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Sono stata una sex worker e l’unico pappone è lo Stato

Sono stata una sex worker per nove anni, il tempo che mi ci è voluto per finire l’università e la specializzazione. Con i soldi che ero riuscita a mettere da parte mi sono mantenuta per due anni, prima di trovare un lavoro decente tra uno stage e un contratto precario. Ora ho un lavoro abbastanza stabile e non sarei arrivata fin qui senza aver venduto servizi sessuali. Con quei soldi ho pagato l’affitto, le tasse universitarie, i libri, vestiti, da mangiare, le uscite, la cultura, qualche viaggio, e negli ultimi anni ho messo quasi tutto da parte perché ho capito che potevo ingranare dopo la laurea e il mio obiettivo è cambiato. Prima di allora volevo viaggiare molto, spostarmi e vedere il mondo, continuare a lavorare e aprire un piccolo bar su una spiaggia da qualche parte. Non ho mai avuto un “protettore”, ho gestito da sola i miei appuntamenti iniziando con gli annunci e una selezione attenta. Mi è capitato qualche cliente stronzo e manesco, un paio mi hanno rapinata perché avevo abbassato la guardia e in qualche occasione invece sono stata derubata da amiche/colleghe di passaggio che dicevano di avere bisogno di ospitalità. Storie lacrimevoli e io pensavo di essere molto più fortunata e non avrei potuto negargli il mio aiuto. Poi ho cominciato a capire un po’ meglio la gente, sono diventata diffidente, un po’ più cinica, ma anche più realista e concreta.

Ho deciso che avrei investito solo sul mio futuro e che tutto il resto avrebbe potuto aspettare. Ho tentato di avere qualche relazione ma non sopravvivevano al mio mestiere. Esistono uomini meravigliosi ma ho deciso di non chiedere più di quello che avrebbero potuto darmi. Non mi pento di niente e se tornassi indietro farei esattamente la stessa cosa. E’ trascorso il tempo di scadenza del mio orologio biologico e non ho mai voluto né mai vorrò avere figli. Non mi interessa. Ho un legame, adesso, con una persona bellissima e che amo molto. Vorrò invecchiarci assieme e non ho dovuto nasconderle niente. E’ una donna, una compagna, amica, amante, una persona meravigliosa che ho avuto la fortuna di incontrare. Non mi ha mai fatto sentire in colpa, mai indotto vergogna e ha sempre riso, con me, di tutto quello che le ho raccontato. Aneddoti, per lo più, di esperienze che ricorderò e che forse, chi lo sa, un giorno desiderò di scrivere in un libro di memorie.

Per il momento mi accontento di raccontare in poche righe la mia scelta, libera, per dire che la cosa più feroce che mi impedisce di raccontarlo anche sul posto di lavoro è lo stigma che non si cancella mai. Il moralismo cancella ogni qualità tu possa avere, qualunque competenza, ogni progresso. Il moralismo di chi ti guarda con pena è anche più grave, perché smettono di guardarti con pena e ti guardano con ferocia quando si accorgono che tu non rappresenti lo stereotipo della puttana sfruttata e vittima che loro amano alimentare. Esistono le vittime sfruttate, e poi esistono le donne come me. Quelle come me ricavano odio da misogini e donne che peccano di cecità, arroganza e presunzione.

Vorrei, come ultima cosa, augurare a tante donne che vivono quello che ho vissuto io, di non perdere mai di vista il futuro. Qualunque cosa facciate per mantenervi e vivere non siete voi le “cattive” della società ma chi vi definisce tali. E già che ci sono faccio una considerazione sul #fertilityday: una società che condanna quelle come me che hanno guadagnato vendendo servizi sessuali è la stessa in cui si pensa che sia normale fare diventare le donne delle macchine da riproduzione per risolvere i problemi economici dello Stato. Il vero unico e grande pappone è sempre stato lo Stato. Lo so io e lo sanno molte altre come me. L’unica cosa che ci salva è la possibilità di scegliere liberamente, anche quando scegliamo quello che altre non farebbero. Io ho scelto e perciò mi sento libera.

ps: è una storia vera. grazie a chi l’ha raccontata.

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Comments

  1. Bellissima testimonianza, ti auguro tanta felicità

  2. Se scriverai un libro di memorie lo leggerò volentieri 😉

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