La Depressa Consapevole: lo stigma e la discriminazione

E’ incredibile come il dolore trovi spazio perfino nella apparente patina di indifferenza costruita con i farmaci. Arriva tutto assieme, in un pianto incontrollato, e non si ferma, non mi lascia neppure il tempo per respirare. Difficile spiegare come il tempo di assenza sia dovuto ad un distacco non cercato, per non lasciarsi sopraffare dal dolore. Difficile spiegare che il dolore è tanto e tale da indurre il terrore perfino quando dovresti solo rispondere al telefono. Difficile spiegarlo a chi con superficialità relega la depressione all’angolo in cui l’ignoranza la lascia definire con uno stigma negativo, quello di pazza, quello di malata, detto da chi usa questi termini per screditarti, delegittimarti, insultarti, detto da chi, possibilmente, vanta una onorata carriera di filantropo o di missionaria, tanto pietosa per se stessa e totalmente analfabeta per quello che ti riguarda, gente che pensa di essere empatica e poi apostrofa con un “curati!” te che hai semplicemente espresso un’opinione.

“Fatti curare”, è la prescrizione ignorante di chi viaggia sui social fingendo di saper fare diagnosi sulle persone, e per restare nel gergo dei social c’è che se solo mostri quello di cui soffri, se dici di essere in cura per una depressione, allora la tua parola vale meno, il tuo dolore vale meno, tutto di te vale assolutamente meno, e chi ti odia trova spunto per massacrarti, chi aveva veleno in serbo per te, trova lo spazio per distruggere la tua autostima, perché la lapidazione non è solo nell’indole degli incivili di altre culture: lo è anche di chi in nome della propria presunta umanità, schierandosi essi stessi dalla parte dei più deboli – e più sono deboli e più si sentiranno in diritto di sputarti addosso – ti ammazza simbolicamente, non una ma mille volte. Ti uccide virtualmente, vuole spazzarti via, censurando la tua voce, il fluire delle tue parole e dei pensieri, pensando di averne perfino il diritto.

Se nel gergo comune dire: “sei malata”, “fatti curare”, “pazza”, diventano insulti, così capite bene quanto sia difficile fare coming out e dirsi affette da depressione. Diverso sarebbe se dicessi di avere, che so, il diabete, il cancro, una lesione grave da qualche parte. Ma se la tua è “solo” una depressione, cosa vuoi che sia? Di cosa ti lamenti? Mi piace quando i medici o certa gente dicono che altre persone dovrebbero avere il coraggio di rivolgersi a specialisti per curarsi. Ma se solo fare questo diventa motivo per portarsi dietro uno stigma bello grosso, come si può non capire come sia difficile rivolgersi a qualcuno? Tra l’altro, se mi è consentito dirlo, e non vorrei fosse presa per una generalizzazione, spesso è proprio chi dice all’altro “fatti curare” che dovrebbe rivolgersi a qualcuno. Dovrebbe farlo perché immagina che il bullismo sia una pratica sana e accettabile, perché pensa che insultare qualcuno, considerando le persone dei punch ball per sfogare la propria frustrazione, sia lecito, o perché pensa che usare ogni canale web per scrivere più volte lo stesso insulto, caricandolo di enfasi e di ragioni per cui sarebbe giusto rivolgertelo, sia qualcosa di più del volgarissimo stalking che in realtà è.

Ci sono alcuni insulti che sono stigmi per chi invece dovrebbe godere di una piena accettazione sociale: quando ti danno della grassona, cicciona, obesa, come insulto, ed è ancora peggio se ti rivolgono l’insulto pensando sia corretto farlo per il tuo bene e per la tua salute; quanto ti danno, per esempio, del “mongoloide”, offendendo un’intera categoria di persone come quelle affette da sindrome di dawn; quando ti danno della pazza, per screditarti, e così fa chiunque voglia mettere in discussione quello che dici, raccontando una propria, distorta, visione delle cose. Un tempo era ricorrente “negro”, come insulto, o “frocio”, per indicare le persone nere o quelle omosessuali. Ogni insulto di questo tipo fa parte di un alfabeto tipico del linguaggio d’odio. E’ puro odio quello manifestato da chi parla in questo modo. Odio per le persone “grasse”, per quelle “depresse”, per le persone “nere”, quelle “omosessuali”, le persone con sindrome di dawn.

