Una riflessione sul caso de Il Resto del Carlino

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Lui scrive:

Cara Eretica,

Ti scrivo perché sono piuttosto deluso, per quanto non sorpreso, dell’epilogo che la polemica suscitata dal titolo del Quotidiano Sportivo sulle arciere “cicciottelle” ha avuto – vale a dire il licenziamento del direttore della testata a seguito, tra le altre cose, di una lettera aperta del presidente della Federazione italiana Tiro con l’Arco. Mi pare, infatti, che si tratti di una conclusione un po’ pilatesca, che tenta di trovare in un rimedio individuale piuttosto aspro – l’interruzione di un rapporto di lavoro – il modo per non dover guardare i problemi strutturali di cui questo episodio è l’ennesimo sintomo.

Credo vada posta, innanzi tutto, la questione dell’immaginario patriarcale che ci portiamo dietro non come difetto individuale, ma in quanto dispositivo sociale. Le radici di questo dispositivo sono talmente profonde che se ne possono ritrovare delle tracce persino in quel documento – la missiva del presidente FITARCO – che in questa vicenda ha giustamente tentato di porsi come garante della dignità delle atlete. Nel testo si legge: “Quella di ieri è stata per l’Italia femminile una vera impresa e ridurre il tutto con un titolo che le definisce delle semplici “cicciottelle” lo consideriamo davvero di cattivo gusto”. La buona fede del passaggio è indiscutibile, ma come non avvertire una certa tensione nel leggere quell’aggettivo, semplici? Le arciere sono delle professioniste, dei punti di riferimento nella propria disciplina, non delle semplici cicciottelle. L’impressione – ripeto: non voluta – che se ne trae è che ad essere semplicemente delle cicciottelle – delle persone con una certa conformazione fisica non altrettanto eccellenti nel proprio ambito, poniamo – ci sia qualcosa di sbagliato.

Ad un livello più serio, è difficile credere che sia un caso che, con un giornalismo – non solo sportivo – avvezzo al sessismo ed al body-shaming quanto quello italiano, si sia giunt* per la prima volta ad un esito così serio – la rimozione del direttore di un quotidiano – proprio in occasione di un titolo che metteva in risalto l’aspetto fisico delle sportive in questione con una connotazione negativa. Di titoli di segno opposto – come quello, molto rilanciato in queste ore, proposto da Libero su una schermitrice olimpionica (“Rossella Fiamingo, argento a Rio e oro in bikini: le foto da urlo, lato b disegnato col compasso”) – ne leggiamo moltissimi da anni, soprattutto nelle edizioni online, ma non sembrano aver sollevato lo stesso malcontento generalizzato. Forse che certe forme di reificazione siano migliori di altre? Sembra quasi che, per parte dell’opinione pubblica, scrivere “argento a Rio e oro in bikini” (la gerarchia di valori, a voler essere pedanti, risulta chiarissima) sia un complimento un po’ scomposto, mentre “cicciottella” un grave insulto. Si rischia di perdere d’occhio, così, l’elemento dirimente: l’appiattimento retorico delle donne con visibilità pubblica sulla loro conformità o meno a determinati canoni di apparenza.

Altri due aspetti, meno frequenti in discussioni su queste tematiche, andrebbero forse sottolineati.

Il primo riguarda il fatto che i regimi di visibilità ed invisibilità sono sempre articolazioni di rapporti di potere: ciò che è costruito come visibile o meno non lo è quasi mai per ragioni intrinseche. Il fatto che un fondoschiena “disegnato col compasso” di una sportiva tenda a costituire una notizia, mentre – che so – una eventuale passione per il volontariato della stessa no, non è scritto nel firmamento, ma è il risultato di decisioni – prendere le quali costituisce che una delle prime declinazioni di quanto chiamiamo potere. Si può essere vittime – lo sanno bene, ad esempio li/le transessuali e transgender – tanto di una cancellazione dall’orizzonte dell’intelligibile (se sono una persona con un’identità di genere femminile ma dei genitali maschili, verso quale stanza d’ospedale, o struttura carceraria, o toilette, sarò indirizzata?), quanto di una iper-visibilità oppressiva (si pensi a chi subisce il revenge porn, o a chi è obbligat* a rendere nota la propria transizione di genere in determinate circostanze).

Il secondo aspetto riguarda l’uso mediatico che si fa dei corpi: oggetti da esporre fino all’inverosimile se possono suscitare desiderio, entità da nascondere o tacere quando ci ricordano la nostra vulnerabilità, la nostra dipendenza dagli altr*, il nostro essere fatti e disfatti da ciò che altri esseri umani dicono e pensano di noi. Quel corpo bisognoso di cura – ripartita iniquamente, in Italia e non solo -, di affetto, di riconoscimento – in ultima analisi, quel corpo mortale che ci rende, proprio in quanto vulnerabile, responsabili nei nostri rapporti con l’alterità. Abbiamo un bisogno quanto mai acuto di forzare i confini retorici che oggi imbrigliano la rappresentazione dei corpi e la loro capacità espressiva.

In un contesto così complesso, additare i singoli e continuare come se null’altro fosse mi pare l’ennesimo, goffo tentativo di dare una soluzione biografica ad una problematica sistemica.

Da parte mia, un ringraziamento sentito per il tuo contributo nel portare alla luce la complessità di questa e di altre situazioni.

Franco

 

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