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Alla vittima di stupro di gruppo in Calabria: non sei sola!

Di quante dimostrazioni abbiamo bisogno prima di chiamare le cose con il proprio nome? Accade a Melito, per esempio, in Calabria, ma potrebbe accadere ovunque e in fondo la questione si riduce alle conclusioni di sempre.

  • lei è stata stuprata, minorenne, da più persone.
  • lei se l’è cercata, perché le ragazzine oggi si conciano in modo osceno.
  • i ragazzi sono di buona famiglia e quando si parla di loro si dice che non siano le loro azioni a rovinargli la vita, ma il fatto che ora sia di dominio pubblico e che la ragazza abbia detto quello che le era capitato.

Fino a quando si penserà questo non potremo sconfiggere il fenomeno e non potremo assicurare alle ragazze la possibilità di vivere la sessualità in modo sicuro e consapevole, giammai per costrizione, ma solo perché si tratta di una scelta.

Ci sono storie recenti che parlano di stupri di gruppo con gente di paese che diceva che la colpa era tutta sua, della ragazza. Adolescenti costrette a cambiare città, scuola, amici, tutto. E’ lei che si deve nascondere, mentre i ragazzi stanno in bella vista. Quale sorpresa che alla fiaccolata siano andate solo poche persone e per la maggior parte provenienti da altri posti.

Serve dirlo con decisione: il sesso è consensuale. Se non hai dato il tuo consenso è stupro. Qualunque sia la forma di costrizione, fisica o psicologica, è stupro. E capisco che per i genitori dei ragazzi sia complicato da digerire per capire cosa fare dopo, ma bisogna rimettersi in discussione, tutti quanti, perfino io che penso forse di non aver fatto abbastanza per migliorare la cultura di questo nostro disgraziato Paese.

Queste sono cose che avvengono in Italia, quella di “prima gli italiani”, dove le uniche violenze condannate sono quelle commesse da stranieri, perché noi saremmo superiori. Sì, come no: superiori un cazzo.

Sono cose che avvengono dove c’è gente pronta a banalizzare, chiamando lei “prostituta” e definendo loro soltanto poco furbi. Dalle mie parti un gruppo di ragazzi stuprò una disabile, e poi, quando puntarono il dito contro di loro, dissero che era stata una ragazzata.

La stessa cosa in quel piccolo centro siciliano dove alcuni adolescenti stuprarono e uccisero una ragazzina, e lì per fortuna ci fu un sindaco e una amministrazione comunale che parlò di responsabilità sociali, delle istituzioni, della scuola, di tutti, senza tirarsi indietro quando c’era da realizzare iniziative sapendo che forse si sarebbe potuto evitare se solo si fosse fatta una campagna contro la cultura dello stupro.

Mi ricordo poi del famoso processo per stupro, molti anni fa, con le donne, le madri, a sgolarsi dicendo che i figli erano innocenti, e che erano le ragazze ad essere puttane. Cos’è cambiato da allora? Cosa è cambiato se continuiamo a vedere intere comunità a non prendere posizione su fatti così gravi? Fatti che non avvengono, come subito diranno alcuni, in situazioni di degrado, come se fossero confinati in determinati ambienti mentre altrove nulla mai di cattivo può accadere alle ragazze. Avviene ovunque, in qualunque circostanza, sempre, e qualunque sia il ceto delle persone coinvolte si assiste sempre alla stessa pantomima: lei è la zoccola e quegli altri sono delle vittime della sua zoccolaggine.

Quando l’unica cosa che sai dire a proposito di stupro, è che lei se l’è cercata, chiunque tu sia, senza distinzione di genere, razza, cultura, identità politica, ceto, stai alimentando la cultura dello stupro. Si definisce “cultura” quel che compone una mentalità che non è residuale, non è qualcosa di marginale, ma è così diffusa da permeare ogni aspetto della nostra vita. E’ condizionante per quel che devi indossare, le strade da percorrere, gli orari in cui puoi uscire da sola, il fatto di dover essere sempre diffidente perché non sai mai chi e quando può farti del male. Fa parte della nostra vita, da sempre, perché sei femmina e devi stare attenta a “non provocare” i maschi, devi stare seduta a gambe strette, ben educata, non puoi dare confidenza a nessuno, perfino un sorriso viene interpretato come disponibilità, e non puoi divertirti, lasciarti andare, talvolta bere, perché se anche dovessero stuprarti sarà sempre e soltanto colpa tua.

