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#seseiunuomofirma: quella orribile petizione contro il #femminicidio

IomisalvodasolaSulla petizione rivolta “agli uomini” – che sa tanto di “se sei un vero uomo firma qui” – contro il “femminicidio”. E’ orribile. E se non firmi cosa sei? Vieni meno al sacro dovere del maschio/tutore? Ed è così che pretendete di cambiare la cultura sessista? Con un sottinteso “comportati da uomo” che riafferma lo stereotipo del patriarca a tutela della fragile fanciulla indifesa?

Non è bastata l’infelice uscita della Ministra Boschi. Nella petizione c’è l’immagine con un volto con gli occhi pesti che rappresenta in senso vittimistico la donna, invece che mostrarne la forza. Chiunque si occupi di comunicazione antiviolenza sa che quella immagine è fatta per richiamare la tutela di paternalisti – che poi sarebbero quelli che certe chiamano “veri uomini” – con controllo e sorveglianza sui corpi delle donne. E’ patetica perché chiede agli uomini di firmare una cosa contro la violenza che ragiona solo sulle “femmine”, strette nei loro ruoli, senza parlare di generi offesi, tutti, donne, uomini, gay, lesbiche, trans, persone. Lo chiede a partire da una proposta che ti dice di firmare una roba del Pd. Firma contro il femminicidio, dunque. Firma per il Pd.

Invece che parlare di educazione di tutte le persone, giacché di donne sessiste che alimentano la cultura dello stupro o la violenza sui generi, ce ne sono fin troppe, a partire da quelle che ti augurano lo stupro se non la pensi come loro. E’ orribile e io invito chiunque ad andare oltre una firma che personalmente non apporrò. Una rappresentante istituzionale non è una cittadina qualsiasi, in special modo se è parte della maggioranza di governo, dovrebbe semmai interessare quel governo a capire come impiegare i 12 milioni di euro fermi da anni da impiegare per un piano di prevenzione antiviolenza.

Questa sollecitazione ha un significato ben preciso che trovate descritto QUI

Questa sollecitazione – “Comportati da Uomo” – ha un significato ben preciso che trovate descritto QUI

La violenza di genere non si combatte sollecitando il paternalismo degli uomini, né pretendendo di rieducarli, come fossero tutti quanti dei potenziali criminali. Oltretutto richiamare, alla maniera di Se Non Ora Quando, l’attenzione di tutti gli uomini su una generica violenza sulle donne non fa che svuotare di significato la lotta che facciamo affinché si sconfigga la violenza di genere. Una petizione di quel tipo può essere firmata perfino da maschilisti, fascisti e antiabortisti o da qualunque altro che, solo per appartenenza a un sesso biologico, immagina di aver capito tutto.

La cultura sessista va combattuta in ogni modo, a partire dalla comunicazione errata veicolata proprio dalla petizione. Un volto livido consegna le donne come oggetti di tutela a carico di patriarchi “buoni”. Noi non abbiamo bisogno di patriarchi, né cattivi e né buoni. Ci servono strumenti affinché possiamo difenderci da sole. Ci serve una cultura diversa. Ci serve molto altro.

