#Brexit: la cecità di pochi rovinerà la vita a molti!

in blu quelli contrari all'europa, in giallo quelli a favore

in blu quelli contrari all’europa, in giallo quelli a favore

 

di Edoardo McKenna

La notizia è ormai ufficiale: il Regno Unito, dopo 43 anni, è da stamane fuori dall’Unione Europea.

Non è facile per me ragionare lucidamente su questo “pasticciaccio grosso de Downing Street”, per citare malamente Gadda. Non è facile, perché in quanto detentore di passaporto britannico ed italiano, e con famiglia in entrambi i paesi, vi sono coinvolto emotivamente e da vicino. Non è facile, perché quanto sta avvenendo cozza contro buona parte degli ideali politici (nel senso più ampio del termine) che il mio intelletto considera giusti. Non è facile, perché dacché ho visto i risultati stamane sono in preda ad una rabbia furibonda come non provavo da lungo tempo.

Prima di motivare questo mio furore, però, vorrei provare a contestualizzare il risultato del referendum, giacché, sebbene io non abbia granché seguito la stampa italiana in merito, confesso di aver avuto sentore di alcune affermazioni in merito da fonti italiane (politiche e non) che mi hanno lasciato alquanto perplesso.

Potrà sembrare banale, ma è importante ribadire due concetti fondamentali.

Primo, sebbene le Isole Britanniche siano un’unica isola geografica, esse non sono sempre state un’unica entità politica. Il Regno Unito, inteso come unione di Inghilterra, Galles, e Scozia esiste solo dal 1707, con la successiva inclusione dell’Irlanda nel 1800. Questo significa che gli aggregati sociali separati pre-esistenti ebbero modo di sviluppare rapporti assai variegati nei confronti del Continente Europeo. Scozia ed Irlanda hanno avuto, per buona parte della loro esistenza moderna forti legami con esso: la necessità di difendersi dal loro ingombrante vicino inglese spinse ripetutamente i due paesi a ricercare alleanze esterne di natura sia culturale che politico-militare, soprattutto con Francia, Spagna, Austria e Stato della Chiesa. l’Inghilterra (ed il Galles, rapidamente assoggettato ad essa e praticamente indistinguibile nella propria storia politica), al contrario, sviluppò nella propria corsa verso un ruolo di potenza mondiale una profonda diffidenza verso tutto ciò che fosse oltre la Manica, con particolare astio verso i vicini francesi ed una chiusura spirituale radicata in un forte isolazionismo.

Secondo, il Regno Unito ha governato un vastissimo impero, che le ha permesso di essere una potenza di primo piano nel XIX secolo. A partire dal 1945 questo impero si è sgretolato, comportando una perdita di prestigio ed importanza internazionali acuita dall’emergere degli Stati Uniti come attore geo-politico. Da questo shock, psicologico prima ancora che materiale, le élite conservatrici che contano (leggi inglesi, in larga misura) non si sono mai riprese. Si è tentato di agganciare l’autorevolezza britannica a quella statunitense, diventandone partner privilegiato e supino all’interno della Nato. Ma essenzialmente si sapeva che la festa era finita. Segno palese della difficile gestazione di questo processo fu il rigurgito nazional-conservatore (nella sola Inghilterra, si badi bene) che determinò il corso politico degli anni ’80, con la Thatcher prima e Major poi.

