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#Femminicidio #Brand: no all’antiviolenza forcaiola, viscerale, emergenziale

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In giro per l’Italia avviene l’ennesima catena di delitti imputabili alla violenza di genere. Lei lo lascia e lui la uccide. Lei vuole separarsi e lui la uccide e si suicida. I titoli dei quotidiani sono significativi. Qualcuno scrive che lui non ha saputo resistere, altri scrivono che si tratta della solita follia che arriva con la prima ondata di caldo. Le uccisioni sono imputate a qualunque cosa meno che alla cultura che li genera. Questo è fastidioso, per usare un eufemismo, quanto fastidioso è vedere la congregazione delle sorveglianti del sacro fuoco, la passione perenne che infiamma gli animi delle donne borghesi che attendono la conta dei cadaveri per dare fiato alla sete di linciaggio.

Qualche giorno fa la mia amica Angela Azzaro, invitata a parlare in una trasmissione in tivù, raccontava il femminicidio senza esigere pene più severe. Le sono piovuti addosso centinaia di insulti e insulti altrettanto orribili sono piovuti su di me o su altre che hanno parlato di “femminicidio” stabilendo una linea di separazione tra le sempiterne vittimiste, che vorrebbero in prima fila tutori a sorvegliare le fragili fanciulle, e carceri sempre piene ancor prima che egli abbia compiuto un reato, e noi, ovvero le femministe che analizzano la questione senza visceralità, osservando che una legge, sulla quale si è già fatta una bella campagna elettorale, l’hanno già fatta. Si chiama proprio legge sul femminicidio, solo che non è servita a un benemerito cazzo, perché non tocca la cultura né la prevenzione. Anzi. Depotenzia servizi e delegittima competenze facendo diventare le donne che da sempre si occupano di questo appena delle tassiste che possono trasferire la vittima dal pronto soccorso, fresca di percorso rosa, ovvero il percorso di denuncia coatta voluto dal governo, a una qualunque stazione istituzionale.

Non si tocca la situazione economica delle vittime, l’esigenza di un lavoro, un reddito e una casa, per quelle che vogliono andarsene ma dipendono economicamente da colui che le maltratta. Non si parla della precarietà dei singoli individui, così da impedire le coabitazioni forzate che degenerano in scontri feroci tra figli e genitori, padri e madri, costretti a mantenere quarantenni disoccupat* e depress*. Poi ci sono le migranti che non hanno granché voglia di esporsi perché temono di essere rispedite a casa, e per casa intendo zone di fame e guerra. E capirete che parlare di femminicidio senza mettere in discussione l’esistenza dei Cie e delle leggi razziste che regolano l’immigrazione in Italia e in Europa sia quantomeno fuori luogo. Nei Cie finiscono, giusto per saperlo, anche le vittime di “tratta” che hanno il difettuccio di essere “straniere”.

Spiace dover spiegare ancora che la legge sul “femminicidio” è servita solo a rendere quella parola inutile e priva di significato, perché è finita in bocca a donne omofobe, antiabortiste, a radicali integraliste del controllo dei corpi delle donne, tese a imporre solo la propria sacra morale a tutte le altre. Quella parola è diventata, letteralmente, la rappresentazione dell’omicidio della femmina, meglio se moglie e madre, così come varie volte è stato specificato da alcun* rappresentant* istituzionali, perché solo la “moglie” e la “madre” viene considerata una “risorsa” per lo Stato. Quella parola significa tutt’altro ma di fatto esclude una serie di questioni assolutamente fondamentali. Chi ha ristretto il campo al “femminicidio” vuole che si dimentichi il senso della “violenza di genere”, che tocca qualunque persona costretta entro un ruolo di genere imposto. Perciò comprende le violenze alle persone transessuali, a gay, lesbiche, a donne e uomini, costretti entro norme rigide dalle quali non possono sfuggire. Il sacro peccato di sfuggire alle norme sessuali, alla sessualità riproduttiva, ai ruoli di cura, per le donne, o di tutela, per gli uomini. Le donne a fare le infermiere e gli uomini non possono sfuggire al ruolo di soldati. Gli uomini non possono amare altri uomini né tantomeno possono cambiare sesso, così le donne devono restare ferme alla radice delle famiglie etero.

