Le leggi sulla prostituzione e la morte delle puttane

Dal Blog di Laura Agustìn, The Naked Anthropologist, tradotto da Gabriele, per definire quel che lei chiama Industria del Salvataggio che coinvolge interessi che speculano sulla lotta alla tratta e sul non riconoscimento del sex working per scelta:

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di Laura AgustínJacobin Magazine

jineterasNon importa l’orientamento politico individuale: il sex work, lo sfruttamento sessuale, la prostituzione e la tratta finiranno sempre col rassomigliare a un nodo gordiano. Nessun problema finché ci si limita all’ascolto di una sola parte in causa e si assumono certi argomenti come necessariamente veri e immediatamente evidenti. Ma appena ci si rivolge alla fazione opposta la chiarezza sembra andare in fumo. L’intreccio di questi temi è così fitto che le contraddizioni paiono inevitabili, l’avanzamento del discorso sembra impossibile. Si viene intrappolati da una parte nei vari intrecci di mani solidali, dall’altra in un fais-ce-que-tu-voudras passato attraverso l’ideologia del ‘liberi tutti’ acritico.

Sono vent’anni che cerco di risolvere due quesiti che continuano a tormentarmi. La prima domanda è: Quale elemento della vendita di prestazioni sessuali da parte di una donna portano a giustificarne il trattamento da ‘rovinata’, radicalmente ‘altra’, incapace di parlare per sé, inattendibile, invisibile all’interno della società? L’unica risposta possibile è che tale donna è vista come portatrice di stigma. La seconda domanda nasce come corollario della prima: Perché il dibattito pubblico si concentra sulle legislazioni miranti al contenimento e al controllo di queste donne stigmatizzate invece che riconoscere loro facoltà di autodeterminazione? Per rispondere a questa domanda servono alcuni passaggi.

Sono commossa di presentare questa indagine a seguito dell’omicidio di una persona che conoscevo. Eva-Maree Kullander Smith, nota come Jasmine. Uccisa fisicamente dall’ex compagno violento e vittima della morte sociale da cui nessuna sex worker può scappare a prescindere dal modo in cui la si voglia chiamare. Subito dopo il delitto le voci degli attivisti per i diritti civili e lavorativi dei e delle sex workers si levarono ad accusa di quella stessa legislazione svedese che è spesso presentata come la migliore sulla piazza. Io mi sentii sprofondare: realizzai che il concetto di ‘Industria del Salvataggio’ – che compare frequentemente nelle mie ricerche – era molto più accurato di quanto avrei voluto immaginare.

Il numero di sex workers assassinate è spaventosamente alto, né sono trascurabili i casi di omicidi seriali. A Vancouver, tra il 1996 e il 2001, Robert Pickton uccise niente meno che 26 donne prima che alla polizia venisse in mente di cominciare a investigare. Nello stato di Washington, nel ventennio ’80-’90, Gary Ridgeway fu accusato dell’uccisione di 49 sex workers e affermò: “Ho scelto delle prostitute perché pensavo che avrei potuto ammazzarne quante volevo senza essere arrestato.” Non mancano dichiarazioni ignobili da parte di polizia e PM, tra cui le parole del Procuratore Generale nel processo a Peter Sutcliffe (1981), accusato di 13 omicidi di donne nel nord dell’Inghilterra: “Alcune erano prostitute, ma forse la parte più triste della vicenda è che alcune non lo erano.” Lo disse con ovvia noncuranza. Nessuna critica, in virtù di un sentimento diffuso che vede lo stigma attribuito alle sex workers come reale, fondato: l’idea che le prostitute siano davvero diverse dalle altre donne.