Questo preambolo è necessario, anzi fondamentale. Perché solo con esso si può capire quanto è accaduto. A dispetto di alcune letture (sia italiane che britanniche faziose), il referendum non è affatto stato una contrapposizione tra comuni cittadini di bassa istruzione (i proletari, per usare un termine fuori moda) e le élite cosmopolite ed abbienti. Il voto è stato molto più trasversale e sfaccetato, ed ha spaccato il paese. La chiamata alle urne per la Brexit è stata voluta ed imposta al primo ministro conservatore Cameron essenzialmente da due unità: una larga fetta del suo stesso partito conservatore (formato da quelle élite ricche e filo-imperialiste di cui sopra, che vagheggiano un ritorno alla grandeur passata, e che da sempre mal tollerano di essere soggetti a leggi provenienti “da mangia-rane e crucchi”), e da parte delle classi lavoratrici, specie di provenienza rurale, che si sono sentite abbandonate dalla politica nelle estenuanti diatribe su fondi agricoli, sovvenzioni ed affini, e sulle quali il vacuo populismo di partiti anti-europeisti come l’Ukip hanno avuto facile presa. Trasversale ad entrambi i gruppi, la tradizionale diffidenza verso il Continente appena citata, ed una percepita perdita di Britannicità (leggasi “Inglesità”, in questo contesto) a causa della recente forte immigrazione Europea. Europea, si badi bene, perché è dagli anni ’60 che il Regno Unito accoglie membri delle sue vecchie colonie, riammantate dal velo illusorio chiamato Commonwealth.

Tra le classi lavoratrici, però, molti hanno votato per restare. Il partito Laburista come parte di quello conservatore hanno per ragioni diverse difeso l’appartenenza britannica all’Europa. Lo stesso dicasi di alcune città che sono da sempre bastioni della classe operaia e dei laburisti, città come Manchester, Liverpool, Leeds e Bristol. Londra stessa, nella sua trasversale multietnicità, si è espressa solidamente a favore della medesima opzione. Il chiasmo che si è aperto, come notava stamane The Guardian, è tra città e campagna. Tra chi ha qualcosa da perdere e chi no.

E adesso? A dispetto dei proclami trionfalistici di Farage, leader dello xenofobo e cripto-fascista Ukip che appare essere per ora l’unico vero vincitore, si vedono i primi risultati. Da stamane la sterlina è in caduta libera, con perdite del 10% rispetto al dollaro e un crollo che non si registrava dal 1985. E’ la perdita di valore in un solo giorno più vertiginosa mai registrata nella storia delle valute.

Ed è qui che inizia la paura, e di conseguenza la rabbia.

Intanto non è chiaro come il Regno Unito intenda disimpegnarsi dall’Europa, né quanto tempo ci si metterà, né se si cercherà, o sarà possibile avere, il mantenimento dell’accesso al mercato unico.

Quello che sembra inevitabile, invece, è che il governo del paese passi in mani che il Financial Times non ha esitato a definire “poco credibili alla guida del Regno Unito”. E tale definizione potrebbe pure essere un’eccesso di cautela. Con le dimissioni di Cameron stamane, la strada è spianata o agli iper-conservatori neo-liberisti che hanno capeggiato la fronda all’interno del partito contro il loro primo ministro, o agli xenofobi dell’Ukip. In un paese dove il partito laburista è ai minimi storici di consensi, e dove molte sue circoscrizioni storiche hanno dato forfait, è facile prevedere come costoro avranno gioco facile ad introdurre ulteriori tagli alla spesa pubblica, e ad introdurre misure coercitive nei confronti degli stranieri. Non bisogna dimenticare che Londra è la più grossa città italiana al di fuori dell’Italia: finché c’era l’Europa a garantire diritti lavorativi, di cittadinanza e di movimento era un conto, ma adesso, chi li fermerà?

Ma l’incubo è appena all’inizio. Perché la Scozia, in virtù dello spirito filo-continentale descritto pocanzi, ha votato massicciamente a favore dell’Eu, e il partito nazionalista scozzese SNP (di centro-sinistra, anche se agli occhi italiani può sembrare un ossimoro) che è attualmente al potere ha promesso da tempo che qualora l’esito del referendum fosse stato quello attuale avrebbe immediatamente fatto richiesta di un secondo referendum pro-indipendenza. La prima ministra Nicola Sturgeon, estremamente abile e capace, ha già fatto dichiarazioni in tal senso stamane. Essendo metà scozzese, dovrei gioire di ciò. Ma la prospettiva di dover dialogare con un paese, l’Inghilterra, nel caos politico ed istituzionale più totale, in mano a falchi conservatori, e non più morigerato dall’arbitrato super-partes della Ue non è davvero allettante, e potrebbe risultare pericoloso.

