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Una serata qualsiasi

Lei scrive:

Cara Eretica,

vorrei condividere con te lo sfogo del giorno. Ieri, festa aziendale, musica e si balla. Per dare un po’ di contesto: nella mia azienda siamo fortunati, c’è un bellissimo clima, molto informale e allegro, e abbiamo anche molte iniziative su temi come la diversità, il rispetto, e l’inclusione.
Questo per dire che mi aspetto dai miei colleghi di essere sensibili al tema di come rapportarsi agli altri con rispetto ed empatia.

Insomma. Un mio collega uomo con cui ho un buon rapporto (ma non eccessiva familiarità) inizia a diventare un filo più amichevole del solito durante la serata. Niente di che, ma mi accorgo che sembra cercare la mia compagnia quando balliamo, e un minimo contatto fisico (es. toccarmi il braccio, o avvicinarsi per parlarmi vista la musica alta) che di solito non c’è tra noi.

Tutto ok. Attribuisco la cosa al desiderio di passare la serata con persone che conosce e con cui va d’accordo (siamo circa duecento! non ci conosciamo tutti tra noi..), un po’ alla rilassatezza extra data da un po’ di alcool e dal contesto festaiolo/discotecaro, e alla simpatia che prova per me (tra l’altro reciproca).

Una collega mi fa però l’osservazione che è “diventato molto amichevole” e che spesso “si lascia andare” in questo tipo di occasioni.

Al che io inizio a preoccuparmi che.. che comportarmi normalmente, ossia non evitandolo, parlandogli quando mi parla e in generale mostrarmi allegra e contenta (cosa che sono, è una bella festa!) possa mandare segnali sbagliati e suggerire una mia disponbilità a.. boh?!
Quindi inizio a evitarlo perché non voglio trovarmi in una situazione equivoca o imbarazzante.

Lo vedo per il resto della serata ma resto a distanza. La serata volge al termine e lui offre un passaggio a casa a me (abitiamo vicini) e altre persone che abitano nella stessa zona. Io accetto.
Il timore di prima si è stemperato durante le ore trascorse, e comunque penso che il mio messaggio, se doveva arrivare, fosse arrivato. Siamo tornati alla normalità quindi.

Alla fine succede che sono la sola a salire in auto con lui. Mentre sto andando via alcune colleghe si accorgono di ciò e mi fanno di nuovo preoccupare, dicendo che non dovrei farlo, paventando ulteriori situazioni equivoche o peggio. Io sono indecisa, non so che fare, ma alla fine mi dispiace dover cercare una scusa per dirgli che no, non voglio il suo passaggio. Sono confusa. Da un lato non voglio essere paranoica, dall’altro non voglio essere stupida e mettermi in una brutta situazione da sola. Conosco le mie colleghe, non sono delle matte. Mi dicono “non credo tu debba preoccuparti di niente di serie, però non si può mai dire”.

Vado con lui.

Morale: arrivo a casa sana e salva. Il tragitto è tranquillo, parliamo delle ferie imminenti, del più e del meno. Io cerco di disinnescare eventuali velleità portando il discorso sulla sua ragazza (che conosco) e citando il mio ragazzo più volte. Lui mi lascia davanti al portone, mi saluta e io lo ringrazio del passaggio. Stop.

Ma oggi sono arrabbiata.

Sono arrabbiata che io debba preoccuparmi che appena un ragazzo si mostra un po’ simpatico io debba temere che ci stia per provare. Sono arrabbiata di non poter accettare in serenità un passaggio in auto da un collega che si è sempre comportato solo bene con me, e per quanto ne so, con chiunque altro. Sono arrabbiata che il mio comportarmi normalmente possa essere interpretato come disponibilità sessuale, e che per indicare indisponibilità io debba comportarmi “male” o ostentare distacco.

E sono arrabbiata anche per lui. Sono arrabbiata per questo ragazzo, che probabilmente non aveva nessuna intenzione maliziosa nei miei confronti, che si è visto evitato per tutta la sera, così, di colpo, da una persona che fino a dieci minuti prima era allegra e amichevole.
Sono arrabbiata che qualcuno (io) abbia dubitato di lui al punto di preoccuparsi di essere stuprata se accettava un passaggio in auto.
E sono arrabbiata perché se anche le avesse avute, le intenzioni cioé, non si è comportato in maniera sgradevole in alcun modo con me, e tuttavia.. forse io mi sono comportata giusto giusto uguale a lui, più simpatica del solito, più disinvolta, però scommetto che nessuno ha pensato di me che potessi essere una potenziale stupratrice perché avevo bevuto due moijto.

Ma se effettivamente poi fosse accaduto qualcosa, se ad esempio avesse provato a baciarmi, cosa si sarebbe detto? Che non avrei dovuto salire in macchina con lui in primo luogo, che avrei dovuto saperlo. E allora, se è così, chi può dirmi che ho avuto torto a preoccuparmi? E’ triste, tutto qui.

E’ triste per me, è triste per lui.
E’ triste che io debba temerlo. Ed è triste che lui, per essere una persona simpatica e amichevole, debba essere temuto come un potenziale predatore.

Oggi mi sento in colpa per aver pensato male di lui. E mi sento di aver avuto ragione a farlo, mi sento in diritto di essermi preoccupata per me. Oggi sono arrabbiata. E triste. Tutto insieme.

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