La questione di genere non va trascurata. Chi si occupa di leggi sulla prostituzione sa bene che anche molti uomini vendono sesso. Ma i legislatori non si preoccupano degli uomini, per il semplice fatto che le azioni di questi ultimi non si candidano all’ignominia che ricade invece sulle donne che praticano il sex work.

hester-prynne-wiki-image-the-scarlet-letter-james-r-osgood-co-editionStigma e delegittimazione

Molte persone hanno solo una vaga idea del significato di stigma. Può trattarsi di un segno sul corpo – un tratto fisico o un marchio. Può nascere da malattie come la lebbra, quando una persona infetta non può evitare il contagio. Il succitato Sutcliffe affermò di poter capire dal modo di camminare di una donna se si trattava di una sessualmente ‘innocente’.

Lo stigma può anche venire da alcuni comportamenti giudicati volontari, ad esempio l’assunzione di droghe. Erving Goffman ritiene che l’attribuzione dello stigma coincida con la viziatura delle identità degli individui. La società si muove nella direzione del discretido dei gruppi stigmatizzati, i cui partecipanti sono definiti ‘devianti’ o ‘anormali’. A questo marchio può seguire la morte sociale – il non-esistere agli occhi della società – se non l’eliminazione fisica vera e propria: camere a gas o omicidi seriali.

Sul finire degli anni Novanta mi chiesi come mai ci fosse una categoria di migranti, onnipresente nelle rappresentazioni mediatiche, che pure conoscevo personalmente, non figurasse mai nella letteratura accademica sui fenomeni migratori. Mi accorsi che le sex workers non venivano riconosciute come legittimi soggetti migranti, quasi ci fosse un processo incoscio a governare le scelte editoriali in materia. Forse, pensai, lo stigma associato al sex work è così forte da portare alla ‘censura’ di questo intero gruppo umano. O forse la gente pensava che la minima menzione al sesso commerciale avrebbe determinato uno slittamento in un altro campo di studi, ad esempio il femminismo. Mandai a un periodico un mio articolo sul tema, intitolato ‘La scomparsa di una categoria migratoria: le donne sex workers’. Passarono due anni e mezzo prima fosse pubblicato, probabilmente perché gli editori non trovarono nessuno disposto a rivedere il testo.

All’epoca avevo letto molti libri sulla prostituzione. La maggior parte negava a prescindere che le donne attive nel sesso commerciale potessero avere vite ordinarie, essere razionali, pragmatiche, autonome. Le ragioni erano sempre le stesse: Queste donne non capiscono quello che fanno perché poco istruite. Non hanno consapevolezza, non riescono a riconoscere l’oppressione. Fanno uso di droghe e hanno le menti annebbiate. Sedotte dai loro papponi. Manipolate dalla famiglia. Danneggiate psicologicamente – il loro giudizio è fallace a prescindere. Le migranti appartengono a culture arretrate che non offrono loro possibilità di scelta. Ci sono persone malvage che le costringono, talvolta con la forza, a viaggiare, quindi non sono vere migranti e le loro esperienze non hanno valore. Subiscono un lavaggio del cervello e non ci si può fidare delle loro parole. Tutte queste delegittimazioni portava a grandi lacune nella letteratura socio-scientifica e nelle rappresentazioni mediatiche, rendendo evidente il potere di uno stigma assai specifico: whore stigma, lo stigma della puttana. E dal momento che le identità di queste donne era compromessa, altri si sentivano in diritto di parlare per loro.

Chicago1911Industria del salvataggio, regime legale e stigma

Chi svolge una professione di sostegno è visto come l’incarnazione della ‘umanità buona’: benevolenza, compassione, altruismo. Ma le identità positive di questi assistenti si situano all’opposto di quelle intaccate dallo stigma ed è solo ai primi che si tributa il merito dei benefici: prestigio e influenza per tutti e lavoro e sicurezza per molti. È un luogo comune che gli assistenti sappiano sempre cosa fare, come aiutare gli altri, anche qualora non abbiano alcuna esperienza personale dei contesti culturale e politico-economici in cui vanno a intervenire. Notai infatti che, malgrado l’enorme numero di persone impegnate a salvare le prostitute, la condizione delle sex workers non migliora mai in maniera apprezzabile. Giunsi così a concepire una chiara nozione di Industria del Salvataggio, a cui contribuì non poco un testo dal titolo: ‘La costruzione delle identità filantropiche attraverso l’aiuto alle sex workers.’

