Oggi amo il mio corpo perché è unico nella sua diversità

Nadia scrive:

Non mi sono mai sentita del tutto a mio agio con il mio corpo. Mi è capitato e mi capita ancora di guardarmi allo specchio e di odiare ciò che vedo. Immagino sia capitato un po’ a tutti/e di desiderare di essere completamente diverso/a.
Tra la fine delle elementari e l’inizio delle scuole medie, quando il mio corpo ha iniziato a cambiare (mi sono sviluppata molto presto), mi nascondevo sotto t-shirt modello maschile, felpe e jeans larghi per nascondere quelle forme che iniziavano ad essere evidenti e che suscitavano tanto interesse tra i miei coetanei. Ero una bambina ma il mio corpo iniziava ad essere quello di una donna. Ed era una sensazione piuttosto sgradevole, sentivo quel corpo come un estraneo e mi ci sentivo a disagio.

Passi dall’avere un corpo che non si differenzia da quello di un bambino, fatta eccezione per le parti intime, a quando all’improvviso ti spuntano queste due noccioline doloranti sotto ai capezzoli. Arriva il primo ciclo mestruale e ti chiedi come farai a sopportare una seccatura simile per gli anni a venire ogni santissimo mese, il dolore insopportabile, la nausea, il vomito, la debolezza fisica, gli sbalzi di temperatura e poi il disagio e l’imbarazzo per qualcosa che sembra tu debba tenere nascosto per non “turbare” gli altri. Il seno inizia a svilupparsi e ad un certo punto la presenza di queste due protuberanze di grasso diventa talmente scomoda e imbarazzante che sei costretta ad iniziare a portare un reggiseno per decenza e pudore – non certo perché lo vorresti. I fianchi si allargano, il grasso corporeo aumenta, ti crescono i peli dove prima non ce n’erano e iniziano a intravvedersi i primi buchetti di cellulite dietro le cosce. Un trauma.

Da allora è iniziato, tra la mia testa ed il mio corpo, un rapporto complicato durato una vita. Un’incongruenza perenne tra quello che vedevano gli altri e la percezione che avevo io del mio corpo.
Ho perso e poi ripreso diversi chili diverse volte nella mia vita, ho fatto diete fai-da-me, sono andata in palestra saltuariamente (lo sport non è mai stata la mia passione) e ho sempre avuto un rapporto piuttosto conflittuale con il cibo. Di amore e odio. Ho sempre adorato mangiare ma a volte quella del cibo diventava quasi una dipendenza, un qualcosa di cui non riuscivo ad avere pieno controllo – ed ecco che ad ogni “sgarro” cominciavano i sensi di colpa per non essere stata più “forte”. Non sono mai stata in serio sovrappeso, ho sempre avuto una corporatura “normale”, sono semplicemente una che tende facilmente ad accumulare ciccia in determinati punti se non si controlla quando mangia.
Durante il periodo del liceo ho avuto qualche disturbo alimentare (di cui pochissime persone sono a conoscenza). A 15 anni circa mi misi in testa di dover dimagrire perché non sopportavo le mie curve, mi facevano sentire grassa (se riguardo le mie foto di allora, mi rendo conto che non ero affatto sovrappeso). Persi diversi chili in poco tempo, mangiavo pochissimo e dopo un po’ non riuscii più a sopportare le costanti rinunce ai piaceri del cibo. Così iniziai di tanto in tanto ad abbuffarmi di nascosto per poi chiudermi in bagno a vomitare. Quelle abbuffate però neanche me le godevo, non era fame vera né un vero piacere, era più qualcosa di compulsivo e subito seguivano i sensi di colpa.

Trovavo disgustoso io stessa mettermi due dita in gola appoggiata alla tazza del cesso, ma dopo stavo meglio. Niente di grave comunque, fortunatamente quegli episodi non divennero mai così frequenti da rappresentare un reale rischio per la mia salute e la cosa non andò avanti per molto. Paradossalmente per questo devo ringraziare una persona allora molto vicina a me (una delle pochissime a cui confessai quello che facevo), nonostante mi abbia ferita. Questa persona, invece di mostrarsi preoccupata per me, mi umiliò facendomi sentire una perfetta idiota e fu così che smisi. Comunque sia, per quanto si sia trattato di una fase passeggera, quei comportamenti erano un chiaro segnale del fatto che io non riuscissi ad accettare il mio corpo.