Il pericolo in Scozia, tuttavia, non sarà mai alto come nell’Irlanda del Nord. La difficile pace raggiunta nel 1998 dopo una sanguinosa guerra civile di 30 anni si basava essenzialmente sulla buona cooperazione tra Belfast, Londra e Dublino (le parti in causa nel conflitto) nel contesto della comune appartenenza all’Ue, e sulla progressiva abolizione de facto del confine tra Irlanda del Nord e la Repubblica. E’ per salvare tale pace che la maggioranza del Nord Irlanda ha ieri votato a favore dell’Europa; la dimostrazione viene dal fatto che le circoscrizioni anti-Brexit, pur essendo maggiormente situate in regioni cattoliche, includevano molti distretti tradizionalmente unionisti. Adesso il confine tra i due paesi tornerà a chiudersi nuovamente come in passato, assassinando le economie locali, gli scambi, e la distensione che si era così faticosamente raggiunta. Già stamattina il leader dello Sinn Féin, partito maggioritario tra i cattolici ed ex-braccio politico dell’ Esercito Repubblicano Irlandese (IRA) ha reclamato un referendum per l’unificazione dell’isola, poiché a loro detta questo voto “ha privato il governo britannico di qualunque mandato per rappresentare gli interessi economici e politici delle genti nord-irlandesi”. Non è difficile sentire dietro queste parole gli otturatori dei fucili che vengono oleati, da una parte e dall’altra. I giornali della Repubblica del sud spiegavano stamane come, salvo una dichiarazione di guerra, il risultato di Brexit sia lo scenario più catastrofico che la dirigenza irlandese potesse trovarsi ad affrontare. Hanno ragione.

Ma anche in Europa non c’è di che stare allegri. Le azioni europee stamane sono crollate più dell’ 8%, il più alto calo mai registrato in un solo giorno. Una recessione peggiore di quella già in corso parrebbe essere dietro l’angolo, anche perché questo voto mette in seria discussione l’esistenza stessa della Ue, e, indirettamente, la sua affidabilità in termini di investimenti esterni. E noi già sappiamo, per esperienza storica, cosa accade quando una crisi economica si coniuga con il vuoto politico. In fondo, i semi della zizzania che hanno portato a questo risultato nel Regno Unito esistono in tutta Europa: l’immigrazione, la globalizzazione ed una profonda incomunicabilità tra le classi politiche e l’elettorato. E’ un attimo che i vari movimenti populistici che sono affiorati in Francia, Italia, Germania, Olanda, Austria e Scandinavia ne approfittino. E l’esito di questo scenario, dagli anni ’30 in poi, ci dovrebbe essere fin troppo familiare.

Queste solo le ragioni della mente, le analisi lucide. Poi ci sono le ragioni del cuore, un cuore amareggiato e furibondo al tempo stesso. Amareggiato e furibondo, perché amici di varie nazionalità si troveranno in crescenti difficoltà in un paese, il Regno Unito, che avevano eletto a loro seconda casa, magari mettendo su famiglia. Amareggiato e furibondo perché mio padre diverrà doppiamente straniero in un paese, l’Italia, in cui ha vissuto per più di 40 anni senza eccessive difficoltà, e si ritroverà ora a dover chiedere il visto come negli anni ’70. Amareggiato e furibondo perché, a seconda di come verranno fatti gli accordi, e a meno che la Scozia non si spicci ad ottenere l’indipendenza, potrei trovarmi a dover scegliere tra passaporto britannico e italiano, una scelta che non voglio neppure prendere in considerazione. Amareggiato e furibondo per l’Irlanda, una terra con cui ho legami di sangue, in cui ora vivo e che amo, che si ritroverà a dover pagare sulla propria pelle scelte non sue, rivivendo orrori che si credevano archiviati. Amareggiato e furibondo per un’idea, quella dell’Europa, che con tutti i suoi difetti e le sue soperchierie aveva permeato la mia gioventù e la mia crescita, dandomi la possibilità di muovermi, studiare e amare tra paesi come mai prima nella storia umana, un’idea che io vedevo incarnata in me stesso e in tanti altri come me figli di più culture. Un’idea che ora è sulla graticola, pronta ad essere allegramente liquidata dall’incapacità truffaldina delle classi dirigenti europee, e allegramente fatta a brandelli dagli sciacalli xenofobi che si aggirano per l’Europa, pronti ad infettarla con le loro mummie mentali.

