Sono una sex worker: lui non si sente un eroe per il fatto di amarmi!

A un passo dalla soglia, prima di andare incontro a un altro pezzo di futuro, mi volto indietro per guardarlo e dirgli ancora una volta che lo amo. Per quelle volte in cui mi accarezza sebbene io sia così trascurata. Per le volte in cui mi sveglia, la notte, in un impasto di mani e lingue, e facciamo l’amore, per poi riaddormentarci. Poche ore fa l’abbiamo fatto, e ho ancora il suo odore addosso. Non voglio lavarlo via per portarlo un po’ con me, dopo la sveglia pigra e le mie azioni abitudinarie. Metto sul fuoco un po’ di latte, mangio qualche fetta biscottata con la marmellata di fragole. Cerco di trovare un capo di vestiario che non sia sporco e mi accorgo che ho tardato troppo ed è ora che faccia un doppio bucato. Sistemo i capelli come posso, con i ciuffi che sfuggono, disobbedienti, e un ricciolo plasmato dal guanciale.

Esco per svolgere un lavoro che so fare bene. Vendere carezze, un po’ di autostima, ascolto e spazio per altra carne che devo trattare bene. Per lo più uomini, che io non amo, dei quali il mio compagno sa tutto, e non si oppone, lui, sapendo che qualcuno potrebbe chiamarlo pappone anche se lavora e guadagna per se stesso e anche per me. E’ un lavoro che facevo già prima di incontrarlo, e poi, quella strana familiarità, frasi buffe che sembrano banali. Ci conosciamo da sempre. Sei la mia famiglia. Non ti lascerò mai. Tu e io stiamo così bene insieme.

Il senso della nostra relazione sfugge a tanti. Ci sono alcuni suoi colleghi che sanno del mestiere che io faccio, e lo chiamano “cornuto” o “sfruttatore”. Lui se ne frega. Non sanno quanto grande sia la misoginia che ispira i loro stereotipati giudizi. Qualche mia conoscente l’ha saputo, ed è lo stigma che mi frega, perché mi causa disagi che per fortuna riesco a superare. Mi dicono che dovrei smettere, per il “mio” uomo, perché non va bene che lui mi condivida con altri. Io spiego che lui non condivide nulla e che io non sono sua e tantomeno dei clienti che mi pagano. Mi dicono che dovrei sistemarmi, fare figli, e io non capisco come e perché loro scindano tutto questo dal mio lavoro. Conosco colleghe che hanno marito e figli e non succede nulla di brutto nella loro vita.

Il mio compagno non è un eroe, per il fatto di “sopportare” che io venda servizi sessuali ad altri. Io lo amo proprio perché lui non si sente tale e perché mi ama, immensamente, per la mia intelligenza, per quello che dico e faccio, per le nostre risate, gli interessi condivisi, perché essere una “puttana” non è tutto quello che mi riguarda ma fa parte di me. Io sono questo e non puoi credere che scinda me stessa per ricompormi in versione standardizzata come moglie e madre che segue canoni precisi. La separazione tra mogli, donne perbene, e puttane, donne per male, è quella che fa male alle donne come me, e viene imposta soprattutto dalle spacciatrici di perbenitudine, da quelle che mi giudicano e che vogliono riportarmi sulla retta via. Un po’ come certi uomini, preti, paternalisti, che pensano di salvarmi dicendo di essere migliori dei miei clienti. In realtà sono peggiori, perché pensano che io sia una vittima anche se non lo sono. Perchè in fondo pensano che io sia una donna di malaffare da redimere e riportare sulla retta via, e perché, a differenza dei clienti che mi pagano per quello che io vendo, quegli altri pretendono che io segua le loro richieste totalmente gratis.

I clienti sanno che se mi vogliono un po’ sottomessa devono concordare con me ogni cosa, inclusa la parola che io userò per dire basta. Paternalisti e preti non hanno rispetto per la mia safeword. Non mi ascoltano neppure quando dico che vendo servizi sessuali per scelta. Mi considerano un oggetto senza volontà. I miei clienti, invece, tengono conto di tutto quel che dico. Io che per indole non amo la sottomissione se non nei giochi sessuali che sperimento, e lo faccio anche con il mio compagno, quando preme, forte, per farmi godere fino all’ultimo momento. Rientro nel tardo pomeriggio, in orario per preparare la cena. Mi piace cucinare, e mi piace farlo per il mio compagno. Apparecchio e rendo l’ambiente armonioso. Un po’ di musica, il buon odore che arriva dalla cucina. Il sapore di una vita vissuta, con due amanti che si desiderano anche quando parlano tra un boccone e l’altro. Con la maniera che lui ha di ringraziarmi perché nulla è mai scontato. Io non gli devo niente. Lui non mi deve niente. E stiamo insieme per scelta, perché lo vogliamo, e ribadiamo quella scelta ogni giorno, per ogni bacio, per ogni carezza, per ogni volta in cui usciamo e concludiamo la serata ad un concerto, a teatro, al cinema, o tra amici, quelli che non giudicano e che ci vogliono bene.

Torna la notte, ed è il nostro momento, fatto di parole sussurrate e di un abbraccio che si scioglie a malapena quando prendiamo sonno. Io mi sistemo porgendo il mio sedere al suo corpo, lui mi abbraccia da dietro, il suo respiro che riscalda l’orecchio, il suo calore, con le cosce intrecciate alle mie, e poi, di nuovo, sonnambuli, seguiamo un itinerario che conosciamo, e rifacciamo l’amore, insonnoliti, con la bocca impastata e i gemiti che dimostrano che siamo vivi. La nostra carne lo è. Lo è il nostro cuore, il nostro cervello. Poi dice “fermati”, e ci riaddormentiamo. Lui resta dentro di me. E i miei sogni si fanno soffici, pieni, sensuali. E questo è tutto ciò che volevo condividere con voi.

ps: è una storia vera. grazie a chi l’ha raccontata.

 

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Comments

  1. Io sono per la coppia aperta, infatti mi piacerebbe avere una compagna che fa questo lavoro.
    Complimenti per l’articolo!

  2. Un articolo lucido, saggio, equilibrato.

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