A noi piace la “violenza”, come gioco sessuale, sicuro, consensuale

Le note di un Preludio di Gershwin, rese sgraziate e disarmoniche da uno studente svogliato, si infiltrano moleste nella mia camera da letto attraverso le fessure delle persiane abbassate, senza riuscire a coprire lo sferragliare delle catenelle e i gemiti degli attori doppiati male da un cast sfinito da troppe ore di lavoro, in uno dei miei pomeriggi da risucchio psichedelico, come vivere in un campo di ovatta dal quale guardo – con stufa eccitazione – una donna dai seni illividiti legata ad una grata da fachiro mentre un uomo le sputa addosso, senza bellezza, saliva densa come albume d’uovo. La mia mano scivola comunque giù. Distolgo lo sguardo dai pixel pornografici ad alta definizione che proiettano le scene di un sesso manesco e dispotico che da sempre mi allaga, irrigando le sconfinate praterie dei mie desideri esauditi e di quelli che ancora sostano sul ciglio delle gravine. Il pensiero corre – prontamente taciuto dall’incalzare del ritmo delle mie dita – oltre gli Appennini che sembrano scaglie ossee di dinosauro lasciate lì a collegare l’Adriatico al Tirreno, corre verso il chiarore in controluce della barba mal rasata di un uomo che non dovrei permettermi di immaginare. Vengo emettendo un gemito troppo simile ad un singhiozzo.

Ci sono stati mille pomeriggi fatti di questa stessa sostanza oleosa e penetrante. Quando i miei figli erano ancora entrambi molto piccoli, ed io e mio marito non avevamo ancora trovato la redenzione dalla violenza attraverso l’esercizio di una violenza ben diversa, subito dopo pranzo – i miei pasti fatti di briciole di niente, un paio di mele e tanto vino – li cullavo cantando loro le ninne-nanne dolenti delle madri tristi, li adagiavo premurosamente nelle loro culle una volta addormentati, e poi mi masturbavo, per tutto il tempo del loro candido sonno, davanti a donne imbavagliate e legate, con la schiena nuda leggermente inarcata in attesa dello schiocco della frustra, le lingue fuori come golosi serpenti a sonagli, le maschere, le code. Mi sono eccitata alla vista di tanti corpi femminili costretti, sospesi, segnati. I pomeriggi di una madre qualunque che sa che la sua prole è al sicuro. Il marito – il padre – alzava il volume della radio in macchina e guidava senza meta, pur di non rientrare a casa e trovarmi asciutta e chiusa. Ci siamo occupati entrambi dei nostri figli – pur divorati dallo sconcerto – con tenerezza, responsabilità, attenzione. Io mi masturbavo compulsivamente, bagnata una goccina di più ad ogni colpo che vedevo ricevere, mio marito attraversava le galassie orbitando sulle circumvallazioni di paese, i bambini si agitavano nel sonno. Dopo quella notte sul bidet, quella notte in cui l’amore ci si è disvelato in tutta la sua grazia, in tutta la sua fragilità ed in tutto il suo orrore, io e mio marito non ci siamo più toccati per molti, moltissimi, mesi.

Una sera, poi, mi sono spogliata e gli ho detto picchiami. Ha sollevato gli occhi dal libro: uno sguardo buono, accogliente, un guizzo in dissolvenza. Vieni qui. Sono venuta lì, e ho perso la linea dell’equatore sotto le sue carezze sui miei fianchi, alcune tanto leggere da sentire il tracciato ovoidale delle impronte dei polpastrelli, sottili, pazienti, lente. E quando è arrivato il colpo è stato un tuono, ho cominciato a tremare, ne è arrivato un altro. Ho goduto immediatamente baciando e mordendo un petto ritrovato e allo stesso tempo del tutto ignoto. Dopo abbiamo fatto l’amore.

