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Il sesso lava la puzza del martirio

Mi sono resa conto di non voler fare parte di un movimento femminista che vittimizzava me, il mio corpo, la mia storia, la mia intera vita, per avere uno strumento di propaganda utile in vari modi. Alcune pensavano sinceramente che fosse il modo giusto per ottenere attenzione su un problema rispetto al quale non è raro trovare molta indifferenza. Alcune avevano una strana luce negli occhi, un fanatismo, tipico di chi conduce crociate, che poi serviva a sfuggire da problemi, solitudini, depressioni, fallimenti personali.

Vuoi mettere poter insultare su facebook tanta gente usando il pretesto di stare dalla parte delle vittime di violenza senza correre il rischio di sentirti mai dalla parte del torto? Altre producevano ragionamenti mediocri, tipici di chi immagina cose che non ha mai provato e pur tuttavia si sostituisce alle reali protagoniste delle storie, inconcludenti, inutilmente viscerali, con spirito di vendetta “in nome di”, anche se nessuno le aveva incaricate di assumere un ruolo di rappresentanza.

E’ già dura essere usate da chi ti fa violenza, quanto meno quella più conosciuta, figuriamoci com’è essere sfruttate da donne che di te, in realtà, se ne fregano perchè è tutto un gioco di potere tra se’ e il resto del mondo. Ogni buona causa attira gruppi di fanatici/che e tutt* quant* faremmo bene a tenerlo presente, perché non basta essere armate di buone intenzioni per poter dirsi davvero utili al mondo intero.

A me serviva poter riappropriarmi del mio corpo, liberarmi dal ruolo della martire che mi era stato imposto assieme a quello della vittima, e poi volevo tornare a vivere la mia vita. Chi pensa che una violenza distrugga tutto il tuo futuro non la dice giusta. Questa lettura non è adatta a tutte, con tutto il rispetto verso quelle che soffrono per anni. A me non ha distrutto proprio niente. Non gliel’ho permesso. Ho fatto in modo da continuare a costruire dove tutto era ridotto in cenere e ne ho approfittato per rafforzare le mie fondamenta e per ricominciare, rinnovare, curiosamente, il mio mondo, le mie amicizie, i miei obiettivi.

Quando sei ad un passo dalla morte tutto quel che vuoi, almeno nel mio caso, è vivere, correre, ballare, cantare, scopare, amare. Mi spiace molto non riassumere il ruolo della santa vittima utile a certe donne piene di boria, snobismo, classismo, pure, giacché ti guardano dall’alto in basso concedendoti un po’ della loro elemosina per trarre utilità da quel che hai subito.

Io ho fatto sesso la settimana successiva al trauma. L’ho fatto come fosse utile alla mia rinascita. E mi è stato profondamente utile, a sentire il contatto con la mia pelle, a riappropriarmi di sensazioni che volevano rubarmi. Ho fatto sesso, molte volte, chiusa in una stanza, per un week end intero, e non ho dato per scontato niente. Non ho neppure raccontato quello che mi era successo perchè non volevo affatto che lui mi trattasse da vittima, con garbo, con paternalismo. Volevo che mi trattenesse con passione, con un atteggiamento ruvido e dolce, con quella maniera solida di determinare il ciclo degli eventi che a me piace cedere al mio partner.

Qualcuna ha detto che è proprio il fatto che voglio essere dominata che mi ha messo a rischio. In realtà è una cazzata immensa. Si tratta di una balla. Chi sa esercitare dominio per darti piacere non lo fa per assumere controllo e potere su di te e poi è tutto consensuale. Il tizio che mi ha fatto male non aveva mai avuto il mio consenso. Mai, in nessun caso. E poi che cazzo c’entra la mia sessualità con quello che ho subito? Davvero poi c’è chi si sorprende se dico che non ho voglia di farmi “confortare” da donne che per prima cosa voglio aggiustare la mia sessualità dalla cui visione farebbero derivare la violenza? Sono donne sessuofobe, per lo più, che temono un cazzo, anche se sanno che a violentare non è mai quello. Può essere un mezzo ma dipende tutto dalla testa della gente di merda che lo usa malamente. Demonizzare l’uomo perché c’è chi non ha presente il limite tra desiderio e consenso è un grosso errore.

A me gli uomini piacciono. Io voglio che mi scopino, duramente, e che mi procurino orgasmi sussurrati e urlati con l’unica preoccupazione di sentirsi legittimati a fare quel che chiedo. Il sesso, quello che io pratico, non è un incentivo alla violenza e gli uomini che vogliono scoparmi non sono nulla più che partner generosi che con me condividono segreti intimi e respiri.

Perciò dicevo che per prima cosa ho voluto scopare ed essere scopata. Mi sono allenata a dire si per avere ben chiaro il fatto che aver detto no segnava il limite a quella violenza. Mi sono sentita bene, stavo davvero bene e mi sono liberata dallo stigma della vittima da subito, perché quello stigma allontana l’idea di soggettività autodeterminata, giacché le vittime, o quelle considerate tali, sono le uniche a non poter sedere al tavolo di discussione che parla di violenza sulle donne. Ne parlano le altre. Quelle che pensano di sapere tutto senza aver vissuto niente o solo per aver personalizzato ogni cosa vista e ascoltata attribuendo ad altre sensazioni e situazioni che riguardavano soltanto loro stesse.

Mi sono sentita meglio perché scopare con qualcuno che ti vede come vittima non è piacevole. È come fare sesso con un protettore, uno di quelli che amano caldamente baciare le tue lacrime perché appari loro fragile, indifesa, ed è questo che li fa eccitare. La donna autodeterminata e forte non li eccita. E vaffanculo a loro. A me piace eccitare per la mia forza e non per la mia debolezza. Io voglio piacere a prescindere dalle mie cicatrici. Voglio essere vista per quel che sono: autonoma, intera, appassionata e in grado di salvarmi da sola. Perché si, io mi salvo da sola. Tutto il resto, per me, è solo fuffa.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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