Maschilità disinnescata

Lui scrive:

Mi sono chiesto spesso da che parte dello spettro io ricadessi, quale fosse la mia posizionalità all’interno delle questioni di genere. In questo caso, mi chiedo quanto sia adeguata la mia risposta alla chiamata presente, che si rivolge a maschilità altre, fuori dai modelli dominanti.

Comincio dicendo che sono un uomo cisgenere. Sono andato (e vado) a letto con altri uomini, ma i rapporti omoerotici sono più relazionabili al mio personale comportamento sessuale che al mio orientamento. Se devo definirmi, mi dico perfettamente eterosessuale; nel senso che io, come individuo, funziono perfettamente all’interno di un mondo etero-normato/normativo. Sono inoltre piuttosto attraente, successful con le donne (e con gli uomini), e non sono né sono mai stato soggetto a discriminazioni di sorta.

Per un certo periodo ho creduto che questo bastasse a localizzarmi dalla parte delle “sfere dominanti”; poi mi sono ricreduto. Conoscevo altri uomini cis-eterosessuali i quali, pur senza essere vittime di discriminazioni strutturali, calzavano male i panni del maschio. Sfilavano per i corridoi del liceo o nelle strade; erano le teorie dei romanticoni, ripetutamente messi in ombra dagli alpha di turno, i sensibili, gli introversi, gli schivi, gli studiosi, gli sfigati, quelli poco sportivi, e così via. Queste persone – mi sono accorto col tempo, pur essendo eterosessuali e cisgenere, avrebbero ampiamente goduto di un ipotetico sradicamento della normatività di genere. Ma io ero uno di loro?

Una scena rimane viva nella mia memoria come elemento rivelatore delle dinamiche (inter)personali. Una calda sera di settembre di alcuni anni fa, qualche giorno dopo il compleanno della mia ragazza di allora. Andammo in un locale in riva al fiume dove mettevano musica house e – ricordo bene – una cubista ballava sul bancone del locale in minigonna aderente e reggiseno. Noi bevevamo seduti al tavolo. C’era tra noi una coppia di ragazzi gay. Uno guardava la cubista divertito, l’altro sembrava lievemente scocciato, uno sguardo a metà tra il disprezzo e la superiorità altezzosa. Gli altri chiacchieravano, Alice (chiamiamo così la mia ragazza) non se ne curava.

Tra i frequentatori del locale, alcuni ragazzi riprendevano la donna semivestita con il cellulare; un paio cercavano di toccarle il culo, mentre le donne la guardavano perlopiù come una sgualdrina. D’un tratto sentivo il sangue pressarmi il cervello e correvo via. Mi ritrovarono mezz’ora dopo, accanto a un piccolo molo sul fiume, da solo. Dissi che avevo mal di stomaco.

La verità era che non sapevo far fronte al desiderio. Desideravo quella donna, la desideravo esattamente come la presentavano per ragioni pubblicitarie (sospetto che l’alta affluenza fosse dovuta alla sua presenza). Come un oggetto: cosce nude, tette in vista. Pensando riflessivamente, desideravo essere io uno di quelli che cercavano di afferrarle il culo o di riprenderla col cellulare. Invidiavo – immensamente – in quegli uomini sgraziati, in quei ridicoli tamarri semi-alpha, la contiguità di pensiero e desiderio.

Ma io non riuscivo. Non riuscivo a non pensare che quella donna era, appunto, una donna, una persona. Non potevo avvicinarmi senza chiedermi come si sentisse, cosa provasse; mi sembrava evidente che usarla come oggetto di sguardo o di tocco potesse infastidirla. Per un attimo mi illusi di essere un “bravo ragazzo”. Uno di quelli che vuole relazionarsi all’altro, all’altra, come a una soggettività; che vuole essere sicuro che il venire oggettificata piaccia anche a lei. Ma non era così. Appena immaginavo un riconoscimento, un incontro emotivo, un gioco del tipo “ti guardo come una cosa, ma so che tu sai di esser guardata come una cosa e ti piace”, ecco che quella donna smetteva di interessarmi, o mi interessava di meno.

Così tornai a casa con Alice e la sentii vicina. Era una donna, una compagna, mi respirava a fianco. Con lei volevo un incontro; facemmo l’amore. Mi innamorai e continuai a vivere ed esplorare il sesso con lei per alcuni anni. Ma più lo facevo, più – in certo senso – mi odiavo. Ne ho sentite tante di storie. Che uno, certo, prova attrazione per le “tipe fighe” per strada, è naturale, ma poi si innamora davvero e scopre la bellezza del desiderio dell’altra persona come un tutto, una cosa completa, completante. Cazzate.