Lo stupro, semplicemente, è qualcosa che tutte mettiamo in conto, può accadere, e prima che con gli estranei accade soprattutto con persone che conosciamo, che ci sono vicine, sia ben chiaro. Può avvenire di essere prevaricate anche se hai detto no, o di dover fare finta, evitando di interpretare le molestie per evitare che ti lincenzino al lavoro, o smettere di uscire con quelle determinate amiche che ti chiamano zoccola perché sono le prime a dirti, se mai dovesse accaderti qualcosa, che te la sei cercata. Di tutto questo noi parliamo quotidianamente, e lo facciamo raccontando simboli, linguaggi, le storie di ciascun@ di voi, quel che ogni giorno voi stess* mettete in circolo per fare controcultura. Il fatto è, lo dico con molto rammarico, che se dobbiamo perdere tempo a discutere sulle virgole, sul però, se, ma, insomma, la forza che può derivare da ogni parola, ogni iniziativa, viene vanificata.

Dobbiamo sempre precisare che non siamo fanatic*, che non odiamo gli uomini, e che sono gli stessi maschilisti, gli stessi che dicono che lei ha provocato, a considerare gli uomini come esseri privi di capacità di contenere pulsioni irrazionali. Noi li consideriamo meglio di così, nostri pari, alleati, in una battaglia che li riguarda, quando sono obbligati ad assumere una mascolinità machista, violenta, misogina, per farsi riconoscere ed accettare dal branco. La cultura dello stupro non è qualcosa che riguarda un genere in particolare ma ci riguarda tutt* nella misura in cui ciascun@ può alimentarla e diffonderla.

Allora, dopo aver speso milioni di parole contro l’abito scollato della modella, o contro gli shorts della tredicenne, o contro l’attitudine ad essere libere di tante ragazze, abbiamo il dovere di riassumere quello che non funziona in alcune discussioni. Non sono gli shorts, l’abito scollato, la spensieratezza impudica delle ragazze, nel vivere giornate, relazioni, sessualità, a incentivare gli stupri. Non si tratta di questo. Si tratta d’altro. Possiamo cominciare tentando di definire quel che compone l’altro. Per esempio.

Una abbraccio sincero a questa ragazza e alla sua famiglia. Non sei sola, cara, e ti capiamo perfettamente. Non sei sola. Ricordalo.

sas

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Comments

  1. Qualunque forma di forzatura psicologica o fisica, nei confronti di ambo i sessi, andrebbe eliminata.
    E a leggere di questo accaduto, mi duole il cuore che nonostante tutti gli sforzi a cercare di cambiare questi… “stereotipi”, se così si possono chiamare, ancora non vengano cancellati.

    “Dobbiamo sempre precisare che non siamo fanatic*, che non odiamo gli uomini, […]”
    Come uomo, vi ringrazio che non abbiate generalizzato scrivendo cose tipo “tutti gli uomini sono stupratori” o cose del genere. Io mi guardo intorno, e quando vedo gente che ammicca continuamente ad altre ragazze semplicemente viste per strada lo trovo sbagliato. Non siamo tutti così. Non pensiamo tutti “Io quella me la farei” soltanto guardando una ragazza. E non troverei mai delle scuse assurde per uno stupro accertato, non importa da parte di chi, verso chi.

  2. L’ha ribloggato su Il blog del nano Roccoe ha commentato:
    Il Sud Italia se l’è cercata

  3. Tutto il mio biasimo per chiunque giustifica l’accaduto minimizzando o incolpando la vittima. Come sempre condivido ogni parola e, per quel che vale mi accodo all’abbraccio con l’augurio che crescendo questa ragazza possa trovare sulla sua strada persone più umane.

  4. L’ha ribloggato su O capitano! Mio capitano!….

Trackbacks

  1. […] normale. Se viene stuprata una bambina, è una ragazzata. Non c’è mai una presa di posizione in difesa della vittima. C’è sempre una costante […]

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