Corpi olimpici. C’est ça

cagnottodallape

di Beatrice Montorfano

Arrivo in ritardo, dopo aver lasciato decantare per giorni l’amarezza per il quarto posto delle ginnaste azzurre della ritmica e l’adrenalina ancora a mille per le prodezze di panteroni e zar dell’Italvolley, scoperti con colpevole ritardo, lo ammetto, grazie alle telecronache indimenticabili del vincitore morale delle ultime olimpiadi, Andrea Lucchetta[1]. Torno a Rio per qualche riga che avevo lasciato a metà e che decido di concludere oggi, nei giorni dell’epicfail del Fertility Day promosso dal Ministero della Salute e investito da critiche più che legittime

1. sulla fattibilità di una gravidanza nel mondo precario e impoverito in cui viviamo, soprattutto come giovani in età da sposalizio[2]

2. sull’autoritarismo patriarcale ben radicato nella tendenza a consigliare a una donna cosa fare del proprio corpo. Perché proprio i corpi, e la loro normazione, sono stati grandi protagonisti di alcune sbandate clamorose della stampa italiana nelle settimane olimpiche: basti pensare al caso, ancora fresco di polemica, del «team delle cicciottelle», costato il posto al direttore del QS Quotidiano Sportivo Giuseppe Tassi.

Di fronte al bodyshaming, agli articoli acchiappaclic dei siti che si vorrebbero specializzati in sport, alla concentrazione sulle chiappe di una o l’addome dell’altro, quello che colpisce maggiormente, forse, è la pochezza. La banalità. Davvero abbiamo bisogno di misurare il sedere di un’atleta che, a quanto pare, sembra «fatto con il compasso»[3], dopo che ci ha regalato una medaglia d’argento mostrandoci cosa si può fare con una spada, una mano libera, un campionario di assalti, colpi, stoccate? Che bisogno c’è di intrappolare in un modello sempre uguale a se stesso la ricchezza di emozioni che un grande evento come quello olimpico, con le sue magagne e le sue ambiguità ormai smascherate[4], continua, almeno, a regalarci?

E non serve nemmeno di ricorrere al piano intellettuale, psicologico e comportamentale dell’atleta per riconoscere la sua grandezza al di là di stereotipi che annullano la performance sportiva a misurazione dell’appetibilità mainstream dell’aspetto fisico, e ne appiattiscono il significato.

Lo sport è fatto di corpi e gli sportivi non usano le parole per mostrare il loro impegno, la costanza, le tenacia di anni di allenamento. Hanno dei corpi magnifici con i quali esprimono tutto questo: corpi che si muovono oltre i confini di quello che sembra immaginabile da questa parte del teleschermo, corpi che volano, che si torcono, che rimangono sospesi, corpi, soprattutto, tutti diversi. E non sono le chiappe sode, o i muscoli da copertina; è qualcosa di molto più interessante e anche molto più evidente, pure agli occhi di una che si incolla alla tivvù con lo spirito ingordo e ignorante descritto da questo geniale parto della rete https://twitter.com/mesmeri/status/762327301233180672.

Foto di Matteo Marchi da La Giornata Tipo

Foto di Matteo Marchi da La Giornata Tipo

È l’incredibile capacità di adattamento della macchina umana alle richieste di una determinata attività, la possibilità di conoscersi, ascoltarsi, migliorarsi per dare luogo all’irripetibile performance della gara: sono le dita scattanti e lo sguardo di falco di quei benedetti tiratori con l’arco – le punte dei piedi dei tuffatori, in equilibrio sull’abisso, e la voce, anche la voce è corpo, che detta il ritmo perfetto dell’ultimo, commovente atto della storia d’amore e cloro tra Tania Cagnotto e Francesca Dallapè – sono corpi le espressioni di sforzo, di grinta, di rabbia che accompagnano e seguono sconfitte e vittorie, salti in lungo e schiacciate imprendibili – corpi le mani elegantissime di uno dei miei più grandi miti sportivi, concedetemelo: Manu Ginobili, 39 anni di classe e spensieratezza, che lascia il parquet, dopo la sconfitta dell’Argentina nei quarti di finale contro Team USA, con l’asciugamano in testa e le lacrime che escono dagli occhi, niente di più fisico, di più materiale – corpi le gambe che volano delle ginnaste e dei ginnasti, scattanti al momento di spingere sempre più in alto, forti come radici quando il volo si conclude nella materialità terrena dell’umano.

feyisa-lilesaEd è una potentissima immagine fisica quella con cui si sono chiuse queste olimpiadi, quando l’etiope di etnia oromo Feyisa Lilesa ha mimato il gesto delle manette al termine della maratona, dopo aver tagliato il traguardo con il secondo tempo: un messaggio fatto di mani e di braccia, forte e disperato come solo quelli che urlano al mondo senza bisogno di parole sanno essere.

Di fronte a chi ha scritto di cicciotelle, brutti anatroccoli o culi rotondi, tiriamo allora in ballo soprattutto tutto quello che di quei corpi si dimenticano, assai colpevolmente; potrebbero raccontarci lo sport molto di più e molto meglio, se mettessero in campo una dose leggermente maggiore di competenza tecnica e soprattutto la curiosità verso la smisurata varietà fisica che le scorpacciate d’agosto possono regalare.

 

 

[1]    Qui le sue incredibili frasi cult http://tvzap.kataweb.it/foto/177476/andrea-lucchetta-le-frasi-cult-del-telecronista-dellitalvolley-a-rio-2016/#7

[2]    Fertility day, un padre scrive alla Lorenzin: “Presi a sberle dalla vostra miopia”: http://m.espresso.repubblica.it/attualita/2016/09/01/news/fertility-day-un-padre-scrive-alla-lorenzin-presi-a-sberle-dalla-vostra-miopia-1.281746?ref=fbpe&refresh_ce

[3]    http://www.liberoquotidiano.it/gallery/sfoglio/11941913/rio-2016-rossella-fiamingo-foto-bikini-lato-b.html

[4]    Olimpiades para quem? Maschere e paradossi della città olimpica http://www.dinamopress.it/news/olimpiades-para-quem-maschere-e-paradossi-della-citta-olimpica

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