Quante persone classiste, razziste e omofobe avete visto nascondersi dietro il termine “femminicidio” per poi vietare le unioni – o il desiderio di crescere figli – per le coppie omosessuali, o sputare odio contro molte persone, o donne stesse, alle quali si augura lo stupro se “se la fa col musulmano” o si augura l’impiccagione se abortisce e ancora peggio, tuoni e fulmini, per quella che fa film porno o vende servizi sessuali. Tutte a fare sesso puro come chiesa comanda, che sia quella cattolica, musulmana, o perfino “femminista”, poco importa. Di fatto trovi sempre chi si nasconde dietro i cadaveri delle donne per trarne vantaggio. C’è chi sfrutta il “femminicidio” come brand per vendere prodotti firmati, il marketing aziendale o istituzionale, governi spacciati per antisessisti con l’equazione, sbagliata, donne=femministe, o altre richieste di repressione. E mi chiedo che altro vogliono ora quelle che hanno già la legge sul femminicidio. La pena di morte, forse? L’ibernazione preventiva? Tutto si fa meno che ascoltare davvero le donne vittime di violenza, di fornire loro strumenti adeguati affinché si salvino da sole. Tutto si fa pur di mantenere le donne entro il ruolo di vittima vittimizzata, in nome delle quali sacerdoti, paternalisti e sacerdotesse di ogni specie convocano raduni fiammeggianti in cui si sparano parole grosse, si chiede il linciaggio perfino verso chi non narra l’antiviolenza favorendo la santa industria del salvataggio.

Fa specie che la mia amica Angela sia insultata perché non vuole più galera, e io sono assolutamente d’accordo con lei, da garantista che non appartiene al femminismo carcerario né al femminismo necrofilo che si nutre di cadaveri delle donne per imporre ideologia vittimaria e per trarre legittimazione per richieste sempre più fasciste e autoritarie. Sono d’accordo perché la galera non risolve un cazzo e perché da vittima di violenza ho sperimentato sulla mia pelle che se c’è un contesto sociale che legittima quella violenza il resto – incluso il fatto di agire dopo, quando il cadavere è già freddo – è assolutamente inutile. Serve educazione al rispetto dei generi, educazione che parli ai ragazzi e alle ragazze di consensualità, del rispetto che è dovuto verso chi dice no, e poi di servizi che stiano pronti a prendersi carico di chi non accetta un No, in modo da “salvare” lui per “salvare” lei. Servizi che indirizzino gli stalker a prendere coscienza del fatto che si può gestire perfettamente la fine di una storia senza perseguitare o ammazzare nessuno. Servizi che forniscano, allo stesso tempo, alle donne protezione, e possibilità di ricostruire vite e prospettive future. Serve tutto meno che la galera. Capisco che molte persone non saranno d’accordo e che ci sarà perfino chi userà lo spartiacque dell’obbligatoria pronuncia del termine “femminicidio” per dire se sei una brava femminista o se non lo sei, ma il punto è che me ne fotto di “chi dice cosa” se quello che è in gioco è una battaglia culturale tesa a individuare ogni tratto di quella cultura assassina, del possesso, dell’imposizione normativa di ruoli e comportamenti, dai quali purtroppo non sfuggono neppure quelle donne che vorrebbero imporre alle altre la rinuncia al controllo delle proprie scelte e del proprio corpo.

