La matrice omofoba e razzista di certi delitti non può essere relativizzata

Edoardo McKenna regala un commento critico a proposito del post tradotto e pubblicato ieri sulle politiche identitarie in UK. Ricordo, per chi non l’avesse letto che Edoardo ha scritto un interessantissimo post sul voto favorevole alla Brexit. Vi lascio alla lettura del suo punto di vista.

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Articolo complesso, comprendo la necessità di una postilla. Temo tuttavia di non condividere granché di questa analisi, per tutta una serie di ragioni.

Intanto, partiamo dal dato storico. A sentire Barnett, parrebbe che la sinistra “storica” abbia perso la propria anima nel corso degli anni 80 e 90 così, quasi per caso, come se avesse preso un’infezione dovuta a “varie ragioni”. Questa è vigliaccheria nella migliore delle ipotesi, e smemoratezza da demenza senile nella peggiore. La sinistra britannica perse il contatto con le classi deboli perché la sua dirigenza fu incapace di proteggerle allorché la Thatcher iniziò la sua guerra contro i minatori ed i sindacati che avevano fatto crollare il precedente governo conservatore di Edward Heath. Certamente il crollo dell’Unione Sovietica, l’evoluzione della società da industrializzata pesante ad IT furono ulteriori fattori: ma la perdita di prestigio e di fiducia che i Labour subirono tra i lavoratori in seguito alla loro incapacità di arginare il fenomeno Thatcher fu senza ombra di dubbio la causa principale del “riciclo” labour in salsa borghese.

Secondo, si dice che “l’immigrazione di massa – allora come oggi – porta benefici all’economia in generale, ma va a gravare in maniera forte e sproporzionata sui gruppi sociali più poveri. Le persone che si fossero lamentate del rapido e sconcertante cambiamento nel loro quartiere non sarebbero state etichettate indistintamente come “razziste”, al contrario la sinistra avrebbe cercato ambiti comuni per costruire unità.”
Qui davvero non so dove cominciare. Quando parla di gravare sui poveri, Barnett fa palese riferimento al sovrappopolamento dei quartieri proletari in cui i nuovi arrivi vengono ad alloggiare. Curiosamente, però, le forme di razzismo più profonde non vengono dalle classi urbane popolari che ci vivono, come del resto l’ultimo voto Brexit (essenzialmente di matrice xenofoba) ha dimostrato: esse provengono piuttosto dalle classi piccole e medio-borghese urbane e rurali, quelle, per inciso, che si sono trovate a dover far fronte al maggior carico di tassazione a causa dell’incapacità (o disinteresse) dei Laburisti a contrastare gli sgravi fiscali che le classi più abbienti ed industrialiste si sono concesse via via nel corso dei vari governi conservatori.

Che le classi popolari non venissero poi etichettate di razzismo, beh, questo è palesemente falso. “Paki”, “Paddy”, “Nig-nog”, “wog”…tutte frasi di uso comune, un tempo, e meno oggi con il politically correct, e tutte di provenienza della strada ( i borghesi e la loro pruderie impedivano l’uso di tali termini-anche se li pensavano). Il diverso genera classificazioni non sempre rispettose, e le classi operaie non ne erano esenti. Ma di certo, storicamente, non sono mai state le kermesse borghesi da un paio di serate ad unire la classe operaia in un unico fronte: quelle vanno bene per i figli di papà che si sentono così progressisti a cantare l’Internazionale, prima di risalire in villa con la Mercedes. Ciò che da sempre unisce sono le lotte comuni con uno scopo comune. Lotte che sono state paurosamente assenti da 30 anni a questa parte, giacché chi avrebbe dovuto incaricarsene era troppo impegnato a litigare all’interno del proprio partito, o a votare a favore di guerre in medio-oriente al seguito dell’alleato USA.

Quanto alle politiche identitarie, come le chiama lui, Barnett è abbastanza onesto da ammettere che “Il bubbone … si andava gonfiando sin dagli anni ’80”. Ed è vero, la selezione della protesta esiste da tempo. Negli anni 80 la sinistra britannica era molto attiva nelle proteste contro i Contras del Nicaragua e il mai sopito leit-motiv del conflitto israelo-palestinese, tutti argomenti facilmente digeribili, che potevano essere cooptati (o scippati) per le proprie finalità politiche senza eccessivi sommovimenti d’anima. Assai meno interessati erano invece al conflitto Nord-Irlandese, o all’invasione sovietica dell’Afghanistan, tutte campagne foriere di dissensi e malumori all’interno dell’elettorato. Del resto questa tendenza opportunistica è presente anche oggi: basti pensare a quanto poco i Labour parlino dei massacri dei Mussulmani in Birmania.

Questo è certamente un aspetto negativo e deprecabile della divisione in categorie, sempre per seguire Barnett: ma non condivido la sua analisi generale del fenomeno. Barnett sostiene che il maggior numero di vittime della polizia americana siano bianche, e che solo il 24% sia afro-americano. Peccato si scordi di aggiungere che gli afro-americani siano in minoranza rispetto ai bianchi, e che PROPORZIONALMENTE essi abbiano fino a cinque volte più possibilità di essere fatto oggetto delle pallottole poliziesche di quante ne abbia un bianco.