Chi sostiene posizioni abolizioniste vede la prostituzione come una violenza sulle donne; si attivano quindi programmi di recupero e si ignora il malfunzionamento di moltissima ‘riabilitazione’, nonché i danni da essa causati. L’abolizionismo contemporaneo si rivolge soprattutto al salvataggio delle cosiddette ‘vittime di tratta’, prendendo di mira un’intera categoria umana che è ormai stata ricondotta unicamente alla narrazione della ‘vittima’. Guardando al di là di certi stendardi femministi, si possono scorgere i tratti somatici del maternalismo coloniale.

L’abolizionismo classico considerava lo ‘stigma della puttana’ come un prodotto patriarcale: una struttura in cui gli uomini dominano sulle donne dividendole in ‘per bene’ (ossia degne di prender marito) e ‘per male’ (ossia promiscue, prostitute). Sconfiggendo la prostituzione – dicevano gli abolizionisti – si metterà fine anche a questo stigma. Eppure, i movimenti contemporanei contro lo ‘slut-shaming’, la vittimizzazione e la cultura dello stupro mostrano chiaramente che l’infamia di ‘puttana’ non è riservata alle sole donne che vendono sesso, anzi. L’idea di un nesso tra la ‘lotta alla prostituzione’ e la ‘lotta allo stigma’ sembra poco fondata. Al contrario, è probabile che sia proprio l’avversione abolizionista verso la prostituzione a rafforzare lo stigma, anche grazie a un trucco: la donna che prima era vista come biasimevole trasgressora ora diventa vittima.

Questo gioco di prestigio lascia le carte intatte: in un regime proibizionista chi è coinvolto nella pratica del sesso commerciale è e resta un criminale; e lo stigma cresce e perdura. In un tale sistema, una donna che venda sesso è una vista come una fuorilegge per scelta, cosa che (se non altro) le garantisce qualche briciola di agency riconosciuta.

Diversamente, i fautori della decriminalizzazione sostengono che lo ‘stigma della puttana’ scomparirà grazie al riconoscimento e alla normalizzazione della vendita del sesso come lavoro. Non si può ancora sapere quanto tempo ci vorrà prima che lo stigma scompaia in quei Paesi che hanno decriminalizzato o regolamentato il sex work: Nuova Zelanda, Australia, Germania, Olanda. Data la forza delle radici di questo stigma, trasversale a tutte le culture, è presumibile che il movimento a svanire sia lento e disomogeneo, benché continuo. Un po’ come è accaduto e accade per lo stigma legato all’omosessualità nel mondo.

tippel2Legislazione e moralità nazionali

In un articolo accademico, dal titolo ‘Il sesso e i limiti dell’Illuminismo: l’irrazionalità dei regimi legali contro la prostituzione’, ho espresso estesamente il mio scetticismo sulle leggi in materia di prostituzione. Tutte le legislazioni proposte mirano al controllo di donne che, prima dell’avvento dell’idea di vittima, erano considerate forti, pericolose; la loro figura era associata all’idea di ribellione e rivolta. Era il carnevalesco, il mondo capovolto, il potere spirituale e l’illiceità intenzionale. Non importa il luogo o il contesto di dibattito, discutere di prostituzione significava e tutt’ora significa discutere di come gestire le donne: è meglio permettere loro di lavorare all’aperto o vanno confinate in spazi circoscritti? Quanto spesso vanno sottoposte a controlli per le malattie veneree nei bordelli? La retorica dell’aiuto e del salvataggio di cui si ammantano questi provvedimenti si sposa con le pratiche statali di controllo e punimento. Le donne sottratte ai bordelli vengono portate dritte alla stazione di polizia e le generalizzazioni su cui si fondano le leggi, generalizzazioni sempre a partire dagli scenari peggiori, portano a un gran numero di abusi da parte degli agenti ai danni della maggior parte delle persone coinvolte. Una pratica fin troppo frequente.

