Somaly Mam, Nicholas Kristof e il culto della personalità

Cult

Dal Blog di Laura Agustìn, The Naked Anthropologist, tradotto da Gabriele, per definire quel che lei chiama Industria del Salvataggio che coinvolge interessi che speculano sulla lotta alla tratta e sul non riconoscimento del sex working per scelta:

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di Laura Agustìn

Somaly Mam, attivista cambogiana contro la schiavitù sessuale, si è recentemente dimessa dagli incarichi presso la propria fondazione. L’abbandono è seguito a indagine confermanti le truffe da lei messe in atto per attrarre fondi di donatori e sostenitori esterni. Ma le indagini hanno svelato un segreto di Pulcinella: Simon Mark documentò il caso nel 2012 sul Cambodian Daily, quando già circolavano sospetti tra le istutizioni, i centri di ricerca e gli attivisti impegnati a smantellare il sensazionalismo serpeggiante in tema di tratta.

Le ricerche di Mark furono pubblicate da Newsweek il 21 maggio di quell’anno, suscitando scandalo nella stampa newyorkese. Più che contro Mam, il dibattito si infuocò contro un suo emulo, Nicholas Kristof, sedicente salvatore di schiave. Fu accusato di aver raggirato i lettori di principi liberali e di aver tradito l’etica del giornalismo. Nessuna di queste accuse mette a fuoco il vero problema.

Un’editrice ha visto alcuni miei tweet in cui dichiaro di non tenere in gran conto le dimissioni di Mam e mi ha chiesto di scrivere un articolo sul caso. Suggerendo che mi concentrassi sui problemi di ‘responsabilità’ delle associazioni come quelle della donna e di parlare ‘della storia e dei fallimenti di queste organizzazioni.’

Le ho domandato se fosse a conoscenza del mio lavoro, riferendomi alle ricerche sui progetti di soccorso documentati nel mio libro ‘Sex at the Margins’, da cui ha avuto origine l’idea di ‘industria del salvataggio’. Visto che miei studi in genere non arrivano a un livello di comunicazione mainstream, quando ho a che fare con questo tipo di pubblicazioni cerco di rendere chiari i concetti base di questo settore. L’editrice ha detto che non era interessata a un argomento così ampio. Se quello che cercava era un’esperta dei resoconti dei centri fondati diretti da Mam – ho ribadito – allora non facevo al caso suo. Non ho avuto risposta.

Ecco il fatto: parlare del problema della ‘responsabilità’ significa accettare l’esistenza di un fenomeno verificabile di cui si è chiamati a rispondere. In questo caso, significa abbracciare le proposizioni fondamentali che definiscono il concetto di traffico di esseri umani promosso dal governo, dagli impresari morali e dai media; istituzioni che gridano alla tratta, soprattutto per quanto riguarda le sex workers, come alla piaga del nostro tempo. Parlare acriticamente di ‘responsabilità’ significa presumere che la narrazione dominante aderisca alla realtà e che il nostro compito sia esclusivamente quello di cavillare a riguardo dell’etica individuale e di pretendere il rispetto di standard informativi di alto livello. Tutto ciò è molto sbagliato.

Le ingiustizie nel campo delle migrazioni e del lavoro non documentato sono palesi e vanno affrontate; tra queste vanno incluse le inesattezze riguardanti il lavoro sessuale. Lo sfruttamento, in senso lato, si diffonde a macchia d’olio, e le rivendicazioni libertarie di autonomia del corpo, del diritto degli adulti a vendere servizi sessuali e le campagne ‘no borders’ non sono sufficienti. L’ho ripetuto per anni: le politiche migratorie e lavorative possono (e devono) cominciare a rendersi conto dei problemi reali; non continuare a criminalizzare, disciplinare, infantilizzare le donne e santificare i ‘soccorritori’. Lo scalpore della ‘tratta’ non nasce da un mito, ma da etichette affibbiate in modo tremendamente improprio e da una pessima comprensione di un fenomeno complesso, ridotto a categorie stagne e idee semplicistiche assolutamente infondate.

Nelle dinamiche di questa ‘industria del salvataggio’ (l’insieme di tutte le iniziative finalizzate al ‘salvataggio’ delle sex workers e alla prevezione del mestiere) un personaggio come Mam non è poi così rilevante. Banalmente, è assurta al rango di figura di rappresentanza grazie a un vero proprio culto della personalità, fenomeno per cui persone disinformate guardano a un individuo come a una fonte di ispirazione, tributandogli competenza e grandi conoscenze che possano giustificare il suo ruolo di leader. I culti della personalità si basano sulla credenza indiscussa che il supereroe (o la supereroina) in questione vanti una chiarezza di vedute ottenenuta attraverso varie esperienze personali.

Uno dei fattori determinanti della diffusione della causa ‘anti-tratta’ fu il coinvolgimento di varie stelle del cinema, che pensarono di impreziosire i propri portfolio con attività di patrocinio di iniziative umanitarie accattivanti. Molte agenzie delle Nazioni Unite salutarono attori e attrici come ‘ambasciatori della benevolenza’, aggiungendo quel tocco di colore mancante all’infinita parata di burocrati in giacca e cravatta, poliziotti in uniforme e donne affrante. È assai probabile che queste brillanti celebrità abbiano fatto una rapida ricerca online e si siano fidate dei primi risultati visualizzabili; in altre parole, delle informazioni ripetute a pappagallo dai media senza fondarsi su alcuna statistica affidabile e nutrendosi di storie sensazionalistiche da film dell’orrore.

Ma la loro conoscenza non poteva apparire così superficiale: per essere in grado di proiettare i propri sentimenti e di avere realmente a cuore la causa, le star si recavano quindi in visita a centri di soccorso nei Paesi poveri. La lista di queste ‘filantrope’ è lunga: Mira Sorvino, Ashton Kutcher, Susan Sarandon, Meg Ryan, Demi Moore, Gloria Steinem, Hillary Clinton, Emma Thompson. Tutte hanno usato queste visite come un mezzo per mostrare la propria empatia. Come ho già scritto a riguardo, questa è una chiara espressione di tendenze coloniali. Cosa interessante: molte di loro si recavano proprio presso il centro di Mam.

Non è che le ONG siano ingenue. Benché infelici, le visite delle celebrità sono parte integrante della strategia di sopravvivenza dei centri, che dedicano intere giornate alla loro accoglienza – offrendo qualche frammento di informazione sui progetti in corso – nella speranza che il luccichio delle star attiri lo sguardo dei donatori. Le visite vengono orchestrate alla perfezione: devono essere stimolanti e suscitare un senso di soddisfazione, con tanto di momenti apparecchiati ad arte per gli scatti fotografici. È assai frequente che si scelgano ‘soggetti di pietà’ convenzionali e li si riproponga a ogni occasione: persone che hanno imparato un copione a menadito e sanno come comportarsi, abbracciare i visitatori e sorridere alle telecamere. D’altronde, la messa a punto scenari nuovi di volta in volta sarebbe una perdita di tempo.

È noto che siano sempre le stesse donne a ripetere queste storie, così come si conoscono gli abbellimenti aggiunti per suscitare empatia negli ascoltatori – tra cui non mancano ricercatori e periti di ispezione. Le esagerazioni dei racconti delle ‘vittime’ (a volte anche inventati di sana pianta) sono talmente risapute che chi frequenta le ONG le ritiene vere e proprie banalità. Come mi ha scritto una persona ‘del ramo’, lo fanno tutti.

Chi è estraneo a questo mondo si infastidisce allo scoprire dei teatrini di Mam, pensando che le ONG debbano distinguersi per un’etica adamantina. Ma queste organizzazioni, soprattutto quelle con statuto fiscale ‘no-profit’, sono costituite da impiegati con ambizioni di carriera, che desiderano sicurezza e retribuzioni in modo da permettersi case, automobili e tutto ciò che normalmente vogliono i lavoratori degli enti no-profit.

Le ONG operano nel mondo precario dei sovvenzionamenti ‘a discrezione’, con la conseguente necessità di proporre progetti appetibili ai palati dei finanziatori (anche qualora simili progetti collidano col credo dell’istitutizione). È vero che gli agenti umanitari si distinguono per uno spiccato interesse verso le cause sociali; eppure questo dato non va assunto acriticamente, bensì inteso come un passo fondamentale nella costruzione della loro identità. In genere si tratta di individui con ambizioni di carriera, non di santi consacrati al martirio.

L’invenzione di storie fabbricate ad arte non è eticamente corretta – ovviamente – e sembra che Mam l’abbia fatto spesso. Ma la produzione di un certo numero di falsi da dare in pasto al pubblico non prova l’inesistenza di vittime reali, né che le imprese di Mam siano state totalmente inutili. Per questo la sua stessa fondazione ne ha richiesto le dimissioni: affinché le attività potessero proseguire con un’accettabile limitazione dei danni.

Dubito che i donatori si tireranno indietro tagliando i finanziamenti dopo aver scoperto che alcune storie erano state viziate. Ai filantropi non piace ammettere una beffa. Se pure accadesse, i fondi economici destinati in partenza alle cause umanitarie verrebbero elargiti a istituzioni con nome diverso e intento identico. Così assisteremo alla costruzione di un nuovo personaggio capace di stimolare i buoni sentimenti del popolo, la cui figura a poco a poco emergerà dal tessuto informe dei gruppi votati alla lotta contro la tratta e la schiavitù sessuale.

In ogni caso, i leader di facciata e le personalità individuali non sono più così centrali. Il movimento anti-tratta è giunto alla sua fase mainstream e le iniziative nazionali e internazionali si sovrappongono – alcune vistose, come il programma statunitense contro la tratta degli esseri umani o l’ufficio delle Nazioni Unite contro le droghe e il crimine; altre di taglia ridotta, come l’Istituto Svedese. I progetti multinazionali, tra cui l’Indice della Schiavitù Globale, offrono dati e statistiche dall’aspetto assai ufficiale, benché basate su fonti alquanto incerte.