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Comments

  1. Quando avevo sei anni circa un giorno i miei partirono di corsa dopo aver ricevuto una telefonata. Mi portarono da amici dicendomi che andavano a prendere mia zia che doveva venire a trovarci ma aveva sbagliato treno..qualcosa non mi tornava…troppa ansia..papà troppo silenzioso…il sorriso di mamma troppo “strano” (vedevo che aveva pianto) comunque…poi seppi che erano andati a prenderla in una stazione di una città che non avevo mai sentito nominare, che dopo essere stata pestata di nuovo da zio era scappata all’alba con la figlia di tre anni a piedi in stazione, un biglietto a caso, il più lontano che i soldi che aveva potevano permetterle, ore di vagabondaggio .. poi una telefonata ai miei e l’idea di non tornare, e lo lasciò. Me la vedo indecisa mentre sta per chiamare zio, invece di mia madre, sua sorella.. lo immagino, non so se andò così. Invece ricordo bene l’ansia dei miei che a zietto potesse venire in testa che fosse venuta da noi e che arrivasse… in questi giorni mi tornano in mente queste sensazioni. E dire che per quel che ricordo zio mi stava pure simpatico..con quel fare piacione .. mi sono chiesto a lungo perché la picchiasse ma c’è sempre stata molta reticenza e imbarazzo su tutta la storia … Forse perché ero piccolo. Potei lavorare solo su mozziconi di frasi rubate dalle conversazioni dei grandi, quando dall’altra stanza li sentivo abbassare la voce…”a nonno quella famiglia non piaceva (quella di zio).. si alzavano le mani spesso in quella famiglia” … “ma lui (zio) sembrava di un’altra pasta, non come i fratelli”… “le ha dato un manrovescio solo per avergli detto che voleva prendere la patente”…”certi sono così…ma lui (mio padre) ci tiene alla famiglia”..”…”
    Tutto sottinteso..per ogni cosa che si poteva dire ce ne erano molte altre sulle quali si taceva. Mi ero costruito delle strane teorie dove qualcosa di maligno e indecifrabile ma invincibile si aggirava nella mia famiglia e l’avrebbe distrutta..si sa come sono i bambini..e invece era una cosa molto prosaica, una cosa che riguardava moltissime famiglie, non solo la mia, una cosa brutta ma non invincibile o inevitabile.
    Penso che sia stato un bene che quel “privato” che, come so oggi, aveva una componente “pubblica” e molto “politica” poiché ideologicamente rimossa, sia stato fatto emergere, e ringrazio le femministe anche quelle “old style” per questo, perché cominciare a lavare i panni sporchi in piazza e dare un nome pubblico alle cose bisbigliate da tutti nel “privato” è stato un contributo di civiltà.

    D’altra parte….come porsi, “da uomo”, di fronte a certe iniziative? Come fare proprie delle parole che strutturalmente ti nominano come nemico, complice, essere difettoso, portatore di una destinazione al male al più “contenibile” ma mai emendabile?
    Anche tu Eretica, usi parole del femminismo “old style” dal quale hai preso le distanze (penso a “cultura dello stupro”), ma se non sbaglio ne stai facendo un lavoro di risignificazione (inimicandoti un po’ tutti) per ribadire da una parte il messaggio sempre valido e ancora prezioso di quella esperienza, ovvero la presa di coscienza che la violenza “privata” ha spesso anche una componente “pubblica” e quindi “politica”, che nel caso della violenza di genere diventa preponderante, dall’altra evitare che questa consapevolezza si inabissi di nuovo in una prospettiva ristretta, che manchi l’altra consapevolezza, ovvero che i “maschi” non sono “sopra” quella “cultura” che nasconde, per perpetuare se stessa, il carattere pubblico-politico della violenza “privata” come caso particolare della violenza di genere, mentre le donne sarebbero “sotto”, bensì ci stiamo tutti dentro.
    Tuttavia comincio a chiedermi se sia davvero possibile una risignificazione di un termine, “femminicidio”, nato nei primi anni ’90, che mi pare pensato e attrezzato più come reazione al tuo femminismo (quello che si è allontanato dalla narrazione del popolo delle donne contro il popolo dei “maschi” per concentrarsi sulla lotta che ogni persona fa contro una eredità culturale che vorrebbe ancora l’imposizione di alcuni ruoli di genere predefiniti dal sesso biologico), che come denuncia della violenza maschile sulle donne veramente in grado di “svelare” qualcosa di originale rispetto a quanto fatto all’esperienza del femminismo della seconda ondata.