In teoria, il proibizionismo vuole le prostitute passibili di arresto, multa e carcerazione. L’abolizionismo, benché permetta la vendita di prestazioni, prevede una faragine di leggi, decreti legge e regolamenti che consentono alla polizia di molestare le sex workers. Il regolazionismo cerca di placare il conflitto sociale legalizzando alcune forme di sex work, ma finisce col costruire le forme lavorative non regolamentate come illegali (e solo di rado garantisce diritti alle sex workers). Non vanno poi trascurate le legislazioni eccentriche, che si fanno beffe di questi quadri teorici. Persino il liberalissimo Giappone proibisce la ‘prostituzione’, concetto riservato ai rapporti coitali. Negli ultimi anni ha preso piede un ibrido che garantisce la liceità della vendita degli atti sessuali, ma stabilisce al contempo l’illegalità dell’acquisto degli stessi. Sì, è proprio come sembra: un assurdo. Ma questa contraddizione non è infondata: si basa infatti sulla volontà di far scomparire la prostituzione indebolendo il mercato attraverso lo sradicamento della domanda. Che denota, a tutti gli effetti, la più totale ignoranza del funzionamento del mercato sessuale reale.

Il dibattito sulla prostituzione si svolge spesso in contesti nazionali dove la retorica traduce spesso istanze di retroguardia, riferendosi a nozioni essenzialistiche di moralità come se in questo mondo multiforme e meticcio fosse possibile parlare di un ‘vero carattere nazionale’, definito dai valore dei Padri Fondatori una volta per tutte. Ricordo una discussione sul tema presso la Corte Suprema del Canada in cui si affermò che la decriminalizzazione avrebbe tradito i valori della ‘comunità canadese’: “le donne hanno bisogno di essere protette dai comportamenti sessuali immorali e in particolare dalla prostituzione.” Venne poi menzionato la “forte disapprovazione morale della prostituzione stessa, nella prospettiva di una promazione della parità di genere.” La declinazione nazionale del discorso si scontra con le campagne anti-tratta, miranti a provvedimenti internazionali e, tuttavia, non esitano a sostenere le incursioni imperialiste delle ONG occidentali in territori stranieri, perlopiù in Asia, con gli Stati Uniti a portare avanti la loro consueta ingerenza nelle politiche del ‘resto del mondo’.

raymondssohoParità di genere, femminismo di Stato e intolleranza

La parità di genere è un valore ormai indiscutibilmente accettato. Ma si tratta di un’espressione così vaga e astratta da accogliere in sé una quantità di idee contrastanti, contraddittorie e talvolta decisamente autoritarie. In termini sociali, la ‘gender equality’ deriva da un ramo borghese della tradizione femminista che stabilisce un insieme preciso di valori in materia di desideri e comportamenti, soprattutto in termini di sessualità e famiglia. Cittadini e cittadine ideali saranno quelli votati a relazioni amorose monogamiche, attenti ai figli, ben inseriti nello schema della famiglia nucleare; dovranno essere in grado di contrarre debiti per acquistare immobili e pagare l’università, svolgere attività lavorative stabili e rispettare l’autorità costituita. Non importa che molti di questi punti coincidano con misure governative obsolete finalizzate al controllo della sessualità e della capacità riproduttiva delle donne: provate a mettere questo programma in discussione e vi saranno ostili. Rimane intatta l’idea che lo status quo governativo sarebbe accettabile se solo le donne avessero accesso allo stesso potere degli uomini.

Nel 1995 le Nazioni Unite cominciarono a misurare la parità di genere sulla base di tre diversi fattori: salute riproduttiva, empowerment e possibilità lavorative. Le contese su questi indicatori non hanno fine, giacché molti li considerano come decisamente inclinati a favore del concetto occidentale di ‘sviluppo umano’, fortemente legato all’idea di guadagno. (Lo stesso concetto di ‘parità’ è oggetto di ampio dibattito.) Fino a un paio di anni fa il calcolo riguardava il tasso di mortalità materna e i dati sulla fertilità adolescenziale (per quanto riguarda la salute), la percentuale di seggi parlamentari e il conseguimento di diplomi di scuola secondaria/università (per l’empowerment) e la partecipazione femminile nella forza-lavoro (per le possibilità lavorative). Guardando questi indicatori, che si concentrano su uno spettro molto ridotto di esperienze di vita, le nazione dell’Europa del Nord sembrano la terra promessa della parità, il che porta alla consuetudine di prenderle a modello in fatto di progresso.