Amareggiato e furibondo, perché ancora una volta la cecità di pochi rovinerà la vita a molti.

Comments

  1. Amareggiati e furibondi dovremmo sentirci tutti perché si allontana ogni giorno di più il sogno di un Europa dei popoli e si rischia di tornare indietro di decenni. E nel caos si sa che chi prede è sempre il popolo e chi vince è sempre il potere di pochi furbi, scaltri e criminali. Non vedo un gran futuro.

    • Non si vive di solo pane.
      Quale sogno ha dato l’Europa dei euro-burosauri a matrice tedesca?
      l’unica cosa che ha data è una riedizione in chiave moderna dell’Impero di Diocleziano, quando pretese i controllare i prezzi di mercato e creò la tetrarchia.
      quando si rinuncia ai sogni per gli interessi……………. e ci sono troppi poveri per pochi ricchi

      • Non ho certo detto che questa Europa mi piaccia ma un conto è lottare per migliorarla(e l’amarezza viene anche da questa assenza di lotta) e un altro è pensare di tornare ai nazionalismi del 900.Tra le 2 opzioni credo sia ovvio che è da scegliere la prima. Poi…boh…di solito a dir che non si vive di solo pane è chi ne ha ma poi quando tanti iniziano ad aver fame di solito sono i populismi a darglielo e non credo sia auspicabile tutto ciò…

        • non è una riedizione dei nazionalismi dell’800, si potrebbe semplificare che in mancanza di sogni sono rimasti gli interessi.
          daltronde “se non io chi per me? se non ora quando?” o se preferisci “le nazioni non hanno amici o nemici permanenti ma soltanto interessi”.

          • Ecco, magari sarebbe ora che i cittadini cominciassero a far i propri interessi invece che assecondare quelli delle banche e dei privati. Sarebbe già qualcosa.

        • L’UE non è riformabile perché non è un organismo democratico. Il caso greco lo ha dimostrato ampiamente e non dovrebbe essere necessaria una nuova Caporetto alla Tsipras per rendersene conto.
          Per quel che riguarda il ritorno alla sovranità, che lo si voglia o no è necessario, ed è una mistificazione associarlo ai nazionalismi (totalitari?) del ‘900. La democrazia è inscindibile dalla sovranità e guarda caso il super-(quasi)stato europeo di sovranità alle masse non ne garantisce alcuna a partire dal fatto che i soggetti nelle cui mani è la gestione dell’UE non sono stati eletti da nessuno e il parlamento comune è privato della funzione fondamentale che gli dovrebbe spettare: il potere legislativo.

          • quale sovranità? questo oggigiorno è un’altro quesito.
            perchè una cosa che non ci hanno fatto studiare sui risorgimenti del 1800 era l’equazione 1 nazione=1 stato=1 mercato.
            in tempi di globalizzazione la nazionalità fa i conti con la cittadinanza (ad esempio lo Stato Italiano si trasforma sempre più dallo stato della Nazione Italiana allo Stato dei Cittadini Italiani -e non è un gioco di parole-), mentre per ciò che riguarda il mercato oggi è talmente globalizato che anche….l’Inter oggi è dei cinesi!
            in mancanza di sogni ritorniamo agli interessi.