Né è utile nascondere il fatto che vi sia un diffuso problema di razzismo e di omofobia (in ogni società, anche se in proporzioni variabili) dietro il fatto che recenti sparatorie siano state opera di squilibrati. Erano malati, sta bene, hanno avuto accesso troppo facile alle armi e questo andrebbe cambiato, come no: ma perché hanno scelto, nella loro follia, proprio gli obiettivi che hanno scelto? Perché non prendersela con, che so, l’unione degli imbianchini dal cappello di carta in testa? Non saranno forse stati indirizzati dalla società nell’incanalare il loro odio?

Non so. A me l’universalità di protesta, l’aggruppamento selvaggio privo di distinguo di gravità che Barnett rilancia come cura alla sinistra ricorda un po’ la politica linguistica del governo francese. Che al fine di rendere tutti i cittadini della repubblica uguali davanti alla legge, senza privilegi di sorta, vieta l’uso pubblico di tutte le lingue che non siano il francese, ponendo di fatto in svantaggio reale occitani, bretoni, e alsaziani.

“Siamo tutti uguali” può essere un concetto assai pericoloso, in mano alle persone sbagliate. Quello che non mi è chiaro è se chi lo caldeggia così acriticamente in questo articolo sia semplicemente un nostalgico male-illuminato, o parte della vecchia guardia con più di un peccato da farsi perdonare…

PS: Sì, ho scritto un’analisi Uk con un velato (mica tanto) sguardo all’Italia. Qui habet aures audiendi….

e aggiunge:

Posso dire che a mio modo di vedere c’è un ‘orrenda confusione, sia nell’articolo che nel dibattito, tra “definizione” e “partecipazione”?
La definizione, o etichetta, è a mio parere necessaria. Perché facendo di tutte le problematiche un fascio – tutti i problemi sono per tutti- si rischia di sbagliare rimedio, oltre che di banalizzare/oscurare il problema.
La partecipazione è un’altra cosa, ed essa dovrebbe essere aperta a tutti. Ma non, come sostiene Barnett, per motivi identificativi immediati (il suo assordante “riguarda MEEEE”): semplicemente per la convinzione in un ideale di giustizia e uguaglianza (una giusta battaglia è giusta anche se non è la mia). Un ideale che la sinistra un tempo aveva (e lì Barnett ha ragione) ma che ha perso, nella pratica, se non nello spirito.
Traduzione breve. Il problema X esiste, e riguarda il gruppo Y. Sta a loro, e a nessun altro, decidere come gestirlo, come intepretarlo, come rappresentarlo. Tutti coloro che lo desiderano possono prendere parte alla lotta SEGUENDO LE DIRETTIVE DEL GRUPPO Y IN QUESTIONE. Ogni suggerimento o osservazione è bene accetta, ma sarà vagliata dal gruppo Y nella sua pertinenza ed efficacia.

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Comments

  1. Francesco says:

    “Traduzione breve. Il problema X esiste, e riguarda il gruppo Y. Sta a loro, e a nessun altro, decidere come gestirlo, come interpretarlo, come rappresentarlo. Tutti coloro che lo desiderano possono prendere parte alla lotta SEGUENDO LE DIRETTIVE DEL GRUPPO Y IN QUESTIONE. Ogni suggerimento o osservazione è bene accetta, ma sarà vagliata dal gruppo Y nella sua pertinenza ed efficacia. ”

    Ti ringrazio per l’analisi ma …scusa sono veramente perplesso per questa traduzione breve della stessa con la quale mi pare addirittura in contraddizione.. a meno che tu non ti riferisca ad un caso particolare ben preciso…Ma anche in quel caso… con tutto il rispetto, perchè si vede che sei uno che le cose le analizza nel dettaglio, scusami sul serio, forse per essere sintetico sei stato troppo estremo.
    Questa cosa di attenersi alle direttive di una gruppo Y rispetto a un problema X non la intendi come una linea guida generale, vero?

  2. Ciao, grazie per il tuo intervento.

    La mia traduzione breve si riferiva alla seconda aggiunta, ovvero alla dicotomia (secondo me necessaria) tra “definizione” e “partecipazione” (che, come dicevo nella prima parte, a mio perere Barnett non rispettava).

    Il modello (molto schematico, lo ammetto) di partecipazione da me suggerito voleva in un certo senso salvare capra e cavoli, permettendo a chiunque di partecipare a una battaglia X (con buona pace degli élitisti), permettendo al contempo al gruppo Y che la porta avanti di rimanere al controllo delle proprie istanze, stornando così la possibilità di sovradeterminismo da parte di chi, pur partecipando, non è parte in causa diretta.
    Per fare un esempio pratico, credo che gli eterosessuali abbiano – e anzi debbano- prendere parte alle lotte lgbt, senza però arrogarsi il diritto di spiegare a chi è diretto interessato come condurre le proprie battaglie. Un conto è avanzare osservazioni e consigli, un altro è “scippare” la lotta. Accade molto spesso, e il recente dibattito che si è aperto in merito è stato la ragione sia della traduzione di Antonella che della mia risposta.

    Quindi sì, idealmente direi che il mio “riassunto” finale possa valere come ipotetica linea guida generale.

    Sono però ovviamente aperto a critiche ed oservazioni…

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