Quello che farò per mia figlia

Lei scrive:

Cara Eretica,

ho una figlia di otto anni e oggi vorrei insegnarle a non aver paura, a sentirsi più sicura, a stimarsi e volersi bene. Non voglio farlo con un tessuto rosso che riguarda il sangue per ricordare le donne uccise da uomini possessivi e violenti. Voglio celebrare la sua forza, la potenza, la grinta che lei mostra quando a pugni chiusi dice no a me e io non so se abbracciarla forte perché è in grado di pronunciare la sua dissobbedienza o di rimproverarla per placare la mia ansia. Vorrei non starle addosso, anche se temo che si faccia male. Vorrei dirle che la sua vita conta molto, per me, per suo padre, per le persone che la amano e per se stessa. Vorrei dirle che oggi è un giorno importante, perché in un’altra città una ragazza è morta perché ha detto di No e senza descriverla come una martire vorrei infondere a mia figlia la stessa forza che ha avuto lei.

Più che ricordare le “vittime” vorrei parlarle delle combattenti, delle guerriere, delle amiche che sceglierà domani, dei dispetti che subirà, della difficile vita che le toccherà perché ovunque, non solo nella vita di coppia, incontrerà persone che la obbligheranno a seguire le regole, perfino donne che le diranno come dovrà sentirsi, parlare, raccontarsi, per restare dentro un cerchio immaginario in cui stanno intrappolate quelle che non vogliono restare sole, che non si fidano troppo di se stesse, che sono fragili al punto da non comprendere che esistono donne che ti dicono di dire di no all’uomo violento ma poi ti condannano e ti attaccano se tu dici di no a tutte loro.

Vorrei insegnare a mia figlia il valore del dissenso, della visione critica, del pensare con la propria testa, ed è questa una scelta che pagherà, allora vorrei avvisarla ma non terrorizzarla, perché vorrei dirle che comunque ne varrà la pena. Vale la pena sempre di saper dire no e saper pararsi i colpi che arrivano da chi non accetta un No come risposta. Vorrei dirle, per esempio, che io conosco il sessismo, la brutalità di certi uomini, ma che io ho subito violenza da parte di donne che mi hanno trattata male, bullizzata da piccola perché ero sovrappeso, isolata perché non condividevo certi atteggiamenti e poi insultata e calunniata da altre donne che a parole dicono di lottare contro la violenza sulle donne ma nei fatti riproducono la stessa violenza perché non vogliono perdere il potere di controllare la mia e le altre vite.

Donne che pensano di essere Dee del nulla, a guardia di templi e dogmi che non ho mai voluto frequentare e seguire. Vorrei dire a mia figlia del valore di un No alla partecipazione delle regole e delle azioni di un branco. Vorrei che lei sapesse che non deve fare parte di nessun clan per sentirsi persona e che deve imparare a distinguere tra chi le vuole bene e chi no a prescindere dal fatto che si tratti di un uomo o di una donna. Non voglio insegnarle la diffidenza nei confronti degli uomini e la fiducia cieca nei confronti delle donne, perché rimarrà sorpresa e delusa e io vorrei che lei fosse preparata ad affrontare qualsiasi evenienza.

Vorrei dirle di celebrare in questa giornata la sua libertà, i suoi sogni, l’incrollabile fede nel futuro, la sua capacità di rialzarsi in piedi ogni volta che cade e si fa male. Vorrei dirle che non deve cullarsi nel ruolo della vittima perché la forza delle sopravvissute si vede dal fatto che non piangono la propria sorte e semplicemente, senza farsi sfruttare da nessuno, vanno avanti. Allora vorrei dirle che per ricordare quella ragazza uccisa brutalmente vorrei che mia figlia urlasse forte il suo nome e dire che lei esiste e che nessuno potrà mai fermarla, limitarla, escluderla, intrappolarla. Nessuno. Nè io, né suo padre, né suo fratello, né le amiche o i ragazzi, se ne amerà qualcuno.

Nessuno potrà dirle come pensare e cosa dovrà ritenere giusto perché la fiducia in se stesse e nella propria percezione del dolore e della violenza è indispensabile e io non la minerò neanche quando toccherà a me di essere messa in discussione. Vorrò preparare mia figlia a insistere sui punti che lei pensa necessari da affrontare, e a non abbassare gli occhi quando tenterò di sviare la sua attenzione verso il mostro esterno quando in realtà lei mi sottoporrà qualcosa, una qualunque cosa, che le ha fatto male e che derivava da un mio comportamento.

Perché se queste ragazze passano la vita in casa con persone che non vogliono essere rimesse in discussione, che obbligano la rimozione, la menzogna, la mortificazione della capacità critica, con il ricatto di sottrarre loro l’affetto se oseranno criticarti, non c’è poi da sorprendersi se con persone estranee non sapranno cosa fare per difendersi. Per rafforzare la fiducia in loro stesse, queste ragazze, dovranno poter demolire tutto, inclusi i genitori, la società, le istituzioni, quelli chiamati a proteggerla che invece vorranno controllarla, esercitare potere su di lei e impedirle di difendersi da sola.

Mia figlia ha otto anni e ieri ho litigato con mio marito e lui mi ha detto delle cose che mi hanno ferito molto. Mia figlia ha chiesto se lui è stato cattivo con me perché mi ha vista piangere e io le ho detto di no, sono cose da adulti, lei non può capire, dissimulando l’emozione, il pianto, la pelle d’oca. E lei mi ha detto che sono una bugiarda e che lei capisce quello che succede. Lo dice con i pugni stretti. Io non voglio che lei impari a odiare suo padre, ma non voglio neppure che pensi che io sia una bugiarda o che impari a confondere la violenza con una normale dinamica familiare. Vorrei non usare mia figlia per metterla dalla mia parte e vorrei discuterne con mio marito per affrontare insieme questa cosa. Prima di tutto, però, lui dovrà ammettere di essere stato cattivo e io dovrò dire a mia figlia che c’è un limite alla “violenza” che si può sopportare. Un limite che deve essere segnato da me e che se superato diventa un punto di non ritorno, e io non potrò scendere a compromessi con me stessa.

Stasera io e mio marito le parleremo per dirle che ha ragione lei. Quello che è è successo è sbagliato, e io e suo padre ne parleremo senza censure e senza sottovalutare l’intelligenza di questa bambina. Poi non ne rideremo, perché non vogliamo banalizzare la violenza, ma le diremo che deve passare, dovrà cambiare tutto, perché non deve ripetersi. Oggi voglio regalare a mia figlia la fiducia in se stessa e nella comprensione delle cose. Così, se è la strada giusta, forse, domani, imparerà a fidarsi di se stessa quando qualcuno tenterà di dirle che la violenza non è tale. E voi, cosa farete per vostra figlia?

Marta

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