La politica identitaria uccide la solidarietà e alimenta il fascismo

2410432719_9619cabec5_z

Update: a questo articolo aggiungiamo un commento critico di Edoardo McKenna, sulle politiche Uk. Buona lettura!

>>>^^^<<<

Da Sex & Censorship, Jerry Barnett, 20 giugno 2016 [tradotto da Antonella]

C’è stato un tempo in cui i termini Unità e Solidarietà appartenevano alla sinistra britannica. L’area della sinistra prendeva forma attorno ad una singola, enorme questione: l’oscenità della povertà. La sinistra perciò un tempo rappresentava i diseredati e la destra combatteva per mantenere il vecchio status quo. Il fascismo britannico che tentò di emergere negli anni ’30 fu sconfitto dal vasto fronte della sinistra: solo quello ebbe il potere di unire la potente working class industriale con gli immigrati e gli alleati liberali. Fu il contrasto alla povertà che unì la working class bianca con gli immigrati – irlandesi, ebrei, neri e asiatici – arrivati in Gran Bretagna nell’ultimo secolo. In ultima analisi questa fu la ragione per cui la sinistra seppe guidare la lotta al razzismo: perché capì che le problematiche sofferte dagli immigrati – alloggi pessimi, paghe da fame, indifferenza delle istituzioni, violenze quotidiane – erano le stesse cui dovevano far fronte le persone bianche ma povere e creò alleanze nelle fabbriche e nelle comunità povere che trascendevano i problemi razziali.

Il razzismo non è mai una strada a senso unico. Tensioni e violenze crescono nelle comunità con alti livelli di immigrazione perché diffidenze e incomprensioni appartengono ad entrambi i lati. L’immigrazione di massa – allora come oggi – porta benefici all’economia in generale, ma va a gravare in maniera forte e sproporzionata sui gruppi sociali più poveri. Le persone che si fossero lamentate del rapido e sconcertante cambiamento nel loro quartiere non sarebbero state etichettate indistintamente come “razziste”, al contrario la sinistra avrebbe cercato ambiti comuni per costruire unità. Il Carnevale di Notting Hill è uno dei lasciti più belli di quell’approccio: la creazione di una comunità che decideva di mettere insieme bianchi e neri proprio sul nascere di rivolte razziali.

Ma il movimento del Labour, le basi della vecchia sinistra, collassarono di fatto durante gli anni ’80 e ’90 per tutta una serie di ragioni. La sinistra andò scemando e si posero nuove basi di potere: non più nelle fabbriche o nei comitati, piuttosto e invece nelle accademie e nel settore pubblico. Si perdettero i contatti con la gente della working class nonché l’interesse per la povertà. Di contro si iniziarono ad adottare politiche identitarie, dividendo le persone per razza, genere, sessualità, proprio laddove una volta si riusciva a riunire la gente nonostante queste barriere. La sinistra divenne più bianca e middle-class e gradualmente finì per rappresentare prima di tutto gli interessi della classe media bianca. Passo dopo passo, dagli ’80 in poi, la sinistra prese a fare le cose che erano state dei vecchi movimenti fascisti, cercò di dividere la società in gruppi di persone, isolati, spesso contrapposti.

Nulla di tutto ciò sembrò avere vera importanza fin quando ci fu una impennata nel sostegno alla sinistra a seguito della crisi finanziaria del 2008. Il mio iniziale entusiasmo per il ritorno della sinistra si tramutò presto nel vedere cosa questa fosse ne frattempo diventata.

Il primo impatto arrivò grazie al mio coinvolgimento nelle battaglie per le libertà sessuali. Il vecchio movimento destroide cristiano morì con Mary Whitehouse. Ora vedeva la luce un movimento neoconservatore basato stavolta sui rimasugli del vecchio movimento femminista. Gli attacchi tutti nuovi alle libertà sessuali arrivano ora dagli organi della nuova sinistra: università, sindacati, autorità locali e Labour Party. Questa nuova sinistra ha perso interesse nel contrasto a povertà e oppressione, perché non ne hanno alcuna esperienza o comprensione. Di contro, genere, colore della pelle e sessualità vengono identificati come i veri campi dell’oppressione. Ne consegue che porno e altre espressioni della sessualità siano sotto attacco, non già perché “empie” ma in quanto ritenute “oppressive per le donne”. Ladri che si sono appropriate del linguaggio della (ormai defunta) sinistra progressista e che lo utilizzano per far avanzare l’agenda fascista.

Assistiamo dunque allo spettacolo grottesco di persone della middle-class “di sinistra”, le quali identificano sé stesse come “oppresse” (per la sola ragione di possedere una vagina o un quantitativo extra di melanina sulla pelle), mentre attaccano le comunità bianche povere definite “privilegiate”. La nuova sinistra ha ricominciato la guerra di classe, ma stavolta dall’altro lato.

