Tratta sessuale: la globalizzazione del pensiero debole, o l’idiozia del linguaggio

Dal Blog di Laura Agustìn, The Naked Anthropologist, tradotto da Gabriele, per definire quel che lei chiama Industria del Salvataggio che coinvolge interessi che speculano sulla lotta alla tratta e sul non riconoscimento del sex working per scelta:

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hopeforjusticeukdi Laura Agustìn

Eccola qui una bella lista di indicatori della tratta. C’è di tutto. Si sono mai visti termini più vaghi di ‘abuso’ o ‘vulnerabilità’, calzanti pure per un genitore o per un insegnante? Si legge un chiaro invito a denunciare ogni singolo segnale riportato. Se così fosse, che il Cielo aiuti i centralinisti! E poi ci si chiede perché i gruppi di salvataggio abbiano bisogno di tanti finanziamenti…

Le liste di questi ‘segnali indicatori’ sono affisse ovunque, persino negli aeroporti. Si spera che le vittime abbiamo un’illuminazione improvvisa e scoprano di dover essere salvate. Se non altro, queste tecniche di diffusione ad ampio raggio mostrano il modus operandidell’industria del salvataggio per articolare una pratica di istituzionalizzazione sulla base di linee-guida redatte da burocrati governativi. Nello specifico, gli autori di questo documento sono partiti dagli USA per muoversi verso il Regno Unito. Una globalizzazione del pensiero debole bell’e buona.

Negli anni recenti, schiere di giovani sono cresciuti sotto il costante bombardamento delle campagne anti-tratta, ignorando che il termino stesso manca di chiarezza. Alcuni stanno a giurare fedeltà alla lotta contro il cosiddetto ‘male del nostro tempo’; altri si paragonano ai campioni anti-schiavisti dell’Ottocento e vibrano di indignazione al pensiero che il loro operato possa venir messo in questione. Eppure, le critiche sono all’ordine del giorno.

mobilityNon sempre scendo sul campo di battaglia in prima persona; di norma invito alla lettura del mio articolo ‘Dear Students of Sex Work and Trafficking’. Non mi va di ripetere all’infinito i soliti argomenti – che sono d’altronde ben in vista sul mio sito – né mi piacciono le tendenze che vogliono ridurre una questione complessa a uno schemino da manuale. Mi sembra si sia già detto tutto l’essenziale e chi parla di nuove prospettive mente. Gli editori si dilettano a buttare nei titoli qualche manciata di parole-chiave, per banali che siano, spesso prive di correlazione col contenuto degli articoli. E ogni giorno è la sfilata dell’esagerazione.

Tuttavia, alcune indagini recenti mi hanno spinta a riassumere i punti più importanti di questa narrazione storica.

La Convenzione sul Crimine Organizzato Transnazionale è stata pubblicata a Palermo nel 2000 dall’Ufficio sul Crimine e il Traffico di Droga delle Nazioni Unite. Gli allegati comprendevano due protocolli sulla mobilità degli individui. Il primo sulla tratta, il secondo sul contrabbando. Il processo che ha portato alla definizione di questi due termini – documentato pubblicamente – è stato lungo; le opinioni contrastanti. Si è quasi sempre omesso dalla cronaca che tutto il discorso fosse incentrato sui migranti irregolari.

Ho scritto sui due protocolli, soprattutto sul modo in cui viene considerato il genere degli individui. Curiosamente, gli argomenti sessuali spuntano fuori quando si tratta di donne migranti, mai quando è il caso di uomini. Non a caso la copertina del mio libro Sex at the Margins riporta un’immagine richiamante l’idea di mobilità transnazionale e di agency umana, questa.

La pubblicazione della Convenzione ha portato a un incremento esponenziale dell’interesse per la tratta sessuale. Ovviamente, non ci è voluto molto prima che chi si occupa (seriamente) di migrazioni, sex work e politiche del lavoro si rendesse conto che quest’idea era inutile al raggiungimento dell’equità dei diritti. La Convenzione si fonda infatti sul terreno ideologico del Crimine – e da qui non si esce. L’assunto è che la mobilità transnazionale sia fomentata da criminali che adoperano mezzi coercitivi ai danni delle loro vittime; eppure, queste nozioni sono mai definite in modo chiaro, ma anzi variano grandemente a seconda delle condizioni contingenti e materiali. Uno sguardo ai piè di pagina dei protocolli è sufficiente per accorgersi dell’ampio uso di questa terminologiaerminologia. Inoltre, qualche burlone ha pensato di servirsi un po’ troppo diffusamente dell’espressione ‘tratta sessuale’, mirando a un riduzionismo lessicale tipico degli ‘imprenditori della moralità’.

Queste semplificazioni grossolane e il rilievo dato alla sessualità non sono che l’ombra delle vere disuguaglianze e oppressioni sociali: a essere favoriti dalle politiche migratorie sono le attività lavorative delle classi medio-alte. Molti termini sono quelli ormai desueti dell’economia formale e della produzione. Tra le categorie interessate, troviamo quella dei giovani che vogliono lasciare il nido, quella di chi è disposto a correre rischi nella speranza di un guadagno maggiore, legislazioni che criminalizzano il sesso commerciale, norme che contrastano le ‘fabbriche della miseria’, e così via. Fare di tutta quest’erba un fascio è come dare un colpo di spugna alla molteplicità dei fenomeni e delle situazioni reali, finendo a fare il gioco del riduzionismo e a rafforzare la retorica del Bene e del Male.

Il termine ‘tratta’, infatti, è un’invenzione che non sa rendere conto del vasto numero di realtà differenti, che di certo non vanno ricondotte alla mera dicotomia Libere / Schiave, Autodeterminate / Costrette. È pericoloso semplificare la varietà di persone, ragioni e storie nella formuletta antitetica ‘Sex Workers VS Vittime di Tratta’.

A volte mi chiedono quale sia la terminologia corretta. Il punto, ripeto, non è la terminologia: non è che tutto vada a posto con la bacchetta magica del cambio di parole. Il contesto che va a stabilire i problemi serve solo a tenere le cose sotto controllo. Piuttosto, il mio suggerimento è di affrontare le questioni e le ingiustizie specifiche autonomamente, senza fare confusione.

Ad esempio:

– se si parla di un adolescente che non vuole vivere coi genitori o andare a scuola e non ha né soldi né esperienza lavorativa, parliamo di questo;

– se si parla di persone che hanno iniziato un lavoro e poi sono rimaste deluse, ma non possono mollarlo perché in ristrettezze economiche, parliamo di questo;

– se si parla di migranti con documenti falsi che non possono svolgere alcun lavoro perché illegali, parliamo di questo;

Eccetera, eccetera, eccetera. Proviamo ad affrontare un caso alla volta, consideriamo le situazioni reali e piantiamola di parlare per ridicole astrazioni. Non l’ha detto il Padreterno che le politiche sociali debbano sempre sfociare nell’idiozia.

alice_cram

Leggi anche (di Laura Agustìn):

Leggi anche (traduzioni e materiale pubblicati su questo blog sul sex working):

Comments

  1. cara. piccolo suggerimento. dieci articoli su argomenti simili tutte alla stessa ora dello stesso giorno (sabato sera) non verranno letti. ed è un peccato perché sono interessati. Non ne faccio una questione di branding o cosa, è che è proprio un peccato per gli argomenti in sé… Scusa se mi sono permessa. By UnaLettriceCheHaPauraGiaàNormalmenteDiNonRiuscireALeggereTutto 😉

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