Marina Abramovic: la scelta di abortire è solo affar suo

Marina Abramovic nella performance ‘The Biography Remix’ diretta da Michael Laub (10 luglio 2005)

Marina Abramovic nella performance ‘The Biography Remix’ diretta da Michael Laub (10 luglio 2005)

 

Marina Abramovic ha dichiarato di aver praticato tre aborti per portare avanti la sua carriera. L’artista è stata insultata da migliaia di antiabortist* che ovviamente hanno gettato fango prendendosela solo con lei. Di quel che gli eventuali inseminatori d’occasione abbiano fatto o meno non se ne è curat@ nessun@. I commentatori, anzi, i linciatori e le linciatrici si sono improvvisati medici, farmacisti, ginecologi, ostetrici e via così. Hanno detto che è imperdonabile che LEI non sia stata attenta. Imperdonabile che LEI non usasse contraccettivi, e questa cosa la dice chi esige l’obiezione di coscienza anche per la vendita di contraccettivi, pillole, inclusi quelli di emergenza, del giorno o dei cinque giorni dopo.

Imperdonabile che LEI abbia scelto la carriera e non abbia voluto accettare di fare la madre o, perlomeno, di portare avanti le tre gravidanze per poi dare i figli in adozione. E qui arriva l’altra contraddizione. Se lei fosse stata una donna prestata alla Gestazione per Altri allora gli antiabortisti avrebbero detto che la gravidanza è un rischio per la donna, non è una scelta come un’altra e che c’è l’attaccamento materno, tutte quelle cose naturali note solo agli antiabortisti e dunque una che si presta per la Gpa diventa una vittima, sfruttata del sistema. Invece essere macchina riproduttiva per soddisfare il mercato delle adozioni, costoso a quel che dicono, oltre che burocraticamente farraginoso, con le case famiglia che non hanno grandi motivazioni per rinunciare al finanziamento che lo Stato concede per ogni bambino in istituto, tutto questo, insomma, invece va bene. Bella coerenza.

Imperdonabile che LEI, addirittura, dopo il primo aborto non abbia smesso di trombare o non abbia chiuso le tube. Di sterilizzazione o precauzioni maschili non si parla mai. E’ lei che porta la colpa e dunque è LEI quella da lapidare.

Quello che io chiedo a voi è:

1] che cazzo ve ne frega?

2] che cazzo ve ne frega?

3] che cazzo ve ne frega?

In sintesi: perché vi occupate degli affari e delle scelte altrui? Allora qui arriva la solita arringa giustificazionista per ogni insulto o pratica linciante sui social. Lei l’ha reso pubblico e dunque doveva aspettarsi le “critiche”. Insultarla non è critica e sulle scelte altrui non si fanno critiche. Il fatto che tu ti senta giustificata a insultarla, perché lei si è esposta in pubblico, vuol dire solo che stai legittimando la cultura dello stupro (virtuale), della violenza virtuale, del cyberbullismo. Non si dice forse che una donna viene stuprata perché porta la minigonna? Non si dice che lei viene bullizzata perché ha osato pubblicare una sua foto sui social? E invece no, car*, perché se c’è chi si espone, esce, parla, respira, pubblica, racconta cose di se’, spogliando corpo e intimità, nessun@ è autorizzat@ a insultare e a farsi i cazzi altrui. L’ascolto è l’unica pratica possibile e sono utili le domande che a quanto pare a nessun@ interessa porgere.

Come si è sentita in quelle occasioni? E’ stata bene? Fisicamente sta bene? Quello che ci interessa di lei è solo questo, perché l’aborto non è un crimine, lei non ha commesso alcun reato e nessuno può chiamarla egoista, assassina, criminale.

Arrivano poi le moralizzatrici delle giovani pulzelle e in chiave pedagogica, usando terrorismo psicologico, tengono a dire che l’aborto non è un metodo contraccettivo. Ma grazie, ché se non c’eri tu a spiegarlo chissà quante sarebbero lì a fare la fila. Questa cosa va detta agli uomini, ai ragazzi, perché non sanno una cippa sull’aborto. Non sanno che i primi mesi di gravidanza possono comunque essere un inferno e che l’aborto stesso può essere doloroso. Non è una roba che passa e va. O anche si, ma non per questo una donna deve sentirsi colpevole perché non è un peccato che prevede l’espiazione tramite il dolore. Dico cose che a me sembrano molto scontate ma evidentemente non lo sono se sono costretta a ripeterle affinché quella massa di commenti insultanti non diventino una parentesi educativa nei confronti di quelle che li leggono.

Stanno dicendo una marea di menzogne. E la domanda a questo punto è: hai mai provato, tu, da donna, specie se single, a fare e crescere dei figli continuando a fare carriera? Ti sei mai preoccupato di chi tiene i figli di uomini che ovviamente fanno carriera? Hai mai abortito, tu, o portato a termine una gravidanza? Hai mai saputo cosa significa crescere un figlio, quanto tempo, quante rinunce, quante aspirazioni troncate bisogna sopportare? E voi direte che non sempre è così. C’è gente per la quale i figli sono una benedizione e non li ritengono un limite. Buon per loro, ma evidentemente non andava così per Marina Abramovic.

Lasciate perdere i corpi delle donne. Smettete di abusare di noi dicendoci quello che dobbiamo o non dobbiamo fare. E buona domenica a tutt*.

Ps: vi segnalo un pezzo che parla di lei e del rapporto tra arte e maternità. Perché non è un paese per madri. Tra le altre cose lei dice: “In una lunga intervista al giornale tedesco Tagesspiegel ha spiegato che «una persona ha tante energie nel proprio corpo e io avrei dovuto condividerle con un bambino. Ma è proprio per questo che nel mondo dell’arte le donne non hanno lo stesso successo degli uonini». Perché finiscono prigioniere dell’amore, della famiglia e dei figli. A sfogliare i numeri e le statistiche, questo discorso vale anche fuori dall’ambiente artistico, se è vero come è vero che, tanto per restare in Italia, il tasso di occupazione femminile fra i 20 e i 64 anni è di poco superiore al 50 per cento, e che il numero delle donne che escono dal mercato del lavoro in seguito alla nascita del figlio varia da un minimo del 25 per cento fino a raggiungere la ragguardevole soglia del 57, nel nostro sfortunato e abbastanza maschilista Paese.

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