Quando Edie Lamort, una stripper attivista (che intervistai tempo addietro), qualche anno fa si riferiva a sé stessa definendosi “canarino nella miniera”*, dimostrava una notevole preveggenza. Gli attacchi a lei e alle sue compagne da parte di fascisti con addosso i panni di gente di sinistra, furono in effetti segni premonitori di una offensiva ampia ai valori liberali da parte della politica di sinistra.

Il bubbone della politica identitaria, che si andava gonfiando sin dagli anni ’80, negli ultimi due anni è decisamente scoppiato. Ed oggi i fascisti identitari stanno smantellando ciò che rimane della solidarietà intracomunitaria e lo fanno il più rapidamente possibile. Ogni movimento progressista degli ultimi anni è arrivato al collasso dopo che le politiche identitarie hanno fatto presa in essi. Tra gli esempi più spettacolari c’è quello relativo all’indebolimento della campagna contro le violenze della polizia negli stati Uniti. Qualche anno fa, grazie agli smartphone e ai social media, e a campagne come Copblock, si era fatta luce per la prima volta sulla incredibile violenza dei sistemi della polizia statunitense. Sebbene ci fosse un indubbio elemento razziale, le violenze della polizia avevano luogo in tutte le comunità. Se proprio si fosse voluto individuare un “gruppo” preciso come destinatario finale di quelle violenze, esso sarebbe stato quello di giovani uomini poveri, di tutte le razze.

Ma indicare una “questione maschile” sarebbe stato folle e causa di divisione. Se mai ai giorni nostri esistesse un leader alla Martin Luther King, troverebbe in questo una opportunità per costruire una solidarietà tra diverse comunità; ma questi non sono i libertari anni ’60 e oggi sembra non esserci spazio per personaggi alla MLK che richiamano all’unità. Al contrario: il problema è stato monopolizzato dai nazionalisti neri. Lo hashtag #filmthepolice ha fatto spazio a #blacklivesmatter. Con un notevole rovesciamento di logica i neri nazionalisti, sostenuti dai fascisti identitari, hanno dichiarato che rivendicare #alllivesmatter esprimeva un sentimento “razzista”. Poco importa che numericamente il maggior gruppo identitario colpito dalle pallottole della polizia fosse costituito da uomini bianchi o che, in proporzione, quelli maggiormente colpiti fossero nativi americani. La questione era finita in mano al 24% delle vittime (nere) mentre il restante 76% era escluso. Fu questo a segnare una svolta nella campagna contro le violenze della polizia: una campagna uccisa dal settarismo. Se mai ci fosse stato bisogno di un segnale che indicasse alla working class bianca che a nessuno importava dei loro destini, eccolo qua servito.

Ora, quando una ragazzina dodicenne (bianca) viene colpita a morte dalla polizia, non c’è alcuna mobilitazione delle comunità, nessuna protesta pubblica. D’altronde che hashtag potrebbe essere mai usato? Di #alllivesmatter avevamo già detto essere razzista e #whitelivesmatter sarebbe ben peggio. Per cui il nome di questa ragazza non è mai arrivato a colpire pubblicamente le coscienze: Ciara Meyer, riposa in pace, colpita dalla polizia, dimenticata dalle politiche identitarie.

Ora sembrerebbe che la piaga dei mass shooting negli USA stia andando nella stessa direzione. Mentre fino a un paio di anni fa ogni strage veniva accolta con orrore e sollevava appelli per il controllo della vendita delle armi, ora tutto è più mirato, suddiviso dalle politiche identitarie. Un flusso ininterrotto di uccisioni di massa – reso possibile dal facile accesso alle armi, per quanto la lobby collegata provi a negarlo – ebbe un punto di svolta un anno fa a seguito dell’uccisione di nove persone a Charleston, South Carolina. Come in molte altre stragi l’assassino era un bianco folle/furioso/pieno d’odio (pescate a piacere). Contrariamente al solito i suoi bersagli furono esclusivamente neri. Dylan Roof, colui che uccise, era indubbiamente motivato da idee razziste, ma statisticamente l’evento fu un’anomalia. Non aveva senso dichiarare una singola atrocità, perpetrata da un singolo individuo, rappresentativa di niente altro che delle vedute di quella persona. La violenza razziale ha in effetti subito un lungo, lungo cambiamento dai giorni dei linciaggi. Ma la politica identitaria (che in passato non avevano avuto interesse alcuno nella lunga scia di stragi da armi da fuoco) si è svegliata e ha dichiarato che la questione ha a che fare con l’essere neri.

