Mio marito mi picchia ma non voglio lasciarlo

Se guardo al mio passato vedo tante contraddizioni e ora, invece, mi pare di aver raggiunto un punto di equilibrio. Sto con un uomo violento e ogni tanto mi picchia, ma io lo amo comunque e non lo lascio. È una scommessa, penso che per ogni crisi superata avrò un po’ meno da scontare, come fosse la mia pena per gli errori che ho commesso. Mi dicono che tutto parte dalla mia autostima, ma io sono una donna qualunque, mediocre, senza prospettive, e lui è un uomo del quale sono ancora innamorata. Non posso rinunciare a sentirne l’odore, anche se domani potrebbe essere l’ultimo. Anche se do un cattivo esempio a mia figlia che da anni mi dice di lasciarlo.

Lei è andata via di casa quando aveva 17 anni. Non ha voluto più essere l’impotente testimone di quello che mi succedeva, e io l’ho incoraggiata, molte volte, a fare quella scelta. È andata a vivere con mia madre e ogni tanto passa da me per contarmi i lividi. Io non provo troppo dolore e i motivi per cui lui mi picchiava tempo fa ora sono quasi spariti. Mia figlia dice che però non c’è ragione per cui un uomo possa picchiare una donna. Dice che io non sono lucida e sicuramente ha ragione, ma cosa c’è di razionale nella scelta di amare qualcuno? L’amore non è già irrazionale?

Questo è quello che io dico a me stessa. Lo dico e lo ripeto finché non arriva il giorno cattivo in cui lui mi picchia. Le brutte parole, quelle che ti segnano, l’insicurezza, il disprezzo, lui che mi fa pensare che non potrebbe mai amare nessun altra e allo stesso tempo dice che nessuno potrà mai più amare me come fa lui. Sono adulta, ormai, e penso che in parte ha ragione. Se lo lascio dove vado? Con mia madre? Come faccio a mantenermi? Non ho un lavoro, a 47 anni io non ho un futuro, e serve che gli stia a fianco perché lui tiri fuori soldi per aiutare sua figlia. Mi pare un giusto prezzo da pagare.

Non voglio essere un esempio per nessuno, anzi, se voi state con una persona violenta andate via, finché siete in tempo, ma non tentate di convincermi a fare lo stesso. Io voglio che lui resti con me e non voglio lasciarlo. Voglio che lui mi chieda scusa quando si pente di avermi picchiato. Voglio che faccia l’amore con me come se fosse l’ultima volta, e voglio poterlo guardare e vederlo riconoscente perché lo perdono, ogni volta, per ricominciare tutto da capo.

Ci sono giorni, pochi, in cui stiamo bene come se ci fossimo innamorati pochi attimi prima, con il magone quando ci incontriamo, il nodo alla gola per la felicità e poi ricomincia il ciclo con il suo malumore, le mie risposte non controllate, con le parole che arrivano da sole, senza che io possa pensarci. Come una ribellione incontenibile che mi fa dire quello che penso e talvolta prendo in prestito le parole di mia figlia. Mi dice che mio padre è un maledetto e che io sono un’egoista. Mi dice che avrei dovuto lasciarlo quantomeno per lei, se non per me stessa. Ha ragione, ma ormai è troppo tardi. Non saprei cosa inventarmi e allora un po’ mi sento in trappola e un po’ penso che mi sta bene così.

Lui è mio marito, l’uomo che amo, e non mi fa più così male. Mi hanno già detto che potrei rivolgermi ad un centro antiviolenza, o alla polizia, a qualcuno che possa proteggermi, ma non c’è niente e nessuno che può proteggermi da me stessa. Se non sono io stessa a decidere nessuno può farlo per me. Anche se quello che dico può sembrare pura follia. Anche se fosse per voi io avrei dovuto lasciarlo o addirittura mandarlo in prigione. Ma io odierei vederlo in prigione e poi gli altri non capirebbero, non sanno quello che c’è tra noi. Non lo sanno.

