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Una giornata al mare

Una giovane ragazza au pair con i capelli biondi raccolti in una coda alta, le cosce affusolate e tornite da atleta, una tenue mappa di lentiggini in rilievo che mi ricorda il giochino enigmistico in cui bisogna unire i puntini per ottenere una figura, costruisce un delfino di sabbia sul bagnasciuga. Sugli avambracci dei due ragazzini che le gironzolano intorno, senza giocare con lei, luccicano granelli di roccia sedimentaria triturata dal millenario sferzare del vento e dell’acqua di mare. Il suo inglese dall’accento aperto e dall’incedere veloce si mescola alle intonazioni partenopee e venete di genitori che richiamano i figli fuori dall’acqua. Vibra nei loro richiami – come una corda d’arpa pizzicata male – una nota di illogica apprensione: la paura che il mare cominci a vorticare e risucchi via tutto, i moderni braccioli hi-tech, i costumini con le frange, le ciambelle a forma di giraffa, i lunghi capelli a raggiera sulla superficie dell’acqua di una bambina che galleggia lieve come un velo da sposa sfuggito al morso delle forcine, le dentature lattee, le ciglia piccoline dove restano impigliate minuscole perle di luce umida, pesante. L’antico timore, da fiaba tramandata oralmente, che il corpo dei figli possa liquefarsi, sciogliersi nel mare, farsi acqua nell’acqua, diventare spuma soffice e scintillante sotto la vigilanza umorale della luna; oppure che esso possa mutare in onde perpetue che incessantemente si schiantano contro gli scogli, come una imperitura minaccia votata a ricordare ai padri e alle madri che nulla appartiene loro, non questa carne bambina esposta al vento, non questi spartiti intonsi che piroettano nell’aria prima di tuffarsi, non questi cuoricini con i pattini che volteggiano leggiadri.

Con la schiena appoggiata contro una palma ed un libro adagiato ai miei piedi, osservo i miei di figli mentre salgono l’uno sulle spalle dell’altro e poi si tuffano all’indietro, scompaiono per un attimo negli abissi e poi riemergono agili, togliendo via l’acqua dagli occhi come fosse cera fresca, non ancora indurita dal contrasto con l’ossigeno, sputando rivoletti d’acqua respirati dal naso. Non posso fare a meno di avvertire brevi punture di spillo simili ad una mano guantata di aghi di pino che imprime sul mio petto una pressione incuriosita, come un esperimento di scienze naturali, alla vista del corpicino gracile e slanciato di mio figlio, i lineamenti femminei del volto, gli occhi tondi, sgranati, perplessi, la pelle uno strato translucido e sottile, troppo sottile, perché io possa sperare lo protegga dalle insidie dell’amore e dal vanto delle prepotenze. Lui esce dall’acqua, corre verso me, mi tira una bacio che mi è sembrato un calcio, afferra il retino e se ne va alla ricerca di molluschi, crostacei in miniatura, stelle marine e spugne di mare. Una bambina si avvicina a lui munita di secchiello e di una promessa passeggera di amicizia: lui si schermisce alzando le spalle, io sola sento il suo tremore impacciato, intrappola noncurante un granchietto, si volta e lo depone – con goffo sollievo – nel contenitore colorato. Poi finalmente alza lo sguardo e i due bambini si scambiano un sorriso dolce e attento. Mio figlio guida le dita della bambina sul carapace del dispettoso animaletto, accompagnando una carezza di cui nessuno – oltre me – conserverà mai memoria. Sopra la mia testa le fronde della palma sussultano al vento.

Cerco con gli occhi mia figlia, quasi senza accorgersene il mio corpo si prepara ad una morsa di altra fattura: un assillo non meno dolente ma più conosciuto. Intravedo i suoi capelli a spazzola sulle spalle solide, le aureole chiare intorno ai capezzoli infantili, gli occhi dello stesso nero lustro e intenso del lucido per scarpe con cui mi divertivo da piccola a pulire le scarpe di vernice di mia madre, la sua risata tersa e acuta. Corre avanti e indietro sulla riva, organizza giochi, impartisce ordini, seda conflitti, inventa attività e sciorina fiera le regole delle gare. La sua pelle assorbe il sole, intrappola la luce cocente e la restituisce al mondo in tonalità brunastre, come legno prezioso trattato con olii da alchimista. Sale dalla bocca dello stomaco, come un rigurgito acre, affiorando sulle labbra, la certezza di saperla destinata ad una sorte da cavalla riluttante, scalciante, in fuga dai lazzi roteanti dei cow-boy americani, con le loro stellette di latta e le falde dei cappelli infestate di mosche morte; oppure di saperla, domata e ingentilita, mentre si asciuga le mani su uno strofinaccio frustro dopo aver infornato crostate nutrienti e gelatinose per un altro pranzo di famiglia. La chiamo a gran voce, d’istinto, lei si gira e da lontano mi urla “che c’è, mamma, ora sto giocando”, la dividi con me una pesca?, “uffa, ti pare il momento, tienimela da parte per dopo”. Rinuncio alla pesca ed esploro l’orizzonte, con sguardo inquieto, alla ricerca di mio marito.