Con il recente mass shooting nel gay club di Orlando, la disgregazione ha raggiunto nuovi livelli. Stavolta i fascisti identitari di destra urlano “Islam”, mentre per quelli a sinistra “omofobia” è la parola cui attribuire la responsabilità. Ma nessuna di queste spiegazioni può essere considerata una tendenza reale: né le atrocità islamiste né quelle omofobiche contengono elementi di regolarità tali da uscire dallo stato di eccezione. L’omofobia è piuttosto diffusa ma è innegabile che sia ai livelli più bassi nella storia degli Stati Uniti. La stessa vecchia spiegazione può essere attribuita a queste come ad altre centinaia di altre stragi: un individuo folle/furioso/pieno d’odio ha potuto avere accesso ad armi di tipo militare.

Le politiche identitarie sono veramente politica del sé. L’istinto del vero guerriero identitario dice “Come posso fare in modo che tutto questo riguardi MEEEE?”. Questa è la ragione per cui un solitamente scialbo commentatore qual è Owen Jones si è alzato abbandonando la discussione in uno studio di Sky News, adducendo la ragione che l’altro commentatore si rifiutava di riconoscere la motivazione dell’omofobia. Ma in realtà Jones ha finalmente trovato un massacro americano che lui, in quanto uomo gay, può collegare a sé e dunque sentirsene direttamente colpito. Poco importa che, essendo un britannico, le possibilità di rimanere vittima di una strage di quel tipo sia prossima allo zero. Poco importa che molti dei morti fossero immigrati latini senza documenti invece che giornalisti inglesi middle-class. La sessualità di Jones è l’aggancio a cui lui può fare appello per paragonare sé stesso alla tragedia di stranieri lontani.

E questa è la vera tragedia delle politiche identitarie: la solidarietà muore. Mentre fino a pochi anni fa saremmo stati tutti uniti nell’esprimere sgomento per l’uccisione di un nero ad opera di un razzista, o di un gay per mano di un omofobo, o di un ebreo da un antisemita, oggi tutto questo sta silenziosamente finendo. Ora ogni atrocità è un’atrocità identitaria e dunque ogni orrore è foriero di nuova rabbia e divisioni, mentre tempo addietro la nostra comune umanità avrebbe trovato ragione di unirsi contro una piccola minoranza che si rendeva responsabile di atti vigliacchi pieni d’odio.

La politica identitaria è la politica dell’autocommiserazione. Se dovessi incamminarmi su questa strada dovrei affermare il mio essere ebreo, così ogni attacco antisemita sarebbe un attacco a MEEE. Ma scelgo di non essere definito dalle mie origini ebree, sebbene questo mi permetterebbe di sguazzare a lungo nell’autocommiserazione. I miei figli sono nigeriani-ebrei: dovrebbero attivarsi solo in caso di vittime ebree e nigeriane? Mia figlia dovrebbe forse dichiararsi una femminista ebreo-nigeriana, aggiungendo all’autocommiserazione per essere nera e ebrea un elemento legato al genere? Siamo alla corsa al peggio: quando ignoriamo selettivamente l’orrore, perché non ci identifichiamo con l’identità delle vittime, stiamo perdendo la nostra umanità.

Ci sorprendiamo dunque che i bianchi poveri scelgono di unirsi intorno alla loro identità razziale? L’ascesa di Donald Trump o di Nigel Farage è davvero così sorprendente in un clima di questo tipo? L’ascesa della nuova destra fascista è stata chiaramente anticipata e guidata dall’ascesa delle politiche fasciste di sinistra. Non abbiamo alcuna chance di contrastare l’avanzata delle destre estreme in Europa e in America se adottiamo noi stessi metodi e idee fasciste. Dobbiamo riscoprire la solidarietà delle vecchie sinistre: dobbiamo stare fianco a fianco con quelli che soffrono, per quanto poco o nulla ci assomiglino.

*Per canarino nella miniera si intende l’uso che i minatori facevano dei canarini, in gabbie appese per le gallerie, per rivelare la presenza di gas letale. I canarini erano infatti i primi a morire.

—>>>Pur non condividendo appieno il contenuto – nella sua parzialità, per via dell’evidente rimozione della matrice razzista, omofoba, sessista, classista, di delitti che vanno solo letti in senso intersezionale – e rilevando criticità da analizzare, pur tuttavia scegliamo di pubblicare questo contributo a partire dal quale sarebbe forse utile discutere. Il punto è che la lettura intersezionale, ovvero quella che supera politiche identitarie e fortemente reazionarie, non può essere sostituita con valutazioni relativiste secondo cui chi uccide determinate categorie di persone, è solo un pazzo, invece che un omofobo o un razzista.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: