Oltre il confine: caccia alle vittime e ai trafficanti

Dal Blog di Laura Agustìn, The Naked Anthropologist, tradotto da Gabriele, per definire quel che lei chiama Industria del Salvataggio che coinvolge interessi che speculano sulla lotta alla tratta e sul non riconoscimento del sex working per scelta:

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UKborderbordercrowd

di Laura Agustìn

Ho trascorso metà della mia vita a Londra. Solo quest’anno ci sarò stata sei o sette volte. Resto sempre colpita dalla definizione di ‘confine’: benché gli aeroporti siano già nel territorio, geograficamente parlando, l’ingresso nello Stato si considera valido solo a partire dalla frontiera legale – non sempre segnalata in modo chiaro. Confrontate le foto qui sotto: malgrado l’ordine apparente presentato dalla prima, è la seconda, così caotica e affollata, a riflettere la maggior parte dei casi.

Minaccioso, ieratico, spropositatamente grande. Il cartello dei controlli di frontiera si staglia in primo piano. A poco a poco il gregge si separa in due file: capre di qua, pecore di là. Cittadini europei da un lato e un ampio assortimento degli extracomunitari dall’altro. In fondo a sinistra, piccino piccino, il confine vero e proprio. La fiumana che di primo acchito pare un unico gruppo è in realtà composta da due rami distinti; le code sono così lunghe da rendere necessario l’uso di nastri a tornante.

Com’è risaputo, il Regno Unito non fa parte dello Spazio Schengen. I cittadini europei devono quindi sottoporsi a controlli doganali, mentre in molti Paesi continentali le frontiere sono state abolite, o al massimo ridotte a semplici caselli dal valore simbolico. Questo era esattamente l’obbiettivo del molto elogiato Acquis di Schengen. Ma si sa, i britannici non fanno testo.

Fino a qualche decennio fa la frontiera britannica non era affatto preoccupante per gli europei: si facevano una passeggiata, salutavano un controllore affabile mostrando il passaporto con disinvoltura. Poi c’è stata una serie di crisi interne e una lunga battaglia sulla necessità di stringere la corda alle dogane. Risultato: responsabili attenti e severi a esaminare i passaporti europei al computer.

Qualche giorno fa ho calcolato che il tempo di attesa per questo tipo di controllo variava dagli 8 ai 18 secondi. Può sembrare un lasso di tempo breve, ma se si pensa alla quantità di persone in attesa ci si accorge che il processo è piuttosto lento. Il calcolo l’ho fatto come passatempo mentre aspettavo nella fila degli ‘Altri’ – il Resto del Mondo – gli Esterni. Ero a Gatwick e sono rimasta in coda per un’ora intera. Davanti a me c’erano più o meno duecento persone e alcune passavano diversi minuti ai controlli. Alcuni, invece, se la cavavano con una manciata di secondi.

Sono convinta che se le discriminazioni etniche e razziali non fossero illegali la categoria ‘Altri’ verrebbe ulteriormente scremata: invece di una coda ce ne sarebbero molte, e tutti i ‘tipi loschi’, quelli che ci fanno tanta paura, finirebbero nella fila dei pariah. Per il momento ci tengono ancora tutti insieme; avanziamo a singhiozzo verso le porte del confine uno dopo l’altro.

migrantsexworkersPer ammazzare il tempo mi misi a fare un gioco: indovinare gli elementi a cui gli ufficiali fanno attenzione per capire se una persona è una vittima di tratta sessuale. Ci sono un bel po’ di volantini sull’argomento, perlopiù frutto di fantasia. La maggior parte delle linee-guida è ridicola. Mi guardai intorno e mi chiesi: forse quella donna nera che viaggia con un uomo bianco? Ma sembravano entrambi tranquilli. C’erano poi tre donne di zigomo forte: forse gli agenti avrebbero pensato che la più vecchia fosse una trafficante. Nessun sospetto invece per alcuni ragazzi che stavano a chiacchierare e ridere – se non altro, non sembravano vittime. Sembravano tutti annoiati. Quasi tutti giocavano coi cellulari o leggevano un libro.

In effetti non c’era modo di capire se qualcuno in quella lunga coda fosse stato costretto o ingannato. Gli ufficiali di frontiera facevano domande sintetiche e di default, forse nella speranza di cogliere i viaggiatori in fallo o in contraddizione flagrante. Ma chi si trova in queste code è probabile che abbia documenti ben fatti; se sono arrivati fin qui mentendo è difficile che siano degli sprovveduti. Vorrei davvero sapere quanti trafficanti e contrabbandieri vengono identificati a questo punto dei controlli.

A poco a poco, ho scritto sempre di meno su questo sito. Il mio graduale silenzio ha dato spazio a nuove voci critiche in materia di tratta e politiche governative. Un bel passo avanti, anche se molti continuano a non mettere in discussione l’idea stessa di tratta – soprattutto chi ha poca esperienza e si lascia sedurre dalla monnezza dei resoconti statali. L’origine du monde, qui origine del mondo concettuale del traffico, è la mobilità umana; fenomeno normalissimo, diffuso ovunque e sintetizzabile in tre passaggi: una persona sente di un lavoro in un luogo lontano | è interessata al lavoro | parte e si mette in viaggio. Tra i molti lavori possibili c’è pure il sex work. Alcuni parlano di prostitute migranti, altri di sex workers migranti. Persino nell’attivismo per i sex workers rights capita di origliare, di tanto in tanto, questi concetti: le politiche migratorie dei governi ricevono ancora un qualche plauso, qualche accenno col capo, quando si nomina la ‘tratta’. Eppure è quasi scomparsa la stessa parola ‘migrazione’. E ci terrei a rimarcarlo: difficile credere che i legislatori continuino a usare questo termine per le sex workers casualmente.

Il mio testo Border Thinking fu originariamente pubblicato sul sito greco ‘Re-public’, nel giugno 2008. Alcuni aspetti del mio pensiero sono cambiati in seguito – com’è naturale – ma la necessità di ripensare il concetto stesso di ‘confine’ non è tra questi. Da esso dipende interamente l’idea di ‘tratta’, la cui definizione è assai lacunosa, costellata di ambiguità e di elementi inafferrabili. Eppure se ne parla spesso come se fosse una nozione chiara, un oggetto ben definito, come un sasso o una pianta. E questo è un grave errore.

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