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Il potere dei soldi, tra autodeterminazione e oggettivizzazione

A proposito dell’eterno dibattito su quel che è autodeterminazione e oggettivizzazione, quando c’è di mezzo la dimensione sessuale delle donne, c’è un post sul sito EveryDayFeminism in cui si tenta di rappresentare la discussione e le contraddizioni in vignette che possono essere un buon punto di partenza, un perfetto spunto di discussione.

Il post descrive il fatto che, nell’ambito del lavoro – e io estenderei il discorso ad ogni lavoro possibile – parlare di libera scelta è complesso e per quanto sia chiara la distinzione rispetto al fatto che è il potere del denaro a farti fare scelte obbligate, il punto è capire quel che va fatto per rendere più semplice la vita a soggetti che altrimenti sarebbero senza diritti. Nel caso del sex work, per esempio, le sex workers affermano il diritto alla libera scelta o, in caso contrario, dicono che sicuramente lo fanno per soldi ma che come per qualunque altro lavoro vorrebbero godere di pari diritti rispetto a qualunque altro lavoratore. Diritti che non possono essere garantiti se si riduce in clandestinità un lavoro comunque esistente. Perché la pressione economica non si elimina vietando una professione ma decriminalizzandola, vale a dire consentendo di fare quel tale lavoro senza rischiare la prigione, e creando le condizioni sociali ed economiche affinché chi oggi sceglie il sex working per guadagnare domani potrà scegliere altro.

I divieti, le proibizioni, non servono a nessuno ed è in generale il “lavoro” come fonte di sostentamento, per diretta dipendenza dal potere capitalistico, che andrebbe rimesso in discussione. E non solo la parte che riguarda il corpo delle donne e la loro prestazione sessuale. Pensate a cosa accadrebbe se si vietasse il lavoro di cameriera, e non ditemi che si tratta di un lavoro che si fa perché piace. Io lo so, perché l’ho fatto, e non era certo nelle mie aspirazioni, ma godevo di alcuni diritti che altrimenti non mi sarebbero stati riconosciuti. L’area del sex working per “scelta”, inoltre, non può essere circoscritta da una retorica sovradeterminante che non consente alle persone precarie di scegliere quali richieste rivolgere alle istituzioni, alla società. Non si può dire che sex working per “scelta” sia uguale alla tratta. La tratta è sfruttamento in senso ampio. Tutto viene imposto in assenza di consenso. Se si vuole mettere in discussione il consenso di una persona adulta che sceglie di vendere servizi sessuali bisogna però trovare argomenti diversi rispetto al solito “è una vittima, va salvata” solo perché il suo lavoro riguarda una categoria moralmente inaccettabile per alcune.

Precarietà è obbligare me a fare un mestiere che non mi piace, ma nessuno oserebbe metterlo in discussione o dire che va eliminato perché sono sfruttata. Non si dice dell’operaio in fabbrica, della badante, della raccoglitrice di pomodori a due euro all’ora, della donna che lava le scale, ma il punto è che dietro una azione di presunto salvataggio volta a “liberare” quelle che non vogliono essere salvate, c’è solo un’equazione semplice: lavoro umile, lavascale, badante, ruoli di cura, operaio, è faticoso ma nobile. Lavoro sessuale invece non è nobile, perciò va soppresso. Questa è la visione classista imposta dalle abolizioniste, per esempio, che parlano di oggettivizzazione solo quando si tratta dell’uso del corpo femminile, o meglio di una sua precisa parte, in termini sessuali. Nulla da dire sull’uso di quegli stessi corpi per fare altri lavori faticosissimi e pagati quasi niente. Non affrontano la questione tenendo conto dell’intersezionalità genere/classe/razza. Non è la precarietà, inclusa quella delle migranti, che le abolizioniste vogliono risolvere ma vogliono solo tutelare, in termini repressivi, una sorta di dimensione morale pubblica.

E’ lo stigma che viene attaccato sulla pelle dei/delle sex workers, che le preoccupa, e non un’analisi che lascia alle persone precarie che campano con il sex working, preferito evidentemente ad altri lavori, la libertà e la legittimità di partecipare alla discussione su quello che c’è da fare anche per loro. In ogni caso, ecco la parentesi comica di cui parlavo, dalla quale emerge un dato preciso: se ci pensiamo bene quel potere di cui si parla esiste sempre e a quel potere rispondono anche le abolizioniste, utili a finanziare l’industria del salvataggio. Grazie a mani per la segnalazione e a Martina per la traduzione delle vignette.

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Comments

  1. Mi rendo conto che è una minimissima parte e poco importante di tutto il discorso, ma trovare che :
    “è nella responsabilità del creatore rappresentare questo consenso come se il personaggio fosse in carne e ossa”
    come ‘creatore’ di personaggi di fantasia che prova a badarci anche a questo mi fa sentire meno pazza. Grazie per l’articolo e per la traduzione!

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