    Essendo un neologismo, è dura usare “femminicidio” fuori dalle specifiche di chi lo ha inventato e che sono quelle descritte da Barbara Spinelli nel suo blog.
    Il termine “femminicidio” è nato in seno a quel femminismo che ha cominciato a interpretare lo stupro come uno strumento di dominio con il quale “tutti gli uomini sottomettono con la paura tutte le donne” (cito a braccio Brownmiller) generando una cultura dove questa operazione sarebbe accettata e istituzionalizzata perché attraverso lo stupro questa cultura si perpetuerebbe. Femminicidio ripete gli stessi schemi argomentativi estendendo il ruolo dello stupro a qualsiasi tipo di violenza che un uomo compie contro una donna o che una donna subisce dalla società nella quale vive. L’ultima arma sarebbe il “femmicidio” ovvero la violenza estrema, l’uccisione della donna che non si sottomette.
    Ecco perché se dici “femminicidio” in prima battuta nomini non tanto un atto specifico ma un movente, che non è un movente di una persona specifica ma un movente collettivo degli uomini che attraverso la violenza concreta di alcuni attiverebbero la violenza culturale e istituzionale che avrebbero creata nel tempo con la funzione di chiudere le donne dentro luoghi, ruoli, limiti che garantirebbero agli uomini la conservazione della loro egemonia economica e culturale.
    Se questo è il significato di “femminicidio” mi pare evidente, Eretica, che chi aderisce a questa visione non può che vedere come unica soluzione alla “violenza di genere” (che in questa prospettiva è risignificata come “violenza maschile contro le donne” fonte di ogni altra violenza) il “rieducare i maschi” col magone di sapere che da quando nascono sarebbero già immersi nella cultura che li farà diventare violenti. Idem per chi li pensa geneticamente portatori di una violenza che potrà solo essere addomesticata come si fa con gli animali feroci, con la differenza che in questo caso il “dialogo” tra due persone di sesso differente perderebbe senso per lasciare il posto alle dinamiche di lotta tra specie antagoniste.

    Per queste ragioni, chi aderisce a questa prospettiva se ti sente dire “femminicidio” e poi “non si risolve rieducando i maschi” temo che letteralmente e in tutta onestà non capisca quello che stai dicendo perché usare il termine “femminicidio” ha ormai anche una una valenza identitaria che contrappone chi lo usa per “fare emergere il fenomeno” a tutti coloro che hanno anche esitazione a usarlo catalogati in blocco come coloro vorrebbero nasconderlo (i negazionisti).
    “Femminicidio” infatti nomina un fatto (il “fenomeno”, ciò che è evidente) partendo da una sua interpretazione predefinita. Un fatto di violenza è come una perla che acquista significato e dignità di essere menzionato se e solo se può essere infilato nella collana “femminicidio”, e una volta inserita nella collana quel fatto è prima di tutto la collana stessa, la sua interpretazione. Negare l’interpretazione del fenomeno diventa come negare il “fenomeno” stesso, l’evidenza.
    Per la stessa ragione “femminicidio” non è un termine che può entrare in una discussione senza polarizzarla in una lotta irriducibile tra parti inconciliabili proprio perché denuncia preventivamente come “cultura del femminicidio”, “giustificazione” qualsiasi interpretazione particolare di una data vicenda che non giudichi come trascurabili e insignificanti gli elementi non funzionali a rafforzare l’interpretazione “femminicidio”. Quegli stessi elementi (follia, gelosia, immaturità sentimentale/emotiva, …, responsabilità personale) sono poi portati a spiegazione di violenze simili ma estranee dalla modalità “uomo su donna” per affermarne la loro differenza sostanziale dal “femminicidio”, l’assenza di “radici culturali”, il carattere non “strutturale” e quindi la loro trascurabilità rispetto al “fenomeno” femminicidio che sarebbe di altra natura e giustificherebbe il trascurare altri fenomeni di violenza in quanto “occasionali” e “residuali” o “derivati” dalla violenza maschile.
    E’ veramente possibile una risignificazione di “Femminicidio”? Non sarebbe più utile lasciarlo al significato che è stato progettato per questo neologismo ed esplicitarlo per prendere le distanze dalle limitazioni che pregiudizialmente vuole esprimere riguardo alla violenza di genere?
    Non sarà, Eretica, che questo linguaggio e questi termini tesi a criminalizzare “il maschile” fin dai banchi di scuola http://27esimaora.corriere.it/articolo/gli-studenti-indossano-la-maglietta-progresso-lui-io-rispetto-lei-io-valgo/ siano più funzionali a “far fuori” il femminismo che pratichi (anche risignificandone le parole: genere, violenza di genere, …) che non a spingere gli uomini fin da bambini a essere paternalisti tenendoli immersi in un perenne senso di colpa e vergogna?

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