Cosa fa il Ministero della Salute per chi soffre di disturbi mentali?

Cara Eretica,

ho letto il post della ragazza affetta da disordine della personalità. Racconta molte cose che riguardano anche me ma vorrei dire che la mia esperienza è diversa. Non voglio fare uno spot al buon lavoro della psichiatria e all’efficacia dei farmaci ma io sono stata molto male fino a che non ho avuto la forza di affidarmi ai medici e accettare la terapia. E’ stato difficile perché la malattia mi lasciava pensare di non avere bisogno di nessuno, anzi allontanavo tutti perché mi vergognavo e poi raccontavo a me stessa che andare a curarmi non sarebbe servito a niente. Ho vissuto fasi di brutta depressione, binge eating disorder (disturbi alimentari), agorafobia, autolesionismo e un tentativo di suicidio, e proprio quando pensavo che tanto non avevo nulla più da perdere mi sono affidata e sono stata ricoverata nel reparto psichiatrico di un ospedale assieme a tante altre persone affette da disturbi alimentari e depressione.

Ho ricominciato a poco a poco a vivere, i farmaci che prima rifiutavo, per paura che mi rubassero i pensieri e la memoria, poi mi hanno fatto stare bene. La terapia nel tempo è cambiata fino a trovare il farmaco giusto che faceva al caso mio. I farmaci non hanno gli stessi effetti sulle persone. Io non posso prenderne alcuni, per esempio. E diversamente dalla ragazza che parla di una riduzione dell’ippocampo, la perdita di memoria, e altre difficoltà connesse come effetti collaterali dei farmaci, a me, dopo una fase di assestamento iniziale, invece hanno fatto veramente bene. Ero scettica, perfino terrorizzata perché temevo per gli effetti collaterali, ma quando me li hanno prescritti avevo tentato il suicidio ed era assurdo temere gli effetti collaterali se avevo appena tentato di morire.

Io ho meno sbalzi di umore. Sono più serena, non vivo nell’ansia costante, riesco a uscire e a vivere, anche se poco, e ho capito una cosa che i medici hanno tentato di dirmi più volte: se non sei disposta a farti curare loro non possono fare niente. A meno che tu non sia in pericolo e ti fanno un TSO che è sconsigliabile, almeno per me. Dovevo essere io a tirarmi su, vestirmi, anche in pigiama, e andare a incontrarli. Sono andata agli appuntamenti in pigiama, anche senza doccia, con i capelli sporchi e visibilmente trascurata, ma loro mi dicevano che andava bene tutto, a loro non interessava, purché io uscissi di casa e andassi agli incontri. Ho cannato qualche appuntamento perché non sono riuscita a uscire di casa ma ho continuato le cure eseguendo le indicazioni alla lettera, seppure con tante incertezze e momenti di crollo compensati col cibo.

La mia memoria ha subito un cambiamento, il mio modo di allineare i pensieri è cambiato, ma non perché pensassi meno, soltanto perché i pensieri, invece che affollarsi in modo confuso, cominciavano a trovare un ordine. Non ho perso la mia intelligenza o ironia, non ho perso la mia curiosità o capacità di osservare criticamente alle cose, non sono un’ebete senza reazioni e pulsioni. Le mie emozioni sono ovviamente un po’ sedate ma le provo ancora, e quel che manca lo compenso con la forza che applico nel cominciare ad affrontare pezzi di realtà che prima mi terrorizzavano. L’ansia mi consumava e non riuscivo a presentarmi ad un esame, anche se avevo studiato tanto, non riuscivo a completare un lavoro, anche se sapevo perfettamente cosa fare, e non riuscivo neppure a scrivere una lettera come questa perché non riuscivo a mettere a fuoco quello che mi interessava raccontare, astraendolo dalla grande confusione che avevo in testa.

N0n ho superato la mia malattia; ci convivo. Ho ricadute e sono diventata più paziente e meno intransigente con me stessa. Mi do semplicemente tregua e ho smesso da un pezzo di colpevolizzarmi, ma quello che dice la ragazza è vero. Chi ti sta attorno non capisce. Non mi crede se dico di essere “malata” gravemente. La mia malattia è sfibrante, superare la giornata richiede una forza immane, e la negazione di chi non capisce di certo non aiuta. Non mi aiuta a trovare un posto nel mondo. Per assurdo c’era una sensibilità diversa prima, nel momento in cui qualcuno veniva a conoscenza del fatto che eri stata vittima di psichiatri disumani, subendo torture conseguenti all’ignoranza. Oggi non posso dire di essere vittima di dottori che in realtà mi hanno salvato la vita in più di una occasione e che, chi più e chi meno, sono bravi, competenti, e quel che non sanno lo imparano con umiltà. Questo è quello che per lo meno succede a me e sono certa che altre possono raccontare esperienze diverse. Non generalizzo. Ma non mi piace neppure una descrizione che può diventare un alibi per chi non si rivolgerà ai medici. Il terrorismo sui farmaci, sulla psichiatria, tengono lontane dalle cure tante persone che forse ne beneficerebbero. Hanno tenuto lontana me, per esempio.

