Parlare di violenza di genere, senza inutili contrapposizioni

femminismo-maschi-sr

Luana, ovvero colei che ha tradotto il pezzo di cui si parla sotto, scrive queste sue considerazioni che volentierissimo condividiamo. Buona lettura!

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L’articolo “La realtà di cui tutte le donne hanno esperienza e che gli uomini non conoscono” ha sollevato una bella discussione. Provo anche io a partecipare, nel mio piccolo e con umiltà, alla riflessione. Andrò per punti.

Primo. Come molt*, non condivido molto l’approccio iniziale e ammetto che il “tutte le donne” del titolo mi ha fatto tremare le vene e i polsi. Non tutte siamo uguali e non tutte abbiamo subito esattamente le stesse cose, benché ogni persona sperimenti, prima o poi, qualcosa che le dà fastidio.
Ciò detto, però, forse è possibile inscrivere quel “tutte” in un contesto: tutte le donne di un dato ambiente? Non ne sono certa, ma mi porta a pensarlo il fatto che un taglio molto simile si ritrovi in vari post d’oltreoceano. È possibile che quel che vale in un certo modo qui abbia un diverso valore altrove. Una traduzione lavora sulla lingua, sul piano verbale del testo, non sui dati non-verbali costituiti dalla storia, dal contesto sociale, dal sentire comune, da quanto resta sottinteso. Adattare un messaggio proveniente da un’altra cultura e concepito per essa non è mai semplice.

Secondo. Come altr*, riconosco che il mio modo di reagire è profondamente differente rispetto a quello della donna descritta nell’articolo. Se qualcuno mi parla – o anche solo mi guarda – in un modo che mi mette a disagio, non mi faccio problemi a rimetterlo al suo posto, anche a costo di sembrare scortese, se serve. Non rinuncio a vivere da sola, viaggiare da sola, uscire da sola.
Ma non posso non pensare di aver avuto alcune fortune: i miei genitori mi hanno insegnato ad essere indipendente e assertiva, non mi hanno posto dei limiti di genere. Nessun capo o relatore si è finora comportato in maniera inappropriata con me. I miei amici capiscono che un “no” è un “no”. Il mio compagno non mi considera sua proprietà.
Se a una persona succede qualcosa che travalica la mia esperienza, e se lei non ha il mio stesso modo di reagire, posso forse fargliene una colpa? Non esiste solo la mia indole. Non tutte le persone hanno la stessa fortuna di altre. Non è nemmeno detto che io sia altrettanto fortunata in futuro. E qualunque sarà la mia reazione se mai dovesse capitarmi qualcosa di male, vorrei incontrare un atteggiamento comprensivo, non giudicante. Tanto più perché se mi capitasse sul lavoro, che è quanto mai precario, non avrei le possibilità economiche per prendere la porta e andarmene.

Terzo. Due reazioni, invece, mi danno un po’ di fastidio. Una è la reazione “ah, devo essere davvero brutta, perché a me non è mai capitato”. Solo le donne belle subiscono molestie? Non è così e lo sappiamo. Come più volte è stato fatto notare sul blog e sulla pagina, l’abuso ha a che fare con la rivendicazione di un potere sull’altra persona, non con l’estetica. Non confondiamo i due piani.
L’altra è la reazione “io non mi vesto in maniera femminile e nessuno mi dà fastidio, poi ovvio che se mi metto un vestitino carino o i tacchi mi guardano”. In che modo ciò differisca dalla logica di chi afferma “ti hanno stuprata perché avevi la minigonna, te la sei cercata”, qualcuno me lo spieghi perché giuro che non l’ho capito.

Quarto. Nemmeno l’approccio binario mi pare condivisibile: uomini da una parte, donne dall’altra. Anzi, “i maschi di qua, le femmine di là”, come alle scuole elementari. Sono grata a chi sta condividendo la propria esperienza di uomo-non-machista, se così si può dire. Nella storia antica e nelle sue forme culturali, che studio per lavoro, ci sono molti esempi di uomini schiacciati da una logica patriarcale che non condividevano, basata sul dominio e sull’oppressione, per cui non fatico a pensare che almeno altrettanti siano coloro che oggi non la condividono e che in varia misura ne soffrono.
Proprio per questo mi fa male il livore di chi salta su al grido di “e gli uomini non soffrono? E le donne non sono anche loro violente?”. Certo che gli uomini possono soffrire, certo che le donne possono essere violente. Ma riformulerei la questione in questi termini: le persone possono soffrire. Le persone possono essere violente. Al di là del genere, dell’identità di genere, dell’orientamento. Tuttavia, il malessere di alcuni esseri umani non deve necessariamente essere messo in ombra da quello di altri. A furia di rivendicare – giustamente! – uno spazio in cui far sentire la propria voce, non dimentichiamo che non dobbiamo sentirci ed essere per forza contrapposti.
Il fatto che qualcosa ti faccia soffrire non implica che io non soffra per qualcos’altro, né che i nostri malesseri non siano ugualmente degni di ascolto e di rispetto. Se l’articolo in questione e i suoi “fratelli” nati nelle ultime ore sono così letti, commentati e condivisi, evidentemente il problema esiste. Qualcun* di noi non ha subito nulla del genere, qualcun altr* sì, qualcun altr* ha vissuto altro ancora. Per quanto le istanze espresse in questo articolo siano imperfette e non del tutto condivisibili, non commettiamo l’errore di buttare il bambino con l’acqua sporca. Ascoltiamoci. E abbattiamoli, ‘sti muri.

L.

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Comments

  1. Esatto Luana! Il punto è che mi sembra che questo genere di discussioni siano il più delle volte partitici e che manchino quindi dei presupposti di apertura necessari. Come dire: l’ascolto deve esserci da tutte e due le parti.
    Oggi come oggi trovo molto più difficile essere un uomo e tante delle testimonianze qui in questo blog me lo confermano. Sarebbe oppurtuno io credo che anche le donne smettessero di trincerarsi dietro le proprie barriere per cercare di comprendere le loro istanze. Per questo spesso mi indigno.

Trackbacks

  1. […] Riprendendo un articolo pubblicato sul blog Al di là del Buco (che trovate per intero qui): […]

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