Per anni non ho quasi mai indossato gonne o shorts (e non perché non mi piacessero), evitavo di scoprire braccia e decoltè per non attirare troppo l’attenzione e non sono mai andata al mare con gli amici (ancora oggi ammetto di evitarlo) per non dover affrontare l’imbarazzo di mettermi in costume da bagno. Mi sono sempre sentita molto a disagio con la mia nudità (ancora oggi, anche se molto meno di allora). Provo imbarazzo anche a spogliarmi in presenza di altre donne etero (in palestra non ho mai usato le docce comuni, e non per manie d’igiene) o di persone di famiglia.

Un paio di volte, durante l’adolescenza, è successo che sia rimasta completamente vestita sulla spiaggia nonostante il caldo e la voglia di tuffarmi in acqua, perché proprio non riuscivo a superare la vergogna, la paura di essere giudicata. Ovviamente le persone presenti (amici e fidanzato dell’epoca in un’occasione e la mia famiglia nell’altra) avranno semplicemente pensato che fossi pazza, strana e anormale senza riuscire a comprendere il mio malessere (anche perché da ragazzina avevo una corporatura magra, quindi la vergogna del mio corpo non sembrava essere giustificata da alcun problema “reale”).
Ricordo come fosse ieri che a 16 anni, guardando le modelle sui cataloghi e persino i manichini nei negozi, mi veniva quasi da piangere. Oggi mi rendo perfettamente conto del fatto che le proporzioni di un manichino siano assolutamente innaturali e ridicole e che il mio fisico da adolescente invece era assolutamente normale.

Ma allora, nella testa di una ragazzina insicura quale ero io, scattava inevitabilmente il confronto tra quella vita e quei fianchi minuscoli e le mie forme morbide, e mi sentivo enorme.
Intorno ai vent’anni ho messo su diversi chili, non ero propriamente “grassa” ma sicuramente fuori forma. Mi ero lasciata un po’ andare con il cibo spazzatura e i troppi drink, e mi vedevo enorme. Non potendone più di vedermi in quello stato e di sentirmi dire che ero ingrassata (come se fosse un’orrenda colpa, poi), decisi ad un certo punto di mettermi a dieta. E dopo mesi di sacrifici riuscii a diventare veramente magra e in forma come avevo desiderato per anni.

Seguivo una rigida dieta fai-da-me (niente dolci, fritture, alcolici e pochi carboidrati), andavo in palestra a giorni alterni e a correre nel week end. Iniziai a vestirmi in maniera più “femminile”, potevo finalmente indossare gonne corte, vestitini e pantaloncini senza vergognarmi. Ero soddisfatta dei risultati del mio lavoro, felice di non dovermi più sentire definita come quella “in carne”, quella “formosa”, appellativi che detestavo (probabilmente chi me li rivolgeva pensava di farmi un complimento, io invece lo interpretavo come un modo gentile per dirmi che ero in sovrappeso). Mi sentivo anche più forte, per l’autodisciplina che stavo dimostrando, la costanza nell’attività fisica ed il controllo che riuscivo ad avere sul mio appetito. Il problema è che dopo un po’ la situazione iniziò a degenerare. Finii per dimagrire troppo, scesi leggermente al di sotto del mio peso forma ed iniziai ad essere ossessionata dallo specchio e dalla bilancia.

Mi sentivo più a mio agio con il mio corpo, sì – nel senso che temevo molto meno il giudizio altrui -, ma la cosa assurda è che non mi sentivo più “io”. I miei fianchi erano diventati più stretti e il mio seno più piccolo e avevo la sensazione che la mia immagine allo specchio avesse subito una spersonalizzazione. Guardavo quelle ossa sporgenti del bacino e quel culo piatto e di nuovo sentivo che quel corpo non era il mio corpo, quella non ero io.Come vivere una seconda pubertà al contrario. E tutto il sacrificio che comportava mantenermi sempre in forma e con la pancia piatta iniziava seriamente a stressarmi. Ero diventata talmente paranoica che arrivavo a pesarmi più volte al giorno, prima e dopo i pasti (mia madre esasperata, arrivò a mettermi sotto chiave la bilancia).
Le persone che prima mi consigliavano di perdere qualche chilo, ora mi dicevano che ero troppo magra, che non stavo bene così, che non avevo un aspetto sano e che stavo meglio prima. C’è sempre qualcosa che non va, sei sempre troppo grassa o troppo magra, troppo alta o troppo bassa. Non vai mai bene così come sei.

