La realtà di cui gli uomini hanno esperienza e che le donne non conoscono

scala-uomini

Lui scrive:

Ho letto questo e non dirò che non è vero perché so che lo è. So anche che le donne reagiscono in molti modi e non perché minimizzino il problema. Piuttosto perché sono cresciute imparando sulla propria pelle quanti e quali modi possono essere efficaci per vivere meglio. Non parlo di omertà, di banalizzazione o di sottomissione. Ci sono donne che ti danno calci in bocca se le insulti, altre che ti inceneriscono con lo sguardo, altre che viaggiano in branco e ti fanno paura per quanto sono determinate. Non diciamo cazzate: molte donne hanno imparato a difendersi e il punto è che quando lo fanno ci sono due tipi di reazione, quella di chi le giudica “poco femminili”, e parlo anche di donne che vorrebbero le figlie si rivolgessero ai padri o ai fratelli invece che sbrogliarsela da sole, e quella di chi le giudica troppo sfacciate, aggressive, indipendenti, perché si incazzano anche con l’amico che si permette di difenderle in pubblico invece che lasciare a loro la possibilità di cavarsela da sole.

Ho amiche di ogni età che non ci passano sopra ma non fanno la lagna, e non fare la lagna non è offensivo nei confronti di chi denuncia il problema. Voglio dire che non perpetuano un sistema patriarcale piagnucolando affinché siano le istituzioni o i tutori a risolvere loro il problema. Non voglio seminare stereotipi ma ho visto donne lamentare molestie e poi chiamare puttane le conoscenti. Ci sono tante contraddizioni di cui tenere conto e non tutte hanno a che fare con l’essere “maschio”. Perciò dirò che è vero quello che ho letto ma può essere sicuramente ribaltato tutto quanto per fare considerazioni che riguardano me come uomo.

Mi è stato detto “fai l’uomo” prima ancora di capire cosa fosse il mio pene e cosa fosse un’erezione. Mi è stato detto che le bambine erano miei fidanzatine anche se avevo tre anni. Mi hanno detto di essere cavalleresco, di lasciare che la bimba mi regalasse pizzichi e legnate anche se ero più piccolo di corporatura. Mi è stato detto di non toccare le bambine neanche con un fiore e sono cresciuto con l’assillo di essere un potenziale carnefice che avrebbe dovuto controllare la bestia che pare ci sia in me anche se io carnefice non mi sono mai sentito. So che la mia è una condizione di “privilegio” e non mi permetterò di suggerire alle donne come e cosa fare perché odio i paternalisti, quando difendono se stessi e quando dicono alle donne come e quando dovrebbero considerarsi vittime.

So anche, però, che io sono cresciuto nella stessa casa con tre sorelle e non ho mai goduto di alcun privilegio “maschile”. So che quando la migliore amica di mia madre ci ha provato con me mi sono sentito violentato ma ho anche avvertito il dovere di stare con lei perché altrimenti mi sarei sentito a disagio, ancora più a disagio. Avevo 15 anni e lei neppure mi piaceva. So che quando la mia prima ragazza mi ha fatto sentire un pezzo di merda perché non l’ho difesa da un tizio che per strada le aveva detto quanto fosse “bona” io mi sono sentito in dovere di tornare indietro e di esigere rispetto per la “mia fidanzata”. So che quando la mia ragazza mi ha picchiato io non ho potuto lamentarmene con nessuno perché chi mai avrebbe creduto a un ragazzo che normalmente era considerato un carnefice fin dalla nascita? So che ho fatto sesso quando non mi andava e che quando ho detto di no, rifiutando avance di qualcuna, sono stato pesantemente insultato, definito “frocio” “impotente” e cose del genere, perché l’uomo non può dire di no. Il consenso maschile parrebbe implicito in ogni caso. Gli uomini non scelgono ma sono scelti e se accade questo allora dovranno sentirsi lusingati e grati e comportarsi di conseguenza.

So che sono stato stalkerizzato da una stronza che ho lasciato, perché non mi piaceva il suo modo di comportarsi con il mondo, e che ho dovuto chiudere un profilo facebook e aprirne un altro in incognito per levarmela dalle palle dato che mi spiava in continuazione. So che sono stato violentemente offeso e diffamato da una tizia che ha detto di me tutto il peggio possibile perché le avevo detto di no. So anche che non ho mai picchiato o violentato psicologicamente o sessualmente nessuna e che parrebbe difficile far credere al mondo che sia realmente così. So che non faccio la vittima ma questo non significa che io in qualche caso non lo sia. So che gli amici, i conoscenti non mi credono quando dico quello che sto dicendo a voi e che solo dirlo mi costa scetticismo e imbarazzo, perché un maschio non può subire violenza e se ne è vittima vuol dire sempre che aveva fatto qualcosa di sbagliato e che lei si stava difendendo. E se non avevo proprio fatto qualcosa a lei, in ogni caso, solo perché faccio parte del genere maschile, merito la vendetta di tutte quelle donne che si sentono ferite da comportamenti che non sono mai stati i miei.

