Sentire la mancanza del compagno violento

No, non ho detto niente, continuo a ripetere al mio compagno, che mi guarda con disprezzo perché pensa che ho tradito la sua fiducia rivelando dettagli spiacevoli sulla nostra vita comune. La colpa di aver rotto un patto tra vittima e carnefice, patto stabilito con ricatti psicologici, alimentando il senso di colpa, come se dopo aver rivelato tutto non ci fosse più alcuna via di scampo. Senza ritorno. Non si può stare insieme.

Mi continua a guardare male e quando inizio a piangere, per stanchezza prima che per disperazione, lui si avvicina e mi bacia sulla guancia, poi mi culla come fossi una bambina. Il patto non è stato tradito e dunque tutto può ancora aggiustarsi. Lo scarto che passa tra l’epoca del silenzio e quella in cui hai rivelato il segreto è una fase di transizione molto rischiosa. Non solo perché lui ti fa sentire una merda, come fossi tu ad aver sbagliato perché sei diventata improvvisamente una vittima un po’ meno vittima, ma anche perché è il momento in cui lui teme di perderti.

Così, quando lui chiede se io ho detto qualcosa a qualcuno devo rispondere sempre di no, altrimenti lui allontanerà amici e amiche che sanno, mi metterà contro i miei genitori, dirà di tutto per farmi sapere che c’è solo lui, per me, e nessun altro, mai. Rispondere che sei rimasta fedele a quel patto omertoso per un po’ ti salva la vita, almeno fino a quando non sai perfettamente dove andare, e nel mio caso è trascorso molto tempo prima che ciò avvenisse.

Mi sono preparata quando lui non c’era e il giorno dopo sono scappata con una piccola valigia e molte speranze addosso. Mi sono rifugiata dai miei genitori e il mio compagno venne a cercarmi, ovviamente, e a fare a botte con mio padre che si assunse la responsabilità di difendermi. Non volevo che si trovassero invischiati in una situazione nella quale mi ero cacciata da sola. Ero stata io a volere lui e tutto quello che ne è conseguito mi sembrò quasi una forma di punizione per la mia avventatezza. Per tanto tempo non dissi nulla ai miei perché temevo anche per loro e temevo soprattutto che mio padre non mi permettesse di tornare indietro, quando e se ne avessi avuto voglia.

Sono tornata a casa con il mio compagno, ho rimesso a posto gli abiti e le scarpe. Ho lavato i denti, messo la mia crema per il viso, e abbiamo fatto l’amore, lungamente, senza pensare a nulla che a questo. E mi richiede se l’ho detto a qualcuno, quasi che fosse la minaccia rivolta a probabili e sgraditi testimoni. Non possono essercene, perché quello che lui fa è sbagliato e credo sia difficile per lui trovare supporto dai familiari che sono perfino più evoluti di lui.

Com’era bello starci assieme a vent’anni e poi a venticinque. Ora ho 36 anni e mi sento vecchia, sola, stanca, trascurata e brutta. Conosco a memoria i consigli delle amiche. Lascialo, vai a rifarti una vita, rivolgiti a qualcuno. Ma c’è di mezzo sempre quel patto del silenzio, e infine dico loro che devono farsi i gran cazzi loro. Devono farlo perché io sono l’unica che conosce a fondo il mio compagno. Penso di poterlo controllare. Ma quelle donne uccise dai partner non pensavano forse la stessa cosa?

Non si ha alcun controllo se c’è qualcuno che muore. Non lo lascerò, per adesso, perché temo le conseguenze e perché non saprei dove andare. Abbiamo costruito questa casa insieme, l’abbiamo arredata, vissuta. Abbiamo fatto l’amore in tutte le stanze e ora dovrei lasciare tutto e restare senza niente? Lui stesso non se la passa meglio. Se gli dico di andarsene non saprebbe dove. Incastrati per affetto, che c’è nonostante tutto, tra uno schiaffo e un “ti amo”, e riacquistando lentamente fiducia in me, accorciando lo spazio verso la mia libertà. Mi sento come gli facessi un torto. Sono combattuta. È così grave pensare che quando non c’è mi manca?

Ps: questa è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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Comments

  1. solo un abbraccio a chi l’ha raccontata
    arriverà il tempo dell’addio
    quando capirà profondamente il proprio valore
    ed il timore del dolore del distacco non sarà più sabbia mobile ma terreno solido dove mettere i piedi
    arriverà

  2. L’ha ribloggato su nolimetangerine2014's Blog.

  3. Un abbraccio enorme all’autrice.

  4. L’amore e l’affetto sono cose molto diverse.
    Dopo tanti anni ci si affeziona anche ad un pesce rosso. Non significa niente, in fin dei conti.
    Io sono un’eterna romantica. Esagerata, in questo mondo fatto di troppi “ti amo” e poco amore degno di questo nome.
    Per l’amore si lotta, si combatte, ci si distrugge.
    Chi non ama davvero non lo sa. Non lo saprà mai, e credo non abbia nemmeno il diritto di parlarne.
    Sull’amore non si discute. Su tutto il resto sì.
    Quindi la mia domanda é questa: lo ami ancora? Lui ti ama?
    Se la risposta a queste domande é a entrambe sì, allora resta e combatti.
    L’amore vero é raro. Ne varrà sempre la pena.
    Ma se la risposta é no a entrambe le domande, o anche solo a una, allora vai via. Non ne vale la pena. Non ha senso.
    Soffrire solo per affetto, solo per mancanza di coraggio di cambiare, é sciocco. Stai perdendo del tempo che potresti spendere con qualcuno che puoi amare davvero…e che non ti fa del male.

    Lotta per amore, sempre, anche per amore di te stessa…
    Ma solo per amore. Non lottare per altro. Se il prezzo é alto, non ne vale mai la pena.

  5. Non è diversa da una storia di tossicodipendenza: Fa male quando c’è ed aliena dagli altri rapporti, fa male quando non c’è e ‘manca’. Uguale anche la sensazione del sentirsi troppo stanchi e vecchi per cambiare le cose… Mi dispiace un sacco per chi ha raccontato la sua storia, spero riesca a disintossicarsi da questo rapporto.

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