Da quest’esperienza ho capito che la mia autostima non può dipendere dal mio peso né dal giudizio altrui. Ho capito che non ha senso cercare di modificare il proprio corpo per guadagnarsi l’approvazione degli altri, se tu per primo/a non riesci ad accettarti per come sei.
Il punto non è come sei, ma come ti senti.
Ora ho ripreso qualche chilo, credo che questo sia il mio peso-forma. Non seguo più nessuna dieta, non voglio rinunciare al piacere del cibo. Mi piace cucinare e mi piace mangiare. Sono vegana da circa 2 anni, dopo un anno circa da vegetariana. Non si tratta di una scelta salutistica né di una dieta ma di una scelta etica. Ma mi ha aiutata ad attribuire il giusto valore al cibo. Credo che la mia alimentazione vegan abbia in parte contribuito non solo a stabilizzare il mio peso senza troppe rinunce ma anche a liberarmi dell’aspetto compulsivo del mio rapporto con il cibo.

È tantissimo che non salgo su una bilancia, non mi importa di un paio di chili in più o in meno. Il mio corpo è questo, ho un po’ di cuscinetti qua e là, la pelle a buccia d’arancia sulle cosce e sul culo, qualche lieve smagliatura sul seno. Non sono una modella alta, magra e longilinea e non potrò mai esserlo.
Sì, a volte mi piacerebbe essere diversa, mi piacerebbe avere la vita stretta, la pancia piatta, le gambe lunghe e affusolate. A volte penso che se avessi il denaro sufficiente quasi quasi mi farei correggere quella parte di me che tanto detesto (non dico quale).
Ma ho passato troppi anni della mia vita a vergognarmi e a nascondere il mio corpo e oggi, all’età di 30 anni, ho deciso che voglio riuscire ad accettarmi e – magari un giorno non troppo lontano – persino a piacermi e ad essere orgogliosa di come sono. È su questo che devo lavorare, più che lavorare sul mio corpo.

Il mio corpo non è un trofeo da esibire né un difetto da coprire. Non vado al mare per la prova costume, ma semplicemente perché amo il mare, non è un concorso di bellezza e non sono sotto esame. Non indosso una maglietta scollata o un paio di shorts per attirare l’attenzione degli uomini, ma semplicemente perché non voglio soffrire il caldo. Sono stanca di dare ascolto a quella vocina nella mia testa che mi ripete di non indossare quel vestito perché “non me lo posso permettere”, di coprirmi le gambe perché ho la cellulite, di non comprare quel top perché con la mia quarta di reggiseno diventa volgare – e allora cosa penseranno gli altri? Voglio fare attività fisica non per essere più magra ma per essere più in salute. Voglio prendermi cura del mio corpo, mettere una gonna corta e un paio di tacchi ogni tanto se mi va, e non per piacere agli altri ma per piacere a me stessa. Voglio guardarmi nuda allo specchio senza detestare ciò che vedo.

Ad ogni complesso, disagio, vergogna o paura, voglio iniziare d’ora in poi a rispondere con un pensiero positivo sul mio corpo. Perché il mio corpo è la mia storia, è quello che sono. Non importa se non è esteticamente perfetto, perché questo corpo funziona bene ed è in salute.
È il mio corpo che mi permette di camminare e viaggiare, di fare lunghe passeggiate, di ballare e saltare ad un concerto senza sentire la stanchezza, di passare nottate brave e di tornare a casa sulle mie gambe, di fare escursioni in mezzo alla natura, vedere posti nuovi, nuotare, correre. Questo corpo non mi ha mai abbandonata, dovrei essergli grata per questo, dovrei amarlo ed averne cura. Perché è l’unico corpo che ho, ed è unico.
Nadia

Comments

  1. Buona fortuna per questo tuo percorso, di cuore. E complimenti per la forza e il coraggio che lasci trasparire con le tue parole. Piacerebbe anche a me, arrivare ad accettarmi. Ma accettarmi davvero. Chissà, un giorno forse, magari..

  2. Nadia, per molti aspetti (lo sviluppo precoce, il desiderio di coprire le forme, il disagio generale) mi ci sono riconosciuta proprio. In bocca al lupo per tutto, mi sembri sulla buona strada 🙂

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