In questi Stati si registra un certo grado di feminismo statale: un buon numero di posti governativi incaricati di favorire la parità di genere. Non so se sia inevitabile, ma è universalmente comprovato che le politiche promosse da queste sedi finiscano con l’essere intolleranti verso i femminismi ‘altri’. L’opera di semplificazione del femminismo di stato su argomenti complessi si dà in pronunciamenti calati dall’alto e presentati come la maniera corretta per leggere il mondo in chiave femminista. Non basta che diano prova di esperienza e istruzione; gli incaricati e le incaricate devono essere ben inseriti negli ambienti sociali. Non c’è da sorprendersi se la maggior parte di queste persone appartengono a generazioni per cui il femminismo era la fede in un’identità essenziale di tutte le donne, accomunate da un’unica visione del mondo. A volte il risultato sono vere e proprie esplosioni di femminismo estremista, fondamentalista e autoritario. Di cui la Svezia è un buon caso.

Jämställdhet, Photo Malinka Persson

Jämställdhet, Photo Malinka Persson

La prostituzione in Svezia

Una popolazione di nove milioni e mezzo di persone dislocata su un territorio ampissimo; il centro urbano più grande non è che una cittadina. L’inuguaglianza sociale (intesa come differenza di classe) è sempre stato un bersaglio per le politiche svedesi. Al giorno d’oggi quasi tutti sembrano middle-class, borghesi, e si comportano proprio come tali. Il modello medio è imperante e i contorni sociali piuttosto stretti: hanno pressoché tutti un lavoro stabile e/o ricevono contributi statali. Certo, l’utopia svedese della Folkhemmet – la Casa del Popolo – non è mai stata raggiunta; eppure il segno di questa rimane nel potente immaginario onirico-simbolico di consenso unanime e pace sociale. Molti credono che lo Stato svedese sia neutrale se non addiritura umanitario (anche se, si sa, niente è perfetto).

Tramontata la distinzione di classe fu la disuguaglianza di genere a finire nel mirino dell’azione sociale (le differenze etnico-razziali erano una questione minore prima dei recenti flussi migratori). Si pose l’accento sulla prostituzione, che divenne argomento di ricerca governativa a partire dai ’70. Negli anni ’90 i arrivò a pensare che sradicare la prostituzione fosse un passo necessario verso il conseguimento della parità; sembrava inoltre possibile in una società di dimensioni ridotte. La soluzione fu il divieto di acquisto di prestazioni sessuali, pensato come un reato tipicamente maschile, mentre si continuava a permettere la vendita di sesso (perché le donne, essendo vittime, non devono essere criminalizzate). Per veicolare quest’idea si ricorse a un messaggio semplice. Non tanto arresti e incarcerazioni, ma un’affermazione forte e chiara: In Svezia non vogliamo la prostituzione. Chiunque sia coinvolto in attività di acquisto o vendita di prestazioni sessuali (su questo nessuna distinzione), meglio che abbandoni immediatamente questa condotta nociva ed entri a far parte nella nostra società paritaria.

L’idea che la prostituzione sia intrinsecamente nociva ha permeato il dibattito politico per decenni: un eventuale rifiuto di tale invito governativo apparirebbe frutto di errore o perversione. L’auspicio della scomparsa della prostituzione non sembra opera di femministe dittatrici, ma – come nel caso della fine degli stuupri – una necessità ovvia. Inoltre, la prostituzione sembra inconcepibile, così inutile, in uno stato a così basso tasso di povertà.