I farmaci sono terribili per il fegato, la circolazione sanguigna, di sicuro modificano la chimica e qualcosa nel cervello, ti rendono un po’ più attiva, forse produttiva così come ti vuole una società capitalista, ma pur nella consapevolezza che tutto ciò potrebbe non essere eticamente grandioso penso alla mia vita prima dei farmaci e a quella dopo. Ho vissuto anni di buio terribile e le cure mi hanno permesso di godere di un pizzico di sole. La ragazza ha ragione anche quando chiede riconoscimento istituzionale. A me il medico curante ha detto che con una malattia come la mia potrei provare a chiedere l’invalidità. Non è detto che me la diano ma potrebbe pur essere un inizio, perché è invalidante, tanto quanto altre brutte malattie invalidanti. Non mi permette di fare quello che dovrei, di badare alla casa, di lavorare bene. Oggi, dopo le cure, faccio poco ma molto più di quello che facevo prima, ma ho dovuto cambiare lavoro, accettare un impiego a scarso compenso da una persona che mi ha presa solo perché mi conosce bene e sopporta le mie assenze prolungate e i miei momenti di chiusura. Il mio compagno guadagna di più e non muoio di fame e non rischio di stare in mezzo alla strada, ma il problema resta.

Cosa fa il ministero della salute per quelle come noi? Invece che parlare di fertility day, fregandosene di come stiamo realmente, perché non indaga sulle tante malattie invalidanti e invisibili che ci riguardano? Perché non promuove campagne per rimuovere lo stigma che pesa sulla nostra testa? Perché non ci impedisce di provare vergogna, di sentirci in colpa, perché non assolviamo agli obblighi imposti dalla società? Perché dobbiamo sentirci in colpa perché non facciamo figli entro i trent’anni? Io ne ho 34 e non farò un figlio neppure se mi pagano. Dovrei sentirmi in colpa per questo?

Un abbraccio,

Giordana

Comments

  1. L’ha ribloggato su No allo stigma mentalee ha commentato:
    Ho letto entrambi gli articoli, e sono rimasta colpita da tutti e due: così, condivido entrambe.
    Due lettere così diverse, eppure così simili nel raccontare un disagio non creduto, sminuito, spesso denigrato e stigmatizzato.
    Io stessa scrissi una lettera, questa (https://abbattoimuri.wordpress.com/2016/07/21/lo-stigma-fa-piu-male-della-follia-la-mia-storia/) e non posso che ringraziare ancora Eretica per lo spazio che ci concede.
    Anche io, grazie alle terapie (ed ai medici) giusti, ho trovato un equilibrio, a volte ancora traballante, ma ho comunque ripreso parte delle mie funzionalità, ed ogni giorno le considero un dono.
    Devo dire di aver avuto la fortuna di trovare una dottoressa con spiccate doti umane, oltre che mediche.
    Anche io ero inizialmente spaventata dai farmaci, poi grazie agli stessi (ed alla psicoterapia) ho trovato un equilibrio: riconosco che, purtroppo, non per tutti le cose vanno allo stesso modo, e tanti aspetti nello sfogo di Luna mi hanno inevitabilmente colpita.
    La sua richiesta di umanità è un grido di aiuto che non può restare inascoltato.
    Nel mio piccolo le consiglio di non arrendersi, di non cedere alla dicotomia “psichiatria VS antipsichiatria” (a mio avviso deleteria e priva di senso): cerchiamo di privilegiare il dialogo, la comprensione, la mediazione.
    Io sono stata letteralmente salvata dalla medicina in momenti estremamente difficili.
    Ciò non significa disconoscere che esista ancora una forma di psichiatria arrogante, spesso repressiva: ma per fortuna non è possibile fare un discorso generale e generalizzante.
    Concordo con Giordana sulla scarsa sensibilità legislativa, a sua volta purtroppo specchio del medesimo retroterra socio-culturale dello stigma sociale con il quale, purtroppo, ci troviamo a convivere.
    Un forte abbraccio anche a te Giordana, nella tua storia mi rivedo molto e vedo anche tanta voglia di farcela.
    Combattiamo come possiamo, sia contro lo stigma, sia contro i nostri disturbi: qualche volta zoppichiamo, qualche volta camminiamo, qualche volta riusciamo anche a correre.
    Ma non fermiamoci.
    Alcune ferite non potranno mai rimarginarsi ma, nonostante questo, mi piace pensare che un giorno, finalmente, anche noi troveremo un nostro posto all’interno della società.
    Nel rinnovare un abbraccio a Giordana, concludo con la vecchia, ma mai superata e quanto mai attuale, affermazione di Franco Basaglia: “non esistono persone normali e non, ma donne e uomini con punti di forza e punti di debolezza, ed è compito della società fare in modo che ciascuno possa sentirsi libero, nessuno sentirsi solo”.
    Non ci resta che fare in modo che questo “nostro motto”, un giorno, possa divenire parte della sensibilità sociale che ad oggi spesso manca.

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