Il mio desiderio profondo restava quello – resta quello. Ho giocato a vari ruoli, varie volte, con molte persone. Ho fatto sesso per amore, per divertimento, sesso dolce e appassionato, sesso violento, BDSM. E non è che siano poi male. Ma i più intensi rapporti di intimità fisica ed emotiva, le più grandi intese e complicità interpersonali, rimangono infinitamente inferiori al desiderio del culo della biondina che ieri sera attraversava la strada in shorts.

Un giorno capii cosa mi poneva davvero sul versante degli individui dominanti. Non sono soltanto cisgenere o eterosessuale. Sono un uomo cisgenere ed eterosessuale il cui ideale è la ragazza sciocca, sciacquetta ed eteronormata. Non solo il sistema attuale mi tollera e mi tutela: è proprio dal sistema attuale, dalle forme della discriminazione, che il mio desiderio emerge, ha vita. E in esso si reimmerge.

Per varie ragioni mi sono trovato a occuparmi di questioni di genere e il divario tra pensiero e desiderio è cresciuto. Vorrei dirlo una volta per tutte. Non è vero che un’ipotetica emancipazione gioverà a tutti. Un’ipotetica emancipazione danneggerà le persone come me, che avrebbero tutto di guadagnato in termini di godimento e piacere se fossero mantenute e rafforzate nei propri ruoli oppressivi. Il punto rimane, tuttavia, che non è il desiderio individuale a essere rilevante.

Una mia amica una volta ha scritto parole intelligenti sul consenso sessuale. Smettiamola – chiedeva – di dire che il sesso consensuale è bello. A volte è bello, ma spesso no. Spesso l’accertamento della consensualità è una cosa goffa, imbarazzante, ammazza l’eccitazione. Il punto è che è irrilevante se sia bello o no: il consenso è necessario. La bellezza e il piacere dell’atto sessuale vanno sempre messi in secondo piano di fronte al rispetto della soggettività dell’altro. E aveva ragione. In un ipotetico mondo emancipato dal sessismo, dal binarismo e dall’eteronormatività, è probabile che quelli come me vivanno peggio. Ma affinché tutti siano riconosciuti come soggetti autonomi e si viva collettivamente meglio, è necessario che coloro che si trovano a godere di un sistema oppressivo vengano almeno parzialmente danneggiati e privati delle libertà concesse alle loro forme di desiderio.

Parlo quindi da soggetto potenzialmente dominante e riconosco che è necessaria la lotta contro quelli come me – o almeno contro le nostre forme di vita e i nostri immaginari di desiderio. Non possiamo più limitarci a dire: certo, io ho un gusto un po’ sessista, però non discrimino le donne. Questa giustificazione, che io ho ripetuto a me stesso varie volte, suona molto come: “ho molte amiche donne”. Quello che possiamo e dobbiamo fare è operare una pratica radicale di auto-repressione castrativa. Radicare a fondo la scissione (anche in maniera violenta e dolorosa) tra quella razionalità che ci indica come fine comune la libertà e l’autodeterminazione di ogni individuo e quel desiderio individuale che invece ci porterebbe a mantenere inalterato lo status quo. È risibile pensare che ci piacerà quel mondo. Eppure, non è richiesto che ci piaccia: il metro di giudizio delle pratiche che articoliamo collettivamente e individualmente non deve essere il nostro piacere. 

E temo che per me, per alcuni di noi, questo contrasto tra razionalità e desiderio resterà insanabile. Ma se vogliamo agire secondo giustizia, si deve riconoscere che l’insanabilità della lacerazione non comporta un problema in sé: non è affatto detto che tutto debba essere ricucibile. Ciò che possiamo fare è collaborare attivamente al nostro proprio disinnesco, instaurando il controllo di una sorta di super-ego – non più allineato a una dominante, bensì eticamente consapevole di un modello di giustizia sociale inclusivo e diversificato – che sottoponga a esamine e disciplinamento continui gli impulsi inconsci e semicosci. Perché quegli impulsi, per attraenti che siano, celano il volto dell’oppressione.

E davvero, non ho altro da dire.

Comments

  1. wow.

    ” Non solo il sistema attuale mi tollera e mi tutela: è proprio dal sistema attuale, dalle forme della discriminazione, che il mio desiderio emerge, ha vita. E in esso si reimmerge.”

  2. È un discorso che vale anche per chi pratica e vive il BDSM. Non ho capito se l’autore del testo ha capito come tradurre in pratica questa riflessione.

    • Ciao, sono l’autore del testo. Il passo esposto non è frutto di riflessione, ma resoconto di pratiche che da un po’ di tempo opero su me stesso. Come ho detto nell’articolo, non partecipo alla scena BDSM (che pure conosco da vicino) proprio perché i miei interessi cadono al di fuori di questo ambito.
      Alcuni hanno pensato che il mio testo invitasse all’autocontrollo. Per essere più chiaro, ciò di cui parlavo è invece una pratica di autorepressione, ovvero distruzione co-operata. Non mi limito a non tradurre in atto il desiderio, bensì cerco di estirparlo – anche violentemente – alla radice.
      “Tradurre in pratica”, nel mio caso, non significa dunque evitare di compiere azioni sessiste, ma contrastare attivamente gli stessi impulsi, pensieri o desideri che stanno alla base di quelle azioni potenziali.