Probabilmente gli assistenti sociali in contatto con Eva-Maree condividevano queste opinioni. Non possiamo sapere molto della pluriennale battaglia per l’affido dei figli che fu costretta a sostenere con l’ex compagno. Non sappiamo nemmeno chi dei due fosse il genitore migliore. Ma sappiamo ciò che le dissero gli assistenti: Non capisci che ti fai del male vendendo sesso. Non ci sono documenti ufficiali a sancire che una prostituta non possa avere i figli in affido, ma i processi comportano sempre la valutazione dei genitori. Lo ‘stigma della puttana’ non poteva non influenzare la decisione. Per gli assistenti, l’identità di Eva-Maree era rovinata; era una madre cattiva sulla base di considerazioni psico-sociali. Lei continuò comunque a lottare per il diritto alla maternità e portò avanti il caso con l’aiuto delle autorità giudiziarie. L’ex compagno, a quel punto, si infuriò al pensiero che una escort potesse godere di diritti e decise di fare ciò che poteva per impedirlo. Il ricorso fu chiuso il giorno della sua morte. Le norme procedurali non permettono ai disputanti di incontrarsi durante gli orari di visita controllata ai bambini.

Un resoconto del 2010 sulla criminalizzazione dell’acquisto fa riferimento allo stigma in relazione alle testimonianze delle sex workers.

Le persone ‘danneggiate’ dalla prostituzione affermano che la criminalizzazione ha rafforzato lo stigma legato alla vendita di sesso. Dichiarano di aver scelto liberamente di prostituirsi e di non sentirsi esposte a nulla volontariamente. Anche se quello che fanno – vendere prestazioni sessuali – non è affatto illegale, dicono di sentirsi perseguitate dalla polizia. Si sentono private della propria autonomia perché, pur essendo le loro azioni tollerate, la loro volontà e le loro scelte non sono rispettate.

Il resoconto si conclude riconoscendo che questi effetti negativi “devono sembrare invece una conquista per chi assume la prospettiva di una legge mirata a sconfiggere la prostituzione”. Chi come me si addolora per la morte di Eva-Maree riterrà queste parole crudeli; eppure compaiono in un documento di valutazione degli effetti della valutazione. I redattori non sono stati in grado di provare alcun effetto realmente positivo; l’aumento dello stigma è stato se non altro una conseguenza.

Il rafforzamento dello stigma ha forse scoraggiato le donne che volevano praticare il sex work, o ha realmente ridotto la domanda maschile? Forse – chissà. Nessuna stima può realmente testimoniare un risultato simile. Piuttosto, il testo svedese originale, di 295 pagine, ricostruisce il contesto storico, si dilunga in descrizioni ripetitive del progetto e riporta dettagli amministrativi. Ci sono state voci di una diminuzione della tratta a partire dalla promulgazione della legge, ma nessuna di queste può dirsi fondata. Anche perché non sono disponibili i dati risalenti al periodo precedente alla legislazione, cosa che rende ogni paragone impossibile.

La morale della storia non è – ovviamente – che le leggi svedesi hanno causato la morte di una donna, né tantomeno che un’altra legge avrebbe potuto impedirlo. Lo ‘stigma della puttana’ esiste ovunque, sotto ogni regime legale. Ma il modello svedese ha fornito a questo stigma una nuova veste razionale, utile per i giudici e gli assistenti sociali; il timbro governativo sulla carta di un pregiudizio secolare. Può darsi che l’ira del partner nel saperla una escort derivasse dalle sue origini ugandesi; ma di certo la Svezia non gli ha dato alcun incentivo a guardarla con altri occhi.

