Sull’espressione ‘sex work’

Dal Blog di Laura Agustìn, The Naked Anthropologist, tradotto da Gabriele, per definire quel che lei chiama Industria del Salvataggio che coinvolge interessi che speculano sulla lotta alla tratta e sul non riconoscimento del sex working per scelta:

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1927-edward-hopper-automatdi Laura Agustìn

Ho recentemente apportato modifiche al sito. Visivamente è simile, ma ho ristrutturato alcune categorie che dovrebbero essere più gradite a Google. Quando ho aperto il blog nel 2008 (ringrazio ancora la Texas Golden Girl per tutti quegli appuntamenti nei bar di Las Vegas) si blaterava di tratta su meno di 800 000 siti web. Il mio materiale, all’epoca, compariva subito dalle ricerche ordinarie su sex work e migrazioni. Poi le cose sono cambiate. Centinaia, forse migliaia di siti ufficiali e governativi illuminati sulla via di Damasco, tutti ad aggiungere pagine di campagna anti-tratta. Comunque, rimangono alcune voci di minoranza a farsi sentire, anche se la visibilità è decisamente diminuita. Un sacco di gente visita ancora il mio sito, alcuni lo cercano apposta, altri lo trovano per caso. Fanno passaparola, in barba a quelli che lo vorrebbero vedere deserto.

BrassaiDa allora ho pubblicato circa 600 post. Quest’opera di rinnovamento del blog mi ha portata a scorrere i titoli passati, raggruppati ora in otto categorie: Sex Work, Tratta, Migrazioni, Colonialismo, Femminismi, Legislazioni, Sessualità, Industria del Salvataggio.

Indovinate qual è la categoria più visualizzata? ‘Sex Work’. L’idea che alcune persone vendano rapporti sessuali è un tema accattivante, genera una gran varietà di azioni e reazioni. La rubrica compari nel menù generale del sito e la pagina esplicativa afferma:

Molti attivisti per i diritti civili e lavorativi – ma non tutti – preferiscono il termine sex work perché privo di stigmatizzazione. ‘Sex work’ enfatizza l’aspetto lavorativo della loro attività, riducendo l’accento sul giudizio morale. Gli abolizionisti – quelli che insistono col dire che tutte le donne che vendono sesso sono vittime, a prescindere da ciò che loro dicono al riguardo – si servono di parole come ‘donne prostituite’ e si oppongono all’uso di ‘sex workers’. Alcune lavoratrici sessuali si definiscono orgogliosamente ‘prostitute’, mentre altre odiano il termine. Io cerco scegliere i termini a seconda delle preferenze degli individui. Se una dice che per lei vendere sesso è un lavoro, mi sta bene. Se mi dice che lo percepisce come stupro o come abuso, mi sta bene ugualmente. Quando parlo di un’attività particolare impiego il lessico specifico: spogliarellista, cam girl, rent boy, etc.

La lista delle categorie appare sulla colonna di destra. Gli argomenti variano dallo specifico al generale e sono disponibili nella tag cloud, sempre sulla destra. Molti temi si sovrappongono, perché la gente fa ricerche e legge in maniera differente. Non mi sono impegnata molto nell’offrire un’organizzazione gerarchica, ma forse quel po’ di organizzazione in più aiuterà la navigazione attraverso questi campi di studio, affascinanti e complessi.

Leggi anche (di Laura Agustìn):

Leggi anche (traduzioni e materiale pubblicati su questo blog sul sex working):

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