Non sono forse queste le cose che dicono a se stesse tutte le donne che sopportano la violenza dei mariti? Tento di convincermi del fatto che va tutto bene e argino la vergogna e il senso di colpa per quello che ho fatto passare a mia figlia e per la mia mancanza di coraggio. Il fatto è che mio marito non è un mostro. E’ un uomo pieno di contraddizioni, a volte fragile e io ho forse la sindrome della crocerossina e voglio salvarlo, o penso di cambiarlo, col tempo, come ha fatto la mia vicina di casa che dice di suo marito che con la vecchiaia si è “calmato”. Quando le pressioni si fanno meno forti. Quando si è solo in due. Quando si stemperano i bisogni.

Direte che sono davvero poco lucida e che non dovrei dire quello che penso, ma lo penso e credo che molte altre lo pensano come faccio io. Provate a convincermi del fatto che sia giusto lasciarlo e datemi soluzioni concrete, perché di belle parole non me ne faccio niente. Provate a dirmi come faccio ad aiutarmi e ad aiutarlo. Provate a dirmi come posso evitare che tutto finisca male. Sarebbe semplice se non lo amassi, se non pensassi che domani c’è per noi un’altra possibilità. Sarebbe semplice soltanto se io riuscissi a convincermi del fatto di non meritare botte e cattiverie. Ma è così che mi sento e non posso nasconderlo a nessuno.

Lungi da me essere un esempio per le altre donne. Non fate vostro nulla di quello che ho scritto. Non rimproveratemi perché vi ho raccontato ma cercate di capire il mio dilemma. Questa è la prima volta che ne parlo in pubblico, anche se coperta dall’anonimato. Scrivendo mi sono resa conto di quanto poco sensate siano alcune cose. Forse mi aiuta o forse no, ma sono contenta di aver scritto. Grazie per l’ascolto.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

NB: Abbatto i Muri non interviene per “aggiustare” le storie di chi si racconta. A volte le editiamo o le  rendiamo leggibili, in italiano, su richiesta della stessa persona che ci scrive, ma non cambiamo il senso di quello che si narra. Per quello che ci riguarda pensiamo che questa donna sia vittima di violenza di genere e sia incastrata nella mancanza di logica tipica di chi non ha autostima e pensa di meritare la violenza. I centri antiviolenza insegnano che i primi approcci con donne che vivono queste esperienze non possono essere caratterizzati da imposizioni o da giudizi. E’ lei che deve capire quanto sia ingiusto che il marito la picchi. E’ lei che deve decidere cosa fare. Ricordiamo che le prime o i primi a fare victim blaming sono quell* che dicono che se non lo lasci sei più o meno complice. Noi, per quanta voglia avremmo di “salvarla”, non possiamo che dirle che siamo qui e che se vuole ci sarà di sicuro un punto di riferimento, un servizio, a cui rivolgersi nella sua città.

Comments

  1. Questa storia sembra scritta da mia madre, anche se nessuna delle sue figlie è andata via di casa e l’ha lasciata sola.

  2. Probabilmente la cosa ti piace, magari un uomo non violento non ti attizzerebbe, non lo so. E’ un bel dilemma, tu fai quel che ti piace e che vuoi. Io non capisco chi fa il parapendio, ma non gli rompo l’anima per farlo smettere. Ciao

