Lo stigma fa più male della follia: la mia storia

Lei scrive:

Cara Eretica,
Ti leggo spesso con piacere e stima per le battaglie che porti avanti.
Ho pensato di scriverti per sfogarmi raccontando un po’ della mia storia, che in questi giorni come non mai mi fa sentire esausta, stanca di stigma e pregiudizi.
Il recente attentato a Nizza, in particolare, è stato motore di alcuni riflessioni che covavo dentro da tempo.

Vorrei premettere subito che sono da anni un’attivista in favore della libertà religiosa, dunque non sostengo assolutamente che i musulmani siano tutti terroristi (né che i terroristi siano tutti musulmani), e mi dispiace tanto per le vittime dell’attentato e per i loro familiari quanto per i tantissimi musulmani che, sulla base di generalizzazioni assurde e beceri rigurgiti di intolleranza, si vedranno discriminare e guardare con circospezione senza alcuna colpa.
E fin qui, nulla di strano.

Mi ha fatto tanto male, però, leggere, in molte testate giornalistiche e sui social network vedere “assolvere” l’Isis da questo attentato in favore di un’altra pista: quella dell’autore del terribile gesto affetto da disturbi mentali.
Certo, è emerso che soffriva di depressione: e allora?
Trovo assurdo che molta della nostra informazione (ed anche delle menti apparentemente più libere) dia per scontato che tra l’avere un disturbo mentale e il compiere un gesto tanto atroce ci sia un nesso di causalità.

Ogni giorno che passa, noto che si rafforza una tendenza a stigmatizzare le persone con disturbi mentali che, a mio parere, ha davvero stancato nonché superato ogni limite.
Perché sento di dover parlare di questo?
Perché, cara Eretica, sono una ragazza di venticinque anni, e sono una giovane come tante, tra amici, università, speranze, ma sono anche una persona affetta da un disturbo mentale.
Meno di un anno fa, dopo almeno cinque anni di sofferenza, ricoveri, tentativi di suicidio, periodi di esaltazione e psicosi, mi è stato diagnosticato un grave disturbo bipolare con caratteristiche psicotiche, associato ad un, fortunatamente più lieve, disturbo ossessivo-compulsivo.

Non starò a raccontare quanto, negli anni, abbia sofferto, prima e dopo la diagnosi: solo da qualche mese mi sento bene, seguo le terapie che mi sono state prescritte, finalmente conduco una vita abbastanza serena e sono riuscita a riprendere in mano la mia vita dopo averla, praticamente, distrutta da cima a fondo.

So bene che dai miei disturbi non si può guarire, visto il loro carattere cronico, ma se pensare di poter nuovamente star male, arrivando al voler smettere di vivere o di sentire nuovamente voci che mi suggeriscono di uccidermi o, ancora, di finire nuovamente a vivere l’esperienza di un ricovero in SPDC (che garantisco non essere tra le migliori esperienze di vita), è nulla rispetto al pensiero di essere una cittadina di serie zeta, legittimamente discriminabile, sia pure non come singola persona, ma come categoria.

L’esperienza dello stigma è devastante: e lo stigma ha varie forme, da quella del titolone giornalistico che, ad ogni caso di cronaca nera, non può che tirare in ballo il “disturbo mentale”, a quella di chi ti è vicino e non accetta che tu abbia un disturbo del genere, quindi ti invita, magari, a lasciar perdere le terapie (come se prendere farmaci ti piacesse e non fosse solo “un male minore” rispetto alle brutte esperienze di cui sopra) e metterti d’impegno per venirne fuori da sola, come se da soli si potessero fermare le allucinazioni o i pensieri, per finire con quella, ancora opposta, di chi ti è vicino e non trova di meglio da fare che ricondurre ogni tuo comportamento al disturbo, dimenticando che sei anche una persona con opinioni, sentimenti, sogni.