Ed ecco fatto: l’ingranaggio è ben oliato, maturo, cammina da sé. Per quanto il pubblico continui ad amare le personalità di spicco, ma ad azionare la macchina sono ormai i tecnocrati e i consulenti burocratici. E non vanno sottovalutate le intrusioni sporadiche dei politici pronti a cogliere al volo buone occasioni di visibilità.

Poi vengono i giornalisti. Alcuni anni fa un’autorevole agente letteraria di New York mi disse che non poteva prendere in considerazione il mio libro perché si fidava delle testimonianza di Nicholas Kristof: se lui aveva ragione, io dovevo avere torto. I suoi fotoreportage svolazzanti valevano più dei miei vent’anni di ricerca. Chi apparteneva alle correnti di mainstream liberale e vedeva il New York Times come baluardo di coscienziosa imparzialità trovava nel protagonismo di Kristof un sigillo di autenticità morale. A seguito delle rivelazioni si sono sentiti traditi.

Per parte mia, non ho mai creduto all’imparzialità di fonti come il Times o il Guardian, né ho prestato molta attenzione a Kristof prima del 2011. In quell’anno, il giornalista ha riportato su Twitter, insieme a Somaly Mam, la notizia di un raid in un bordello cambogiano. Ho commentato esprimendo disgusto sul mio blog, ricevendo un buon numero di hate mail e attacchi personali. Dopotutto, non si può mettere in discussione l’autorità di questi luminari, eroici esploratori umanitari del Continente Nero. Io poi, che non ero nessuno, come potevo anche solo pensare di scrivere di questi argomenti? Per tutta risposta, ho pubblicato questo articolo: The Soft Side of Imperialism: Kristof and the Rescue Industry.

Malgrado le scosse, la fama di Kristof è riuscita a mantenersi illesa; l’autore coltiva tutt’ora un culto della propria personalità che elude punti di vista sfumati e prospettive critiche. Dopo lo scandalo Mam, l’uomo ha dapprima affermato, pacatamente, che è difficile verificare le notizie in Cambogia. Scaricando la resposabilità sulle spalle di una nazione descritta come ‘retrograda’. In seguito si sono fatti sentire i rimproveri di altri giornalisti e Kristof non ci ha pensato due volte a rinnegare Mam – gesto ancora più viscido della precedente venerazione. Ma il rimpianto per una qualche fiducia mal riposta non celava che il tentativo di scampare al biasimo diretto dei followers, permettendo che le linee discorsive di un campo così complesso e contraddittorio fossero definite dalle sue sbruffonate dogmatiche.

Di primo acchito, è comprensibile che alcuni si accontentino di affermazioni altisonanti e slogan alla moda. Ma questa convinzione diventa sospetta quando si protrae nel tempo, a fronte di indagini incapaci di confermare le cifre delle vittime presunte. Quando si oppone agli studi che evidenziano il rebranding di categorie desuete, come l’equivalenza ‘protettore=trafficante’, mirato a infoltire le fila dei cattivi. Quando riflette una visione costruita su miti ampiamente sfatati (ad esempio, quello che vuole la tratta sessuale aumentare enormemente durante gli eventi sportivi).

Accuseranno pure Kristof di tradimento, ma resta da chiedersi: perché i lettori non riconoscono la propria responsabilità, il loro farsi continuamente ciechi alla complessità dell’argomento? Si lamentano che i giornalisti devono essere attendibili; ma è sempre stato chiaro che Kristof scrivesse in qualità di colonnista su testate editoriali mediocri. Non si tratta né di scandalo né di caso eccezionale: i testi di Kristof fanno parte della macchina di informazione mainstream che riflette e sostiene lo status quo e ignora ogni punti di vista che si distanzi dall’old-boy network.

In questo piccolo mondo antico, l’informazione rispetta sempre un certo canone: personalità autorevoli come Mam e Kristof danno in pasto ai lettori acritici una manciata di storie strappalacrime – e il gioco è fatto. Pur ammesso (ma non concesso) che ogni singola storia sia verificabile, ciò non giustificherebbe l’enorme costo di tempo, denaro e impegno dedicato a questa causa specifica. Ci sono, certo, casi drammatici, ma in numero assi minore rispetto ai casi non-così-drammatici, ai casi così-così, ai casi normali. Ci sono storie meno sensazionalistiche, raccontate ai molti ricercatori che si impegnano a parlare con le sex workers, molte di cui migranti irregolari (anche senza contare quelle che si considerano sex workers di professione). Ma queste storie sono più complesse e sfaccettate: pericolose per la dura e pura retorica anti-tratta e quindi programmaticamente negate.

È quindi importante notare che, pur nella forma di scandalo, l’attenzione dedicata a Kristof e Mam riproduce quel culto della personalità che causa una gran quantità di danni. Concentrarsi sulle opinioni di pochi individui vuol dire rifiutarsi di considerare la dimensione strutturale del discorso. I punti di vista di un paio di esibizionisti impallidiscono di fronte ai meccanismi della macchina governativa che al momento decide dei salari e del prestigio di migliaia di persone strette in un movimento fondato sull’inganno.

Leggi anche (traduzioni e materiale pubblicati su questo blog sul sex working):

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