  3. Tu non vuoi essere “salvata” quindi non ti dirò nulla di ciò che di solito si dice alle donne vittime di violenza.
    Anche io ho subito violenza, non fisica, ma psicologica.
    In un certo senso é più infame, perché é più difficile sia da capire che da raccontare.
    Amo ancora questa persona.
    Ancora penso di non voler stare con nessun altro.
    Capisco il bisogno di parlare di sé senza voler né giudizi né consigli.
    Io ho ricevuto consigli e giudizi per anni, poi mi sono stancata e ho detto a tutti che avevo chiuso con lui.
    Non é vero, ovviamente, ma lo so solo io, e adesso, per lo meno, quando mi fa del male posso fingere che a farmi soffrire sia stato altro, così non dovrò sopportare giudizi e consigli di persone che in realtà aggiungono dolore al dolore.
    Le cose però stanno andando meglio già da un po’. Lui sta migliorando molto.
    Anche io, in un certo senso.
    L’amore é irrazionale. A volte troppo.
    Ti porta ad accettare cose che non pensi accetteresti mai.
    Ti porta a fare dei conti con te stessa e a conoscere lati di te stessa che vorresti non conoscere.
    Tutti abbiamo un nostro inferno personale. Confesso che anche io gli ho fatto conoscere il mio.
    Ma siamo sempre qui, sempre uniti, dopo anni. Conterà qualcosa, no?
    É forse é questo pensiero che mi danneggia di più: il pensiero che noi, come coppia, valiamo più della maggior parte delle altre…coppie insieme per caso, per abitudine, per utilità.
    E poi ci siamo noi, che in mezzo alle fiamme dell’Inferno continuiamo ad amarci e volerci a vicenda. A volere entrambi solo l’altro.
    Alla fine ho deciso che se non volevo lasciarlo dovevo almeno cercare di migliorare il nostro rapporto.
    Ho cercato di capire davvero i motivi delle sue sfuriate…e capirli mi ha aiutata tanto, e ha aiutato lui.
    Forse anche tuo marito ha un problema.
    Forse é un problema anche peggiore di quello che ha il mio compagno.
    Possibile che soffra di un problema psicologico?
    Prova a parlarne con una persona competente. Prova a capire come fare ad aiutarlo davvero.
    Non per lasciarvi, ma per stare insieme senza ferirvi a vicenda, come nel mio caso, o senza che lui ferisca te, come nel tuo.
    Può funzionare.
    Se sei abbastanza forte da sopportare le botte, sei sicuramente abbastanza forte anche da affrontare ciò che c’è dietro!!!
    Coraggio!!!

  4. Io di solito evito di lasciare commenti. Lo eviterei soprattutto in questo caso.
    Ma mi sento di dire che si, per me è vero che se non lo lasci sei complice.
    Perchè complicità è, prima di tutto, legame.

    Il problema fondamentale che mi pongo è che “complicità” è una parola dal significato bellissimo (è il punto massimo dell’intesa), e viene invece sempre relegata al suo significato penale, sempre intesa come collaborazione passivo-negativa a un crimine.

    Perciò, c’è solo da scegliere COME essere complici: essendo due elementi che si danno man forte nel distruggersi a vicenda, o essendo due elementi che insieme si rimboccano le maniche e -per quanto sia difficile- collaborano per risolvere un problema con tutta la loro volontà.

    Sempre nella mia onesta opinione.
    Ti abbraccio

  5. Cara amica,
    sono una donna come te, con una storia alle spalle molto simile alla tua. Io sono andata via perche in me è scattato un clic, quando un giorno mi ha preso per il collo mentre aveva gli occhi iniettati di sangue e per la prima volta ho avuto paura, non per me, perche in quel momento pensavo, come te, di meritare tutto quello che mi stava facendo, ma per mio figlio che allora aveva solo due anni. Io CAPISCO quello che dici, perche i tuoi stati d’animo li ho sentiti sulla mia pelle, per me a quel tempo, nessuno poteva capire cosa c’era tra di noi. Non è stato facile ammettere di essere debole e di essermi lasciata “violentare”, con le parole con le minacce, con le botte. Posso dirti questo, un giorno, prova a fare un passo per te, solo per te, come quando ti regali un giorno dall’estetista o alle terme e vai a parlare con le persone dello sportello, anche cosi, solo per curiosità, per vedere cos’hanno da dirti, donna che pensi di non meritare nulla se non le botte, donna che aspetti la vecchiaia perche cosi magari si calma. Io pensavo che siccome lo avevo sposato, avevo il dovere di amarlo nel bene e nel male, e pensavo che tanto in tutte le famiglie non è sempre rosa e fiori. A 13 anni da quel momento posso dirti che sbagliavo. Amati tesoro, amati tanto anche se non ne vedi il motivo. Le relazioni come le nostre ti fanno pensare di essere una nullità, di non essere capace a vivere da sole. Io non posso indicarti il percorso perche per ogniuna di noi è diverso, posso dirti che ti voglio bene anche se non ti conosco perche in te rivedo me, e che una soluzione c’è sempre. Fai un passo, tesoro un passo soltanto, nessuno vuole strapparti da lui, se non sei pronta, ma amati almeno un po per fare qualcosa per te. Io posso dirti che dall’altra parte del muro c’è il sole, e che a 47 anni hai un milione di opportunità ancora.
    Ti abbraccio, anche se lo pensi non sei mai sola

    S.

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