Ed in questo contesto sociale in cui di per sé la malattia mentale è tabù (c’è chi mi ha invitata caldamente a tacerne, in quanto “non troverò mai un lavoro”, d’altronde io studio giurisprudenza e “chi mai si rivolgerebbe ad un avvocato pazzo?”), una certa “informazione” superficiale, pressapochista, sensazionalistica e generalizzante, non fa che rincarare la già abbondante ed intollerabile dose di stigma ed ignoranza in materia, creando un clima d’odio.
Una persona con disturbo psichici è una persona che affronta ogni giorno una battaglia immane per vivere decentemente.

“Grazie” allo stigma, ne deve affrontare altrettante per trovare un lavoro, un compagno o una compagna e così via.
“Grazie” allo stigma deve sperare che i propri amici non se la diano a gambe appena apprendono del suo problema, o che la gente non lo guardi con diffidenza o compassione dopo un ricovero.
La “depressione” dell’attentatore di Nizza, specie in attesa di indagini chiarificatrici, è un po’ come quando i TG nostrani parlano di persone con problemi psichiatrici che sterminano la famiglia: fa notizia, ma vuol dire ben poco.

Quanti sanno che il 90% degli atti di violenza sono compiuti da persone senza problemi psichiatrici? Ergo, siamo sicuri che ci sia un nesso di causalità?
Esistono studi che documentano che i fattori di rischio -culturali, ambientali, abuso di droghe ecc.- che portano al compimento di reati sono esattamente i medesimi tanto per persone con disturbi psichici quanto per persone senza disturbi psichici.
Quindi, continuare a veicolare l’idea malsana che le persone con disturbi mentali siano *in quanto tali* pericolose (poi certo, possono esserci persone pericolose, esattamente come in qualsiasi altra categoria sociale) è profondamente offensivo, oltre che non rispondente a criteri di veridicità.

Sembra che rispetto ai tempi di Franco Basaglia, in cui finalmente si superava la concezione del “folle” come “pericoloso per sé e per gli altri” si siano fatti tantissimi passi… Indietro.
La depressione, ed altri disturbi mentali, statisticamente non sono collegati ad atti violenti (nonostante la contraria percezione trasmessa dai mass-media a fini sensazionalistici) e le persone -ripeto la parola persone- con disturbi mentali sono documentatamente più probabili vittime che non autori di atti di violenza.
Se si vuole continuare a fomentare questo clima d’odio, stigma ed ignoranza nei confronti di chi soffre, prego, si faccia pure.

Ma non ci si nasconda dietro al paravento della civiltà e del libero pensiero, come molti sembrano fare.
Perché la verità è che chi stigmatizza le persone con disturbi mentali proviene esattamente dallo stesso retroterra culturale (la “cultura” della non comprensione del “diverso”, del “noi” e “loro”) di chi discrimina i musulmani, gli omosessuali o qualsiasi altra categoria di persone.
Le lotte contro lo stigma ed in favore della civiltà devono cominciare anche dall’uso delle parole da parte dei mezzi di informazione.
Chiedo perdono per la “lungaggine”, ma non sarei stata in grado di sintetizzare in altro modo quanto mi opprime e mi causa un dolore così grande, e spero di essere capita davvero almeno qui.
Perché lo stigma fa male, molto più della follia.

Comments

  1. crisalide2012 says:

    Ti giuro che ti capisco.

  2. ceciliaasso says:

    Due cose. Prima di tutto, sono convinta che le spiegazioni personali riguardo al killer di Nizza siano spudorati tentativi di depistaggio, come è successo già molte volte in passato, basati sui più beceri luoghi comuni. E poi, complimenti per la tua capacità di scrivere, la competenza che si legge tra le tue righe e la capacità di dare voce alla tua sofferenza trasformandola in interesse e simpatia per gli altri. Diventerai certamente un’ottima avvocata.

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  1. […] non creduto, sminuito, spesso denigrato e stigmatizzato. Io stessa scrissi una lettera, questa (https://abbattoimuri.wordpress.com/2016/07/21/lo-stigma-fa-piu-male-della-follia-la-mia-storia/) e non posso che ringraziare ancora Eretica per lo spazio che ci concede. Anche io, grazie alle […]

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