          • Non è riformabile perché non è una unione politica. La Grecia infatti è stata inginocchiata dalle banche che governano l’unione. Se fossimo parte di uno stato federale le cose potrebbero andare diversamente ma sempre e solo se ci si mette d’accordo per limitare quel potere economico finanziario che ci sovrasta tutti. E su questo ho i miei dubbi…

  2. Quello pubblicato mi pare un punto di vista totalmente appiattito sulla propaganda più “borghese” a favore del “remain”.
    Se l’UE è stata costantemente sconfessata ad ogni tornata referendaria in cui le popolazioni hanno avuto la possibilità di esprimersi su di essa, lo si deve esclusivamente alla sua natura antidemocratica e orientata al profitto capitalista.
    A dispetto di quel che sostiene l’autore della missiva, così come la stampa italiana, il voto pro brexit ha avuto una notevole connotazione di classe (http://contropiano.org/news/internazionale-news/2016/06/24/referendum-britannico-un-tentativo-analisi-del-voto-080846), di quella classe che i laburisti (grazie Tony Blair) e i sindacati hanno scaricato da decenni per accodarsi al pensiero unico neo-liberista che per altro permea tutta la struttura istituzionale e politica dell’UE.
    In questo senso il voto inglese assume ancora maggior valenza, in quanto certifica che l’UE è progressista solo nella propaganda e per gli interessi delle classi agiate.
    All’autore del testo che si straccia le vesti per il “sogno tradito” vorrei domandare che razza di sogno sia la privatizzazione di industrie e servizi pubblici, la compressione salariale, la precarizzazione del lavoro, l’estensione perenne dell’età lavorativa, la sponsorizzazione del golpe nazista in Ucraina, le ambiguità UE nei confronti della destabilizzazione siriana e il vergognoso accordo tra l’Unione e la Turchia per bloccare, dietro lauto compenso, i rifugiati del Medio Oriente in fiamme in quel “paradiso” di democrazia e diritti che è diventata la Turchia di Erdogan e dell’Akp.
    Personalmente, mi auguro che quanto verificatosi in Gran Bretagna possa diventare il via alla definitiva tumulazione di un organismo che, nel continente europeo, si è connotato come quanto di più coercitivo si sia visto dai tempi del terzo reich nazista.

    • Non è che le cose miglioreranno da questo punto di vista…
      Comunque anche i Laburisti ci hanno messo del loro:

      http://www.bbc.com/news/uk-politics-36633238

      • Verissimo che le cose non miglioreranno dall’oggi al domani. Tuttavia, la tendenza è sufficientemente chiara: ci sono degli interessi popolari che chiedono rappresentanza, una rappresentanza che spetterebbe alla sinistra, ma che la sinistra non coglie perché troppo impegnata a cercare l’internazionalismo nel capitale transazionale.
        Nel frattempo il suo bacino sociale di riferimento se lo conquista la destra che evidentemente è più sveglia.

  3. La cosa più preoccupante è il crescente numero di notizie riguardo a Brexiters pentiti e a elettori corsi a cercare “cos’è l’UE” subito dopo aver votato per lasciarla…

    Comunque, c’è chi già si batte per la “Brescue”: https://petition.parliament.uk/petitions/131215

  4. “…il Regno Unito, dopo 43 anni, è da stamane fuori dall’Unione Europea…”

    Il Regno Unito non è fuori da un bel niente, e resterà esattamente dov’è ora per un bel pezzo. Ci attendono vari e complessi passaggi. Se ci sono voluti quindici anni circa di negoziati per l’ingresso, di certo non basteranno pochi mesi per negoziare ed organizzare l’uscita. I mandarini europei si rassegneranno ad accettare la complessità della realtà.

    La posizione britannica è sempre stata particolare: niente euro, niente schengen. Oggettivamente è meno traumatico per loro ipotizzare un passo indietro. Immagino che ora il Parlamento cercherà di trovare una mediazione, forte del fatto che l’elettorato è sostanzialmente spaccato a metà. Se sono astuti ne potrebbe uscire qualcosa di utile.

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