Nei mesi a venire, mio marito mi ha legata con un collare ad una sedia, mi ha schiaffeggiato il viso con il pene, mi ha infilato le dita in bocca, mi ha incappucciata, legata, colpita, imbavagliata. Mi ha punita e accontentata. Ha sputato su di me, ha raccolto la saliva, mi ha baciata, mi ha infilato il cazzo in bocca e mi ha baciata ancora. Mi ha aperta con dilatatori, vibratori, mi ha chiamata vacca e puttanella, mi ha leccato la fica fino a farmi cantare. Mi ha fatto implorare in lacrime un tocco e quando è arrivato gli oceani si sono infuriati, hanno ruggito contro i continenti e poi si sono ritirati lasciandomi stordita e felice, grata e innamorata. Ho sentito il dolore, abbiamo sentito entrambi il dolore, io che lo ricevevo lui che me lo infliggeva, un dolore che si è alleviato ad ogni schiaffo, ad ogni insulto, ad ogni paralisi imposta e accolta con godimento, le mie urla di piacere che rimbalzano contro il soffitto come proiettili lanciati verso un altro emisfero a raccontare che per me – e solo per me – è andata così.

Se mi sia punita o mio marito mi abbia punita per la nostra infelicità famigliare, se mi sia fatta punire per la mia infedeltà o lui mi abbia punito per questo, oppure se io abbia voluto risentire l’abuso, e provare a riflettere sui confini del consenso, i confini del sé, in un contesto sicuro e amorevole (mio marito non mi avrebbe mai fatto del male, non mi ha mai fatto del male se non quello che io ho desiderato, richiesto e del quale ho goduto) ; oppure se lui da maschio abbia provato ad esercitare la forza sapendo di doverla misurare, controllare, condurre verso i torrenti dei rispettivi orgasmi dove ci siamo tuffati dopo una lunga camminata infestata di zanzare e l’acqua era ghiacciata, limpida, riportava alla vita – io questo non so dirlo a voi, lo dico solo a me. Ho ricominciato a sentire l’amore quando ho sentito la pelle che tirava, la frescura dopo lo schiaffo, la lingua che lenisce il rossore. Parlo di “violenza” in termini di scambio e gioco sessuale consensuale, sicuro e responsabile, non fatemelo dire che questo è un primo pomeriggio da persiane abbassate.

Decido di aprirle, nubi grigie e pesanti fanno sembrare il pomeriggio più corto, ritiro le lenzuola prima della pioggia. Mi fermo sul balcone a respirare l’odore dei tigli. Palazzi di piastrelle blu, qualche casa bassa, manifestazioni sportive in fondo al vialone, campi incolti, l’insegna di un benzinaio, in lontananza un viadotto. Dopo che la mia mano è andata giù, piuttosto annoiata da un video porno doppiato male e così ossequioso, retorico, senza tutta la fatica necessaria a conquistare spazi di culo, di libertà, di dialogo, senza la tenerezza, la cura e la reciproca tutela che ci sono state, senza raccontare nulla delle relazioni, dell’intimità, dei racconti che si scrivono con il corpo, tra due corpi o più di due, ma solo tra quelli presenti che sanno e possono dire, dopo che il mio orgasmo singhiozzo mi ha lasciata con il pensiero ancora un po’ rivolto verso una città lontana, mi accorgo che il pericolo di pioggia è scampato. Posso stendere i panni puliti della lavatrice avviata, posso fare una doccia lunga mentre aspetto che mio marito rientri da una giornata fuori con i nostri figli e mi chieda se sto bene, se mi sono riposata un po’. Oppure posso restare ancora un po’ qui, seduta su una sedia con le gambe al sole.

—>>>Prosegue la narrazione di E. con il suo Diario di una famiglia tradizionale. Non si può non leggerlo e non goderne. 

Per recuperare le puntate precedenti, in ordine progressivo:
1] Amo la mia famiglia e porto un plug anale
2] Diario di una famiglia “tradizionale”
3] La mia maternità “tradizionale” all’interno di una famiglia “tradizionale”
4] Se ci leccheremo ancora, come cani randagi
5] Di notte: storia di sangue e amore
6] Il mio contratto
7] Una preghiera piccina
8] Dedicato a Sara

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