Mi riferisco alle neocolonialiste che fanno barricate contro l’islam e poi non guardano al patriarcato di casa nostra. Mi riferisco a quelle che fanno guerre contro le trans giudicandole infiltrate del patriarcato. Alle classiste che pensano di salvare le donne povere – pretendendo facciano le badanti – anche se non vogliono essere salvate alla maniera in cui le borghesi impongono. A quelle che sputano sul “gender” (i generi, gli studi di genere), con lo stesso linguaggio degli omofobi, per ricondurre tutta la discussione alla divisione “naturale” tra femmine e maschi. Alle moraliste e bigotte che vogliono censurare le scelte delle donne che viaggiano scoperte, che fanno mestieri “proibiti” e esigono il riconoscimento del sex work. Imporre quel che è bene per il corpo altrui, se agito nei confronti dei corpi delle donne, è già una forma di “femminicidio”, se la vogliamo dire tutta, o di autodeterminazionicidio, dove la libertà di scelta non può essere rispettata con altalene incomprensibili da chi ti dice che se ti stuprano e avevi la minigonna non è colpa tua, ma se ti esponi in un cartellone pubblicitario, con la stessa minigonna, allora dicono che sei un oggetto sessuale che insegna agli uomini la cosificazione delle donne. Delle due l’una: o si ragiona da femministe o si ragiona come i maschilisti che giustificano lo stupro pensando che la natura fa l’uomo debole di fronte alle tentazioni. Dicevo del femminicidio e dicevo degli insulti che altre donne rivolgono a quelle che non concordano con la linea giustizialista, con le forche virtuali e reali e che non concordano con quella tale comunicazione che mostra le donne sempre livide, in attesa di essere salvate. Per una volta vorremmo andare oltre ogni logica emergenziale, che porta solo a legittimare derive destrorse, e vorremmo vedere le donne forti, fiere, piene di grinta, a spaccare il mondo se necessario. Donne che non devono essere rese oggetti di Stato, buone per giustificare paternalismo, securitarismi, ronde e repressione. Ci serve più cultura e non soldati, i quali, oltretutto, non sono di certo esenti da comportamenti sessisti e violenti.

Alle donne uccise va la mia carezza, pensando che tra loro avrei potuto esserci anch’io. Ai familiari delle vittime la mia solidarietà. A tutte le altre un abbraccio e l’ascolto rivolto a qualunque scelta vorrete compiere. Che siate in linea con la cultura dominante o che non lo siate, giuro, qui c’è tanta gente che sta al vostro fianco. Sempre.

Buona lotta a tutt*!

Update, dopo le ultime dichiarazioni della ministra Boschi: 

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Comments

  1. Sottoscrivo in pieno!!la donna migrante poi è proprio l’emblema del doppio vittimismo indotto: “vittima” in quanto donna e “vittima” in quanto immigrata. Del resto è più facile (e controllabile), tipico della cultura dominante, classificare il ‘diverso’ in vittima o carnefice, ma il risultato è che non sarà mai un essere alla pari!!!

  2. ceciliaasso says:

    Bravissima. Grazie, e continua così!

  3. Aggiungo: che poi la riflessione contro il carcere, che è luogo dove regnano violenza, machismo, patriarcato, e che, per l’appunto non serve a un benemerito cazzo se non a punire e a reiterare la violenza, ci è sempre appartenuta. Almeno a me, come persona che ha sempre fatto parte dei movimenti, e che ha sempre militato anche come femminista. Credo che un problema di questo discorso che crea vittime di continuo, espropriandole delle loro stesse parole stia proprio nel considerare il femminismo, la riflessione sul potere e l’emancipazione femminile, come slegata dalla riflessione sul potere e l’emancipazione della persona, non solo dall’oppressione che deriva dall’imposizione di un genere, di uno stereotipo che continuamente lavora su di noi e ci “conforma”. E su questo bisogna però riflettere. Come militante mi sento di dire che il portato del pensiero femminista sul potere nelle relazioni quotidiane e appunto nel “relazionale”, e sulla necessità di una continua tendenza all’orizzontalità, all’autodeterminazione ha, nella mia esperienza, sempre avuto poco spazio nelle assemblee, nei dibattiti, nelle riflessioni teoriche sul capitalismo. Con questo voglio dire che se anche diremo che lui è un criminale non avremo risolto nulla, avremo solo una persona di più in carcere. Il fatto è che a quel lui non gli dovrebbe venire nemmeno in mente di ammazzarmi. E questo non succede con il carcere, succede con la lotta per delle relazioni che non concepiscano il potere come violenza e autorità.

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