Il suo corpo è una canoa sinuosa che rema lontana dalla riva, nelle acque alte e calme dove non si avventurano i bagnanti. Riconosco le sue bracciate vigorose e imprecise, so la consistenza che hanno le bolle d’acqua quando immerge il viso nel mare e soffia forte, conosco il sibilante risucchio da tabagista quando riemerge per prendere fiato. Gli ho chiesto di sposarmi da una cornetta bianca di un telefono in un bilocale di Sidney mentre, con ogni probabilità, lui socchiudeva gli occhi – dubbiosi, felici, impensieriti – e si passava le mani tra i capelli nel suo appartamento lombardo. Una richiesta di amore eterno fatta in mutande rosse e canotta slabbrata dall’emisfero australe a quello boreale: una supplica adagiata nei fori dell’apparecchio ricetrasmittente, consegnata agli inestricabili algoritmi della telefonia contemporanea, al labirinto sotterraneo di cavi di acciaio, tubi, fili ricoperti da materiali isolanti, morsetti, ganci, saldature di stagno e gommini di plastica, un desiderio pedante che ha attraversato il continente australiano, ha indugiato nelle penisole del sud-est asiatico, ha incespicato lungo le autostrade arabe, ha valicato i Balcani e si è posata lì, a baciare gli occhi del promesso sposo. Io attendo in silenzio una risposta: l’unico suono è il crepitio disturbato di una telefonata intercontinentale. Le stelle brillano senza sosta. Non è la cosa giusta, mi dice. Non è la cosa giusta per noi. Sposami. Non sarà una vita facile. Sposami. No. Sposami. Ti sposo. Quante volte maledirai il mio sì?

E rannicchiata sotto questa palma generosa, rivedo me stessa, dieci anni fa, sola all’aeroporto di Hong Kong, futura promessa sposa in gonnellina batik blu e arancio, con la fascia tirata a sollevare la frangetta, lo zainetto sulle spalle, i sandaletti di cuoio. Mi rivedo su quella striscia di terra artificiale, appollaiata come una vedetta sull’albero di una nave, davanti alle enormi vetrate pulite che danno sulla baia di Osaka, mentre passo e ripasso l’unghia nella fessura di un profilo di alluminio tentando di eliminare una linea nera di sporcizia. Sono lì, perfettamente consapevole che bastano pochi passi, il passaporto al sicuro nel marsupio, un po’ di dollari in tasca, per varcare l’uscita, confondermi e perdermi nella città brulicante di grattacieli e cibo di strada, sparire per sempre, tentare un’altra vita. Sono restata lì, a tentare di sollevare la sporcizia con le unghie, per un tempo lunghissimo. L’altoparlante poi ha chiamato il mio volo, sono sobbalzata, era ora di andare. Ho messo i palmi delle mani aperti sulla vetrata, lasciando sui vetri le impronte di ciò che non sarà mai più e di ciò che mai avrei immaginato fosse.

Lo sposo, ora, esce dall’acqua grondante come un martin pescatore. Ho maledetto tante volte il suo sì. Ho benedetto tante volte il nostro matrimonio. Infilo la mano nel piccolo termos, con le mani scelgo una pesca grossa e matura. Gliela porgo. Lui mi sorride, ringrazia e la addenta tornando a guardare il mare.

—>>>Prosegue la narrazione di E. con il suo Diario di una famiglia tradizionale. Non si può non leggerlo e non goderne. 

Per recuperare le puntate precedenti, in ordine progressivo:
1] Amo la mia famiglia e porto un plug anale
2] Diario di una famiglia “tradizionale”
3] La mia maternità “tradizionale” all’interno di una famiglia “tradizionale”
4] Se ci leccheremo ancora, come cani randagi
5] Di notte: storia di sangue e amore
6] Il mio contratto
7] Una preghiera piccina
8] Dedicato a Sara
9] A noi piace la “violenza”, come gioco sessuale, sicuro, consensuale
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