      • Grazie per la condivisione. Avevo il sospetto che fosse “una pratica” oltre che una riflessione! Pensa che io, dalle mie elucubrazioni, sono giunta a propositi completamente opposti! Io metto in scena tutti i miei desideri senza censure, soprassedendo, almeno momentaneamente, sulle ragioni sociali ed individuali dei miei gusti. Io accetto i miei gusti e quelli degli altri. Diverso è per i comportamenti, che evidentemente devono essere sempre corretti. Funziona il tuo lavoro di distruzione? Deve essere difficile arrivare alla radice! Sicuramente hai scelto una via difficile.

  3. Ciao a tutt*. Apprezzo moltissimo la profondità di analisi, ma mi sembra un discorso un po’ forzato. Credo che dovremmo smettere di raffigurarci un mondo ideale, viviamo in questo unico mondo in divenire che ci responsabilizza tutt* a giocare la nostra parte.
    Tu che scrivi hai tutte le possibilità per provare piacere senza prevaricare la volontà altrui. Desiderare la “sciacquetta eteronormata” non è un peccato contro cui attivare un super-ego castrativo, è la tua prefenza personale, che può trovare benissimo corrispondenza nel desiderio di altre persone.
    Da quanto scrivi traspare un po’ una mentalità da “martirio per la salvezza dell’umanità” che probabilmente tu stesso non condividi…
    Faccio un esempio: anche il BDSM probabilmente non sarebbe nato in una società senza disuguaglianze di potere, ma non si chiede agli individui di non desiderare queste pratiche, anzi viverle è per molt* il modo di riappropriarsene in modo consensuale e autodeterminato.
    Non amo le utopie che vogliono la repressione e la castrazione di qualcuno per liberare altri, preferisco pensare alla libertà e alla responsabilità di tutt*, poi è chiaro che confrontarsi con l’altro può comportare anche fatica e non solo piacere.
    Scusate se mi sono dilungato.

    • Sottoscrivo ogni tua parola e sono sinceramente contenta delle tue obiezioni.
      Assistiamo qui ad una colpevolizzazione del desiderio stesso, della parte di sana istintualità che è alla base di quel desiderio, quando piuttosto sono le azioni conseguenti a dover essere controllate.

      • Sono sempre io (l’autore del testo).
        Vi ringrazio per le obiezioni, che sono ovviamente sensate. Io stesso ero di un’opinione simile fino a qualche mese fa.
        Alahambra1 sostiene che io proponga una “colpevolizzazione del desiderio”. In parte ha ragione, anche se non userei il termine “colpevolizzazione”. Non amo ragionare in termini di “colpa” né intendo la repressione del desiderio come una pratica punitiva. Piuttosto, come una serie di azioni efficaci e in certa misura inevitabili.
        Nel commento leggo inoltre che sarebbero le “azioni conseguenti a dover essere controllate”. Il punto è che non è sufficiente combattere gli effetti di una struttura mantenendone intatti gli elementi di infrastruttura psichica, i quali si articolano nelle forme di vita e dei desideri degli individui.
        Credo sussista un’analogia con certe ideologie politico-economiche. Sarebbe facile combattere contro la proprietà privata solo sul terreno dell’azione pubblica; ma, parafrasando Marx, la proprietà privata esiste già “nel cuore dell’individuo” quando pensa cose come “casa mia”, oppure “mia moglie/mio marito”.
        Chiaramente non auspico l’instaurazione di un regime che reprima i desideri dall’alto; eppure ritengo che, se vogliamo muoverci verso una reale sovversione delle strutture di genere, sia necessario lo smantellamento totale degli immaginari e delle categorie di rappresentazione e desiderio dominanti, (ri)prodotte e veicolate nell’inconscio – o nel semiconscio – del nostro intimo.
        Ed è proprio per evitare un’azione coercitiva dall’alto che sostengo una pratica di auto-repressione o, come ho detto altrove, una distruzione co-operata.

        • Ma perché invece di distruggerli, non viverli nella consapevolezza della loro soggettività, gettando quella maschera normativa che impone o vieta i desideri? I desideri non esprimono potere oppressivo, nel momento in cui non si definisce per norma cosa altri devono desiderare.
          E’ proprio tramite il piacere consapevolmente vissuto che riesco a intravvedere una liberazione, non attraverso un doloroso percorso che ti imprigiona nella categoria di oppressore.

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