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Accettarsi e piacersi di più per rivoluzionare la propria vita

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Lei scrive:

Cara Eretica,

non voglio fare la lista pietosa di quello che non va nella mia vita, perché come tante altre io sono forte, e se ogni tanto piango è perché piangere fa bene ed è diverso da piagnucolare, con tutto il rispetto per chi lo fa. Ho pianto quando, uscendo dall’ufficio in cui avevo lavorato per dodici anni, con una lettera di licenziamento in mano, mi sono fermata un attimo a farmi scaldare dal sole pensando che quella fosse la giornata giusta per ripartire. Ho pianto ogni volta che cadendo mi sono fatta male e quando a pugni stretti mi sono rialzata. Chissà perché si ha del pianto un’opinione così brutta, quando le lacrime sono preludio di grandi battaglie, rappresentano crescita intima e collettiva e quando il pianto si trasforma consapevolmente in urlo, se ad urlare siamo in tanti, allora diventa l’arma più potente che ci sia.

Sono stata licenziata perché uno dei soci dell’ufficio voleva scoparmi ma io gli ho detto di no. Avrei potuto farlo, e con ciò non prendo le distanze da chi sceglie in modo diverso, anzi, ho rispetto di tutte, ma mi sono detta che non ne valeva la pena. Il mio ex datore di lavoro diceva sempre qualcosa che mi mortificava intimamente. L’ho sopportato per dodici anni mentre osservava il mio culo grosso o i miei polpacci da calciatore, mentre sfotteva il mio taglio di capelli o la piega tra i miei seni. Giorno dopo giorno, goccia dopo goccia, mi ha fatto diventare come una pietra erosa dalle onde, e come quella pietra sono diventata liscia, perfino più bella ai miei occhi, perché tanta merda mi aveva dato la forza per lasciarmi scivolare tutto addosso.

Quando ho deciso di dimagrire l’ho fatto perché volevo vedermi diversa e non per quello che diceva lui. Ho cominciato a mangiare meno, e non nego che è stato complicato e capisco tutte quelle donne che non ce la fanno, perché il corpo non va esattamente come vogliamo noi. Non è stata questione di forza di volontà ma di culo. Il mio corpo ha risposto bene alla dieta, la tiroide funzionava ancora, non me ne fregava niente di smagliature e cellulite e volevo solo avere un rapporto diverso con il mio corpo. Toccarlo e sentirlo senza la mediazione del mio ex che mi diceva “sei bellissima” anche se io non mi piacevo. Non erano i chili a rendermi insoddisfatta ma una sorta di precarietà generale che coinvolgeva tutta la mia vita. Mi sentivo prigioniera di tante indecisioni: un lavoro che non mi piaceva, un fidanzato che non amavo più, un corpo che era lo specchio di una sopravvivenza vissuta sobriamente ma pur sempre di sopravvivenza si trattava.

Allora, quando non avevo ancora il coraggio di lasciare il lavoro e il mio ex, terrorizzata di non trovare nulla varcato l’orizzonte, la mia battaglia è cominciata riappropriandomi del mio corpo. Ho cominciato a sentirmi, farmi massaggi, toccarmi, e mi sono iscritta in palestra per andare in piscina. Tre volte a settimana nuotavo senza pensare a niente. Mi sentivo leggera e nel frattempo il mio corpo assumeva un’altra postura. Cambiavo senza accorgermene e quel capo che prima mi disprezzava cominciò a molestarmi, perché pensava, lo stronzo, che avrei dovuto essere grata per le sue attenzioni, come se finalmente meritassi il suo timbro di fabbrica. Gli dissi no. Lo minacciai di denuncia. Mi disse che mi avrebbe licenziata e non avendo giusta causa feci vertenza e lui dovette sborsare un botto di soldi per risarcirmi. Avrei potuto essere reintegrata ma ho detto di no. Io non volevo stare più lì.

Il passo seguente fu quello con il mio ex che vedendomi forse più sicura di me, più spigliata, divenne ansioso e gelosissimo. Stava con me solo perché aveva paura, in fondo, di stare con una “più bella”. Lo lasciai e ricominciai il mio cammino. Con i soldi della vertenza decisi di andare all’estero e ci sono rimasta. Ho trovato un lavoro, nulla di speciale, ma sto bene e mi sono riappropriata del mio corpo, del mio tempo, della mia vita e della mia sessualità. Non voglio che si pensi alla mia lettera come ad un inno del corpo sano, perché tutto è individuale, soggettivo, e altre riescono in rivoluzioni anche più coraggiose senza soffrire di mancanza di autostima e senza rintanarsi in nessun posto per il timore di essere considerate, come ha scritto qualche tuo stronzo e indesiderato commentatore in questi giorni, “inchiavabili”.

Della inchiavabilità non mi sono mai preoccupata perché il punto è che io ho dei gusti precisi e non considero tutte le persone degne di essere “chiavate”, oltretutto oggi mi piacciono di più le donne e di quello che dice uno stronzo qualunque me ne frego. Ho ricominciato da zero, da dieci, non lo so, ma la pelle e il mio corpo sono stati il mio terreno di battaglia. E così come all’inizio ti ho parlato del valore del pianto ora ti parlo del valore della risata, sincera, schietta, del ritrovato gusto di fare autoironia e fottersene di tutto, e giuro che da quando rido di più c’è poca gente o nessuno a ridere di me. Mi sento orgogliosa delle mie conquiste e della forza che ho avuto nel rivoluzionare la mia vita. Io sto meglio e in tutto questo tempo mi ha accompagnato la lettura del tuo blog e della tua pagina. Tu forse non ti ricorderai ma in un post, tempo fa, avevi scritto che la staticità ci consuma e che il caos è fonte di cambiamenti, è lo spazio in cui si genera il genio, e non avevo capito quello che dicevi fintanto che non mi è successo di vedere la mia vita totalmente caotica, senza nessuna certezza, eppure mai come in quel momento mi sono sentita creativa, curiosa e viva. In quel momento mi sono ricordata di quella frase e mi sono sentita bene con me stessa. Perciò grazie per la tua incrollabile fiducia nell’umanità, per l’empatia che dimostri, per la tua sensibile disponibilità a far entrare persone alle quali cambi la vita – o contribuisci a cambiarla – anche se forse non te ne rendi conto. Ti dedico tutta la mia riconoscenza e una carezza leggera per dirti che non ti conosco ma è come se ti conoscessi e vedo in te una persona bella e fragile. Una come me, come noi. Grazie perché ci sei.

Un abbraccio

L.”

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