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#BodyLiberationFront – Il Mio Corpo

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Salve, sono E., l’autrice del “Diario di una famiglia tradizionale”. Questo è il mio contributo, a modo mio, alla campagna #BodyLiberationFront

Il Mio Corpo

Vieni qui. Tu che insulti, deridi e sposti lo sguardo. Stai in piedi davanti a me. Questo è il mio corpo. Resta in ascolto. Lascia che io prenda la tua mano, lasciami guidare le tue dita. Le accompagnerò con dedita e severa lentezza, senza indugi. Non aver paura, stai qui. Poggia i polpastrelli sul dorso dei miei piedi, percorrine il sentiero collinare, sosta solo un attimo dove la carne si fa morbida nei minuscoli avvallamenti, nei tratturi angusti tra i fasci di nervi nodosi. Chiudi gli occhi. Accarezzami. Poggia i palmi delle tue mani sulle piante dei miei piedi. Sono piedi che hanno attraversato le larghe spiagge della Normandia sotto cirri di nubi lucide come lastre di metallo, sono piedi che si sono arrampicati sui camini delle fate in Cappadocia, che si sono fatti strada tra le piantagioni di tabacco cubane. Sono piedi un po’ rugosi, screpolati. Lascia che le linee della vita sui tuoi palmi sentano le minute escoriazioni del mio incedere curioso e stupito tra i paesaggi del mondo, permetti loro di esercitare una pressione lenta sui duroni, sui piccoli calli. Avvicina le labbra ai talloni: saggiane la consistenza da sassolino d’acqua dolce. Baciali. Sentirai la polvere dorata dei sentieri al tramonto. Sentirai odore di asfalto, di città. Assaggia meglio, lecca tutti gli strati, lentamente, non avere fretta. La senti la nenia di cellule, a milioni, che sono appassite, come fiorellini di campo dimenticati sul tavolo della veranda, e la senti la danza della pelle che si rigenera senza tregua, smemorata e infaticabile? Lo senti che ogni screpolatura ha un luogo da raccontarti?

Allora lasciati ancora guidare. Qui c’è la caviglia sinistra. Tieni gli occhi chiusi: sentirai l’eco di una frattura lontana. Sentirai il pianto di una bambina sulla brecciolina rossa di un campo da tennis. E se affondi meglio le dita sentirai l’orlo roccioso e frastagliato di un’altra minuscola crepa dell’osso, e risuoneranno dentro te le voci allegre e concitate di un gruppo di amici brilli dopo l’esame di maturità. Ora puoi giocare con la mia cavigliera. So che ora stai tremando. So che avverti quello che avverto io: un incauto pegno di appartenenza. Desiderio che tiene svegli la notte. Dita che scivolano dentro e sostano lì, monito fiero, vibrazioni che intonano una musica muta tra due corpi avvinti e lontani.

Ora sali su. Accarezzami le gambe. Fallo per ore. Sentirai tutto lo scherno, la derisione, le beffe. Gambe stecchino, gambe storte. Sentirai ancora tutto il sudore rappreso delle mille estati in cui le ho tenute celate sotto gonne lunghe e pantaloni larghi, come ombrelli cinesi di carta velina. Sentirai un dolore umido, scivoloso. Soffermati lì, non andare avanti. Continua ad accarezzarmi. Non avere paura. E’ il mio dolore. Non ti farà del male, se tu smetti di farne a me. Sfiora questo dolore con i tuoi polpastrelli: sa di vergogna, imbarazzo, disagio. Non ti fermare. C’è altro. Apri gli occhi. Ora la vedi la lucentezza, il riverbero del sole, il sollievo della tramontana. Ora sono gambe e dolore esposti, timori che hanno lasciato un segno, come di corda bagnata durante i miei giochi erotici, ma ora sono andati via. Sono gambe benedette. Chinati a leccarle. Sanno di terra, sale, alga e menta. Somigliano alla mia terra. Brune, con le vene in evidenza come una mappa lasciata lì perché tu possa orientarti, ispide per i peli che ricrescono e disegnano millimetriche ombre per darti ristoro nei mezzogiorni afosi in cui tu non hai conosciuto la bellezza.

