbe stata ugualmente emarginata e perseguitata nel suo mondo, costretta a cambiare città e nome, bollata per sempre. Internet amplifica un po’, ma la merda è già materia prima del mondo.

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