Alcuni hanno detto che l’omicidio è stato solo l’ennesimo caso di violenza da parte di un uomo che si sentiva in diritto di impedirle di vedere i suoi figli. Su questa linea potremmo dire che la legge è davvero progressista, perché combatte l’egemonia maschile e promuove la parità di genere. È proprio questo a far infuriare i fautori dei diritti delle sex workers: che il ‘modello svedese’ sia continuamente presentato come panacea contro tutti gli antichi mali della prostituzione, anche nella totale assenza di prove. Ma a chi abbraccia l’abolizionismo come ideologia non importa molto delle prove.

walkingwomanNostra Signora dei media

Il modo in cui i media presentano questi fatti di cronaca influisce grandemente sulle dinamiche di riproduzione dello stigma. Si possono registrare variazioni a seconda dei contesti locali. La stampa svedese, ad esempio, non ha menzionato il lavoro di Eva-Maree per timore di dare adito a un victim-blaming che infasse il suo nome. Ma nel caso degli omicidi di Ipswich, Inghilterra, la parola ‘prostitute’ è comparsa così frequentemente nei media che i parenti delle vittime hanno espressamente richiesto l’uso dell’espressione ‘sex workers’. Nel 2013 la stampa americana ha descritto un gran numero di donne morte presso Long Island, New York, come “intercambiabili – anime perdute che se ne erano andate, in un certo senso, molto prima della scomparsa fisica.” (Robert Kolker, New York Times, 29 June 2013). Un altro fatto di cronaca, nei pressi di Melbour, Australia, ha visto una donna uccisa chiamata ‘la prostituta di St Kilda’ piuttosto che ‘sex worker’ o, semplicemente, ‘donna’. E l’Australia è un Paese in cui il concetto di sex work sta muovendo i primi passi verso la normalizzazione. Questi esempi sono tutti tratti da cronache mainstream, articoli online postati e ripostati di continuo che battono il chiodo degli stereotipi.

Anche le foto allegate agli articoli sul sesso commerciale fanno ricorso ad archetipi: donne appoggiate ai finestrini delle macchine, sedute su sgabelli di qualche locale, in piedi ne traffico – sottolineando le gambe, i tacchi e le calze a rete. Queste scelte non dipendono dalla pigrizia degli editori. Servono a suggerire ai lettori, ancor prima del titolo, l’argomento degli articoli: donne il cui abbigliamento è segno visibile di una macchia interiore. Allo stesso modo, quando scrittori ed editori usano forme linguistiche stereotipate – ‘universo segreto’, ‘vicoli bui’, ‘infanzie rubate’, ‘bassifondi’, ‘frutto proibito’ – non fanno soltanto del sensazionalismo, ma vanno proprio a mettere in evidenza lo stigma: Volete sapere di cosa parla l’articolo? Del disgustoso e pericoloso mondo, del mondo eterno ed eccitante delle puttane.

Alexander_Gordian_Knot_AltomonteTagliando il nodo

Non molto tempo fa sono stata invitata a parlare alla Fiera del Libro Anarchica di Dublino sul lavoro sessuale in quanto lavoro. All’annuncio su Facebook della mia partecipazione è subito seguita un’ondata di invettive violente: ospitare una mia conferenza sarebbe stato un gesto anti-femminista, contrario al socialismo, un tradimento dell’anarchia. Così scrissi il testo ‘Parlare del sex work senza gli –ismi’ per chiarire perché mi sarei rifiutata di parlare di femminismo a Dublino. Non sono interessata alle utopie e dopo vent’anni nel campo desidero soltanto discutere di come migliorare la situazione nel pratico, qui e ora. Non c’è legislazione in materia di sex work in grado di abbracciare la proliferazione di attività del mercato odierno, o di rendere conto di tutte le sfumature che riguardano le scelte e le soddisfazioni delle sex workers. I rapporti sessuali non possono essere fissati né corretti dalle politiche per la parità di genere. Se fossi Alessandro il Grande di fronte al Nodo, lo taglierei dicendo: Ogni discussione, da questo momento in poi, partirà dal presupposto che non siamo d’accordo. Cercheremo una varietà di soluzioni, in grado di accordarsi alla varietà delle opinioni in campo. Non discuteremo di quale sia la posizione ideologica migliore. E soprattutto, ci convinceremo che le donne dicono quello che intendono.

Leggi anche (di Laura Agustìn):

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