Il linguaggio d’odio fa parte di un cifrario definito, che caratterizza più le persone che lo usano che non quelle che lo subiscono. Il linguaggio d’odio ha una radice fobica, avere paura dell’altro, del diverso, o ha una radice nell’immaturità tipica di chi demonizza qualcuno scaricando su di lui, o lei, tutti i propri fallimenti o i disagi di cui soffre. I razzisti lo fanno con gli stranieri che, secondo i primi, ruberebbero il lavoro. Poi ci sono gli omofobi che lo fanno con le persone omosessuali, dicendo che avrebbero intenzione di distruggere la famiglia tradizionale. Poi ci sono i grassofobici che pensano che cercare di infondere un po’ di autostima, aiutando le persone sovrappeso ad accettarsi, equivalga a obbligare altri ad ingrassare. E ci sono i fobici delle diversità, o le persone che non riescono a crescere, ad andare avanti, e restano a quarant’anni a scaricare i propri fallimenti in una scarica d’odio vittimista che si rivolge ancora contro i genitori.

Quando le persone usano un linguaggio d’odio, l’hate speech, con fare da bulli, da mafiosi, con minacce accluse che ti impongono il silenzio, a rientrare nel tuo guscio, in qualche modo a rinunciare di esistere, sentire, manifestare quello che provi, galvanizzano se stesse e istigano altre persone a odiarti al punto da immaginare perfino punizioni fisiche. Violenze frutto del linguaggio d’odio sono i crimini omofobici, razzisti, sessisti. Galvanizzare se stessi, demonizzando altre persone, al punto da immaginare di aver ragione di dargli la morte, usare la violenza fisica, c’entra molto con l’assenza di empatia, con l’immaturità e con la difficoltà ad accettare i problemi altrui come parte di un percorso di crescita individuale necessario.

Ho ascoltato parole d’odio nei confronti delle persone depresse, affette da disturbi di vario tipo, e a volte penso che solo il fatto di poter nascondere, dietro espressioni indifferenti, il proprio male salva le persone come me da gesti di insofferenza e d’odio. Quello di cui io soffro non è “colpa” di altre persone, ma è responsabilità di altre persone l’acquisizione di consapevolezza rispetto al fatto che se una persona soffre di depressione non ne ha alcuna colpa. La depressione non è un capriccio, non è una cosa da sottovalutare e non è neppure qualcosa da temere per l’incolumità altrui perché più spesso è un disturbo unito all’autodistruzione. Quel che voglio dire è che è già difficile così. E’ difficile tentare di fare un percorso complicato per superare momenti davvero bui. Diventa ancora più difficile se ci si mettono altri a stigmatizzare gente come te o ad augurarti un suicidio rapido o un bell’elettroshock, perché immagina, come si immaginava in epoca fascista, che le persone depresse costituiscono un danno per la società. Non siamo produttive, per quanto consumatrici di farmaci che hanno un costo, o di terapie mediche che costano tanto quanto. Non siamo parte dell’ingranaggio capitalistico se non, appunto, come consumatrici. Ma da consumatrici non abbiamo il diritto di dissentire, di presenziare, di avere un’opinione sulle cose.

Di una persona depressa un fascista pensava che fosse assolutamente un essere inutile, perciò da confinare entro le mura di un manicomio per evitare che si confondesse con la gente ariana, sana, meritevole di privilegi e riconoscimenti. C’è un fascismo della discriminazione contro le persone affette da disturbi “mentali” che raramente viene messo in discussione, perché fintanto che si obbligano, per via dello stigma, le persone come me a restarsene nascoste, con la vergogna e il senso di colpa, non possiamo neppure denunciare l’esistenza di un atteggiamento discriminatorio quando qualcuno mostra di averlo.

E’ passato del tempo da Basaglia ma la società è rimasta ferma alla divisione tra normali e anormali descritta da Foucault. E’ contro questa divisione che dovremmo schierarci e non il contrario.

Azzurra

—>>>Per leggere il diario di Azzurra segui la categoria La Depressione Consapevole

 

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Comments

  1. Grazie per quel che scrivi. Mi è stato ed è più utile dello scritto di tanti dottori. Come me, ce ne saranno cento mila che ti saranno grate. Anch’io dopo anni sto iniziando a scriverne, è un po’ è merito anche tuo. Perciò tornerò qui ad aspettare altri tuoi pensieri. Ciao, un abbraccio, Elena

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