Allora vorrei dire che io sono cosciente del fatto che le donne non sanno quello che mi capita e vorrei chiedere ascolto, altrettanta disponibilità all’ascolto, così come quella che viene richiesta per una donna in difficoltà, perché le relazioni si fondano su equilibri che non possono essere impari e non accetto di essere oggetto di una analisi che parrebbe finalizzata al bilanciamento di un nuovo equilibrio tra poteri, con lei che agisce il vittimismo come prassi per sentirsi moralmente superiore, perché io sono pronto per un rapporto alla pari. Non accetto neppure che mi si dica che io sono un’eccezione perché non è così. Tanti sono quelli che hanno combattuto contro padri e madri che li avrebbero voluti maschi e virili come i loro nonni. Hanno combattuto e con grande confusione si sono spinti oltre, in direzione della realizzazione di ruoli senza riferimento alcuno, senza paracadute, solo spinti dalla curiosità e dall’entusiasmo, oltre che dal timore, verso quel che è nuovo.

Siamo incerti, lo siamo in tanti, ed è per questo che è doppiamente orribile il fatto che nel momento in cui ci rimettiamo in discussione arrivi qualcuna a dirci che dobbiamo vergognarci, sentirci in colpa, assolvere tutte le donne perché “poverine” sono state vittime da sempre. E io allora? E le volte in cui sono stato pestato da bulli o sfottuto da bulle perché non rientravo in alcuni standard? E quando ho cercato di ricreare un ruolo di genere dal nulla, disancorandomi da quello che aveva interpretato mio padre, mio nonno, mio zio, mio qualcosa?

Si lo so, non c’è paragone. Le donne muoiono, la violenza sulle donne è brutale e tanti uomini ne sono responsabili. Tanti, ma non io e mi rifiuto di chiedere scusa a nome di quelli che io stesso condanno a priori, per la gretta mentalità che custodiscono e diffondono, per la violenza del loro linguaggio che offende anche me, perché io sono orgoglioso di essere quel che sono e non santifico nessuno, sia esso uomo o donna. Sono stanco di questa divisione di generi, due in tutto, uomo e donna, perché tra l’altro i generi sono più di due e non si può parlare di violenza di genere senza comprendere tutte le costrizioni entro ruoli di genere. Uomini, donne, gay, lesbiche, trans ftm o mtf. La banalizzazione sta nel fatto che la violenza venga attribuita ad un solo genere e non ad una mentalità o a una cultura diffusa da chiunque. Guardate le donne e quel che dicono alle loro simili quando si vestono, si spogliano, si truccano, si mostrano. Guardate quante sono quelle che usano termini sessisti per insultare altre. Banalizzare vuol dire pensare di rieducare o esercitare all’ascolto solo gli uomini, perché è a ogni persona, a prescindere dal sesso biologico, che bisogna rivolgersi.

Banalizzare vuol dire non tenere conto del fatto che se io, oggi, vado a denunciare una violenza subita da una donna mi rideranno in faccia, diranno che avrei potuto sopraffarla con facilità e cercheranno attenuanti, giustificazioni, faranno victim blaming perché alle donne, per principio patriarcale, è consentito tutto: anche fare violenza su quelli come me senza che io possa lamentarmene. Capite allora come sia più complesso tutto quanto? E capite come dire che esisto anch’io non significa negare la violenza sulle donne. Significa solo che esisto anch’io, per l’appunto. Io esisto, e mi umilia dover dire che non sono un vostro nemico. Mi umilia. Profondamente.

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Comments

  1. Trovo interessante che il titolo dell’altro articolo fosse “la realtà che tutte le donne conoscono” e che il tutti sia stato eluso nel titolo di questo.

    • il titolo lo ha scelto lui che capisce che generalizzare è sbagliato.

      • Infatti condivido il suo articolo e quasi per nulla il suo omologo. Io non sento alcuno dei sentimenti che sono lì contenuti, non vivo alcun disagio nell’essere donna, non mi spaventa camminare da sola. Io non ho paura e non mi sento affatto toccata se mi rivolgono un apprezzamento.
        Secondo me dipende dalla percezione di sé e dalla sicurezza nei propri mezzi: se sono tranquilla di quello che sono e valgo in che modo può turbarmi una profferta? E ancora: non è il mio essere donna che attira eventuale violenza ma comportamenti altri.

        • Poiche’ io mi sento sazia, la fame nel mondo non esiste. Anzi: attribuito’ a chi reclama cibo esclusivamente responsabilità’ individuali e attirerò’ biasimo su quella stessa persona per aver evidenziato il problema.
          Nemmeno io mi riconosco in molte cose di quell’articolo, ma le argomentazioni che porti per smontarlo mi paiono pretestuose e infondate.
          Saluti.

    • Ma sai leggere?

  2. Mi dispiace molto per le esperienze traumatiche che hai vissuto, non sono meno gravi perché sei uomo e se c’è un posto dove nessuno ti rivolgerà le accuse che hai formulato contro te stesso è proprio questo. Fai bene a cercare un nuovo ruolo di genere e a porti in modo critico verso le convenzioni, continua così

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