Il racconto del mio aborto

Lei scrive:

Cara Eretica, è tanto che penso di scriverti. Vorrei raccontarti del mio aborto. È solo la mia esperienza, è solo un’altra voce che si aggiunge a tutte quelle che qui trovano uno spazio per raccontarsi.

Avevo vent’anni e credevo di sapere tutto su riproduzione e contraccezione. Avevo vent’anni, ero innamorata e mi sentivo invincibile. Credevo che certe cose non potessero succedere proprio a me. È stato uno dei pochissimi atti di leggerezza della mia vita: non abbiamo usato il preservativo. Ho fatto, abbiamo fatto una cazzata.

Dopo una settimana di ritardo, ho fatto il test di gravidanza: positivo. Sapevo esattamente cosa fare, ho chiamato il consultorio e ho detto che volevo abortire. Simpatico come tutti usassero l’acronimo IVG e nessuno la parola aborto. L’alternativa non l’ho neanche presa in considerazione. Dopo pochi mesi sarei partita per un semestre di studio all’estero. Non avevo alcuna intenzione di rinunciarvi. E comunque, non volevo un figlio, non a vent’anni, non con lui, non senza indipendenza economica…

Al consultorio del paese dove abitavo mi hanno consigliato di andare in città. “Sai è più grande, non ti conoscono” Come se fosse una vergogna e non un mio diritto.

Tra quella chiamata e il giorno dell’operazione é passato piú di un mese. Quanto é bastato per superare il limite consentito per abortire con la RU 486. Aborto chirurgico dunque. Anestesia locale, perché le lezioni in universitá non le volevo saltare.

Ricordo l’attesa, ognuna su una barella, con l’anestia che iniziava a fare effetto. Fuori una, dentro l’altra. C’era una donna, vicino a me, madre di due bambine, piangeva. Sentivo i lamenti di dolore delle donne in sala operatoria. E io nella testa mi ripetevo che dovevo essere forte, che non dovevo piangere. Il dolore é stato fortissimo, mi sembrava che mi stessero strappando via gli organi interni, che mi volessero rovesciare, come si fa con i vestiti. Ho urlato, imprecato, implorato che bloccassero tutto. Qualche ora dopo ero a lezione. Un mese dopo ho ricominciato a fare sport. Due mesi dopo sono partita.

Ci ho messo un anno a raccontarlo a qualcuno. Avevo paura del giudizio dei miei genitori, non sulla mia decisione di abortire, ma sull’essere rimasta incinta. Sono sempre stati orgogliosi di me, non ne avevo mai sbagliata una. Il nostro rapporto si basava su fiducia e rispetto. Ero sicura che avrei perso entrambi, se avessero saputo. Mi avrebbero considerato una stupida, un’irresponsabile, mi avrebbero tolto tutto. Del resto io stessa mi vedevo così. Dopo un anno ho capito però che siamo fatti non solo dei nostri successi, ma anche dei nostri errori e se qualcuno ci vuole bene davvero, ci vuole bene nella nostra interezza. Sarà una conclusione banale, ma per me, che sono cresciuta con la pressione dell’essere perfetta, banale non lo è affatto. Così ho raccontato tutto ai miei genitori e agli amici più stretti. Mi sono tolta un bel peso e ho avuto la conferma di essere circondata da persone meravigliose, che non mi hanno giudicata e anzi mi hanno dato dimostrazione di grandissimo affetto.

A distanza di tre anni, non sono per niente pentita di aver abortito. E sono abbastanza sicura che no, non mi pentirò neanche in futuro. E no, non è stata una scelta difficile e sofferta. Non me ne vergogno, non ho commesso reati, non ho fatto nulla che andasse contro la mia etica e non ho fatto male a nessuno. Sono un essere umano, e gli esseri umani fanno delle cazzate ogni tanto.
Può sembrare che abbia vissuto il tutto con estrema leggerezza, non è così: quando ho realizzato di essere incinta sono crollata. Ma quando sbagli non puoi tornare indietro, puoi solo andare avanti. Ho reagito con freddezza: io un figlio non lo volevo e abortire è stata la naturale conseguenza. Era necessario, non poteva essere altrimenti. Abortire per me è stato un atto di responsabilità e di coraggio, tanto più che ho fatto tutto da sola, il mio ragazzo pur essendo presente, non è stato particolarmente di supporto. E non è stato sempre facile, le domande del ginecologo, gli sguardi delle infermiere, delle altre donne nelle sale di attesa.

Ci vuole molta forza e convinzione per non sentirsi una merda, ci vuole una buona dose di strafottenza per guardare dritto negli occhi una persona che ti sta velatamente giudicando. Ho trovato pochissima empatia, mi sono sentita un numero, una statistica. Lo capisco: se lavori in uno dei pochi ospedali dove si può abortire, se sei l’unico ginecologo non obiettore, non deve essere facilissimo trattare con umanità tutte le pazienti.
E mi sento fortunata a vivere in un paese in cui le donne possono (ancora) abortire in sicurezza e ringrazio chi ha lottato per questo diritto: teniamocelo stretto. E voi, che pur difendete il diritto all’aborto, non dite che prima o poi dovrò farci i conti, soprattutto se non ci siete passat*. Non giudicate, non esprimetevi, non applicate la vostra visione alle vite altrui, ascoltate e basta: ognuno ha la sua storia e la affronta secondo la propria sensibilità.

Grazie a te e a chi ti segue, per darmi sempre nuovi punti di vista e nuovi motivi per riflettere.

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