Ora apro un po’ le gambe. Ti prendo la mano e la poggio sulla mia fica. Non chiudere gli occhi. Respira assieme a lei. So che vuoi scappare. Ma non lo farai. E’ troppo per te. Lo so. Ma resterai qui. Qui dove sono passate dite, peni, bambini, vibratori, placente, sperma, lingue, code di frustra, sangue mestruale, feti abortiti, salive, punti chirurgici, disinfettanti, mani guantate, olii d’oriente, catenelle e morsetti, strisce di velluto. Qui dove ho goduto di godimenti lontani dalle estetiche, dalle etiche e dalle pratiche. Qui dove sono stata offesa da una mano violenta. Qui, stai qui, premi, non temere. La senti quanta vita?

Ti prendo di nuovo le mani e le accompagno lungo i miei fianchi. Sono le anse del torrente montano in cui mi sono tuffata nuda. Senti com’è gelida l’acqua, senti come incessante borbotta sui miei fianchi striminziti la corrente sorgiva dei miei tuffi scomposti e spensierati? Bevi, prendi fiato, dissetati. Avvicina le labbra e mordimi, succhia. Senti i lucci, i ramoscelli, le lenze dei pescatori. Poggia qui la guancia e addormentati un po’.

Accarezza il mio ventre da madre. Sì, lo so che senti la morte. Non averne paura. E’ stato un ventre sterile, un ventre che ha espulso prematuramente, ed è stato un ventre fecondo. Tutto, nel mio ventre, è stato lampo e black out, tempesta elettrica e guscio di cocco, materia nutriente e pagine di pergamena essiccate al sole. Vita accudita e fatta crescere. Morte giunta ad aprire crateri vulcanici che accarezzo con te, per lenire lo sgomento, per addolcire il terrore. E se, a questo punto, tu continui a vedere solo le smagliature, le imperfezioni, la pelle che si adagia, io ti porto altrove. Non so arrendermi, anche in questa estate di miracoli rimandati in cui sto perdendo di nuovo quota e sto perdendo di nuovo peso.

Prendi tra le mani i miei seni. C’è ancora profumo di latte, se avvicini il tuo viso. Ci sono lividi,rossori, l’impronta delle corde durante il sesso. Mi piace e godo quando vengono schiaffeggiati, tirati, premuti, legati, esposti. Ma c’è stato un tempo, da ragazzina, in cui hai preso in giro le mie tette troppo grosse su un corpo gracilissimo ed io le fasciavo strette con un bendaggio che mi lasciava appena il fiato per respirare. Ora guardami: tolgo le bende, i miei seni guizzano fuori come scoiattoli da una tana, sono floridi, saettanti. Ora li porto in giro fiera, impavida, impudica. Non mi hai avuto come volevi tu. Hai perso. Adesso resta in silenzio, non parlare.

E se, ora, passi la lingua lungo le mie ascelle scoprirai che sono nata sul mare. Vedi quanto hanno da raccontare i corpi?

Hai chiamato libellula questo corpo per dileggio. Vorrei poterti dire che ora tutto è passato. Ma le mie cicatrici le hai sentite. E adesso, in questa estate senza miracoli, ora che ho di nuovo smesso di mangiare, che ho di nuovo smesso di scrivere, e che perdo peso e quota, ora che il mio corpo – quello che vedi e che ti ho fatto attraversare con la punta delle dita – sta di nuovo urlando aiuto contro la stratosfera dei desideri inesauditi e di un dolore che non mi riesce più di mettere su carta, ora, in questo preciso istante, ti mando via. Resto qui, ad urlare, sola e inascoltata. E sto di nuovo perdendo quota, sto di nuovo perdendo peso.

Per leggere quel che ha raccontato e ci racconta: seguite la categoria Diario Di Una Famiglia Tradizionale

Per saperne di più della campagna di comunicazione leggi QUI

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