#WhatIReallyReallyWant: cosa vogliono davvero le ragazze?

di Ina Macina

È partita una campagna social (#WhatIReallyReallyWant) che ha l’intento di raccogliere idee e suggerimenti per aggiornare i ‘global goals’ individuati dalle Nazioni Unite.

È stato creato un video, con forte orientamento di genere e ambientato in precisi contesti socio-economici, che riprende la celeberrima ‘Wannabe’ delle Space Girls, pezzo che, esattamente venti anni fa, consegnò al successo mondiale le cinque ragazzi inglesi.

Nel video, ci sono bambine e ragazze di diverse nazionalità, scelte ad hoc, che reinterpretano ‘Wannabe’; mentre ballano, nei passaggi tra le varie scene (ci sono quattro sequenze), compaiono le suguenti frasi quasi mimetizzate nell’ambiente:

  • End violence against girls;
  • Quality education for all girls;
  • End child marriage;
  • Equal pay for equal work

Il collegamento tra il messaggio scritto e specificità del contesto è suggerito ma non obbligato, perché, in realtà, i messaggi si rivolgono a tutt* e a tutte le latitudini, anche se interpreti e scenari nel video non sono casuali.

Screen Shot 2016-07-06 at 8.20.22 AMÈ uno spot, si struttura come spot – non vuole essere un manifesto – e, come spot, ha anche un pubblico preciso che è quello dei e delle giovani.

L’ambientazione è resa molto riconoscibile tanto a chi ne fa parte nel quotidiano quanto a chi ne è distante (ma pur lo conosce, grazie alla connettività del mondo): il coloratissimo mercato, l’aula della scuola, la strada. Le ragazze non rispecchiano un unico modello di bellezza (anche il discorso sulla bellezza è spinoso): comunque, sono tutte bravissime ballerine, chi esile e chi formosa, chi giovanissima e chi adolescente, chi vicina al modello ‘classico’ di femminilità e chi più fluida. Tutte trasmettono molta forza e, anche per lo scenario in cui si muovono, mi hanno ricordato le interpreti e le atmosfere alternative del Rap.

Compaiono anche dei bambini: nel passaggio tra l’aula e la scena all’aperto ci sono bambini e bambine che reggono tra le mani un foglio su cui sono disegnati, sovrapposti, il simbolo del maschile e del femminile, con al centro un uguale (perché lo diciamo da tempo, l’educazione alla parità a scuola è indispensabile).

Screen Shot 2016-07-06 at 7.11.01 PMIl testo della canzone, poi, traduce la domanda che ha ispirato l’iniziativa stessa: ‘I’ll tell you what I want, what I really really want – So tell me what you want, what you really really want’ (‘Ti dirò cosa voglio, cosa voglio veramente – allora dimmi cosa vuoi, cosa vuoi veramente’). Personalmente, interpreto il messaggio come un voler sollecitare dal basso la partecipazione civile sui temi al centro del discorso. Certo, è una campagna social e sappiamo quanto possano essere dispersiva o cristallizzarsi su un effetto di superficie; ma se critichiamo gli stereotipi in rete, perché allora critichiamo così tanto anche i tentativi di alternative?

Il video, infatti, è stato oggetto di critiche: farebbe riferimento alla solita cultura occidentale, trovata commerciale, idee neoliberali, etc.

Allora mi domando: se, quando ci si innamora di una certa musica si fa anche propria una certa causa, cosa significa ispirarsi a una certa musica ma, in qualche modo, calibrarla, reinterpretarla cambiando certe variabili rilevanti, per veicolare un messaggio più profondo? È adesione, rifiuto o qualcosa che, ‘semplicemente’, affina un messaggio?

Screen Shot 2016-07-06 at 5.48.24 PMCriticando un certo repertorio ‘occidentale’, non staremo comunque giudicando da una prospettiva ‘occidentale’? La libertà è per forza schierarsi o rifiutare in toto tutto? Perché critichiamo le operazioni di ‘normalizzazione’ in rete quando poi siamo prevenut* anche con questo tipo di esperimenti, che a mio avviso sono per lo meno creati con una certa sensibilità per i temi in questione (insomma, non è frutto di sprovvedut*).

Screen Shot 2016-07-06 at 5.47.52 PMQui vorrei anche dire due parole sulle Spice Girls e su Victoria Beckham, che ha espresso il suo entusiasmo per il video. Prima di tutto, l’eccessiva criticità verso delle espressioni femminili – per quanto sicuramente commerciali e non entusiasmanti per molt* – non è un po’ riproporre degli orizzonti di giudizio esclusivi, proprio da parte di chi dice di volerli contrastare? In fin dei conti, poi, le Spice Girls hanno proposto dei modelli differenti rispetto al modello femminile unico su cui si insisteva in quel periodo. Hanno proposto la diversità, essendo molto diverse tra loro (operazione a tavolino o meno, non importa), coerentemente con un prodotto nato e pensato come ‘popolare’, sorto, cioè, non dalle avanguardie o dalle zone alternative: c’era la ragazza curvilinea, la sportiva (chi le aveva mai considerate, le sportive in tuta, nella cultura pop?), la frizzante ragazza di colore con i capelli ribelli, la ragazza che osava nel vestirsi e la posh. Su quest’ultima, poi, si è scatenata la perfidia mediatica, attaccandola ora sul suo peso, ora sulla sua espressione, ora sulla sua vita matrimoniale. Ecco perché provo simpatia per la presa di posizione di Victoria Beckham.

Screen Shot 2016-07-06 at 5.47.23 PMIl fatto, poi, che il video stia trovando diffusione attraverso canali come Glamour Uk, non è per me un argomento a supporto della tesi ‘bluff’, anzi: i messaggi del video non sono né generici né facili non solo da decifrare nella loro complessità ma anche solo da approcciare: violenza di genere, matrimoni forzati (uomo – bambina), accesso per tutti a un’istruzione di qualità, stipendi uguali a parità di lavoro svolto non sono temi di immediata percezione, o possono facilmente banalizzati.

L’ipercriticismo espone al rischio di trasformare urgenze civili in fatti elitari.

Screen Shot 2016-07-06 at 5.47.03 PMIl video non vuole essere, a mio avviso, un’opera d’arte con saldo impianto filosofico; si propone come uno stimolo di riflessione e partecipazione per le nuove generazioni. Non ha neanche la pretesa di proporsi come il nuovo manifesto femminista: con sottile allusione, riconosce, anzi, al femminismo l’importanza di aver migliorato di molto la vita delle donne e si propone come un invito a continuare su questa strada (‘Girl power has come a long way; let’s take it further’).

Inoltre, questi temi, nel video, rompono con la retorica della ‘donna vittima’: c’è la ragazza che canta con la minigonna e non deve chiedere il permesso, ci sono le bambine col capo coperto (che a me hanno fatto pensare a Malala) che reclamano un’educazione di qualità sorridendo e lanciando i fogli per aria – insomma, vengono proposti dei modelli positivi e vitali di femminile che contribuiscono alla causa non facendo perno su una compassione facile, ma esaltando la vitalità delle protagoniste contro gli stereotipi da vittima, solleticando, dunque, non i sensi di colpa ma la più autentica solidarietà.

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