La Depressa Consapevole: va tutto bene!

Ieri sera. Sento la voce di qualcuno che mi dice che un membro della mia famiglia non sta bene. Torna la chiamata alle armi per le assunzioni di responsabilità di figlia. Devo dare una mano, l’ho sempre fatto, anzi, l’ho fatto per quel che ho potuto e voluto. Mi sono sentita incastrata altre volte, nel tentativo di risolvere questioni irrisolvibili, frammenti invariati, statici, della vita di altre persone che non possono uscire fuori dalla loro zona sospesa. Mi sono sentita doverosamente chiamata ad adempiere al ruolo che mi è stato assegnato e so che ho perso molto e ho anche guadagnato, ma il martirio non era la mia aspirazione e tutto quel che so è che ora, di fronte alla possibilità che mi ripiombi addosso un concatenarsi degli eventi, sento un ronzio alle orecchie, comincio a ondeggiare, avanti e indietro, in un ritmo cadenzato, e tengo una mano sul ginocchio e un’altra sulla testa arrotolando un ciuffo attorno all’indice. Sto respirando, come se non riuscissi a trovare la fonte del mio respiro. Sto annaspando, mi sento quasi annegare. E’ quello l’inizio di una crisi di panico che ho imparato a riconoscere e di conseguenza dovrei saper combatterlo e impedirlo sul nascere. Inspirare, espirare. Il cuore che produce mille battiti al minuto. Ho l’impressione che possa fermarsi. Mi hanno spiegato che la crisi di panico, a volte, viene scambiata per un infarto. Quello che razionalmente ripeto in testa però non sembra placare l’ansia.

Io devo, devo, devo, devo, devo. Per tutta la mia vita ho avuto difficoltà a dire che non voglio. Sottrarmi da incarichi che ti fanno sentire parte di qualcosa, con quelli che si sono presi cura di te. Quanto egoismo vedo in questi pensieri. Quanti sensi di colpa, senza riuscire a confessare i miei limiti. Non so come arrivare a superare il minuto, l’ora, il giorno, senza cadere a terra con gli occhi fissi al cielo. Lascio la sedia e comincio a camminare, in fretta, un giro largo delle zone libere di casa, inspiro, espiro, comincio a contare per distrarmi. Uno, due, tre, quattro, cinque. Devo, devo. Non voglio, non sono in grado, non lo posso fare, non lo voglio fare. Il ronzio aumenta, il battito cresce, e avrei bisogno di qualcuno che mi abbracciasse e mi dicesse con voce calma che riesce a guardarmi dentro, dove io stessa non scorgo impronte, e che andrà tutto bene. Va tutto bene, Azzurra. Tutto bene.

Una cosa da non fare, durante le crisi di panico, per quel che mi hanno insegnato, è di prendere un farmaco. Non superare le dosi prescritte, e dopo aver letto i bugiardini, con tutti gli effetti collaterali spiegati in piccolo, so bene che sarebbe idiota farlo. Poi la mente produce un distacco. Riesco a placare l’ansia concentrandomi su una cosa che non è reale. Un sogno, una derivazione lieta della mia realtà, finché non scorgo il viso del mio compagno che mi abbraccia, come speravo, e dice quello che avevo bisogno di sentirmi dire. Lo psichiatra dice che non sono obbligata e che non si può affrontare quello che il corpo e la mente rifiutano. Dico che mi sento una ragazzina che sfugge alle proprie responsabilità e dice che non è così. Io soffro maledettamente. Non sfuggo. La mia è legittima difesa. Lotto per non lasciarmi espropriare delle mie giornate, i miei pensieri, la mia vita. Non si può fare quello che non vuoi. Non si può allenare la mente ad accettare obblighi se non sei in grado di gestirli. E io ne ho gestiti abbastanza, con il sangue freddo, lucida, distaccata, concreta, come altri non sono stati in grado di fare. E poi un bel giorno ho detto no. Basta sentirmi seconda rispetto alle urgenze degli altri. Che vuoi che sia se ho una depressione e sfogo la mia ansia abbuffandomi di notte. Che vuoi che sia se soffro di un male che sembra banale, frutto di un capriccio, che pare utile per essere usato come alibi. E mentre penso a queste cose il sudore freddo ricomincia a scivolare lungo la colonna vertebrale, il pensiero rallenta, il battito del cuore accelera, e mi sento quasi mancare.

Mi era capitato una volta sola, al liceo, quando un insegnante cominciò a urlare, forte, contro di me che ero alla lavagna a fare un esercizio di matematica. Non so che cosa avessi sbagliato esattamente ma so che l’attimo dopo caddi distesa lunga a terra, dopo che tutto scomparve alla mia vista. L’unica crisi di panico dimostrabile. E ora non so proprio cosa fare. Conosco i mezzi per disciplinare i miei disturbi ma ci sono limiti che non riesco a superare. Il ronzio alle orecchie, l’ondeggiare per prendere distanza, il sudore, il battito, non voglio pensare. Dimmi che va tutto bene. Va tutto bene. Dillo forte, anche se non è vero. Va. Tutto. Bene.

Azzurra

—>>>Per leggere il diario di Azzurra segui la categoria La Depressione Consapevole

Comments

  1. Ti ho scoperta da poco….e dopo questa tua ultima condivisione non potevo rimanere qui immobile davanti al pc senza dirti almeno qualcosa, certo lo dico forse più a me… ma so solo che vorrei darti quell’abbraccio rassicurante, ora. Ma posso farlo solo virtualmente e non è detto che tu lo voglia da un’estranea. ( e poi sono tornata di nuovo nel periodo di chiusura dove detesto i contatti fisici…) Ma ti capisco, ciò di cui tu scrivi, lo conosco bene. Ma quest’ultimo scritto mi ha colpito più di tutto il resto. Forse perchè è la stessa chiamata alle armi da dove sono scappata io una mattina a gambe levate…. per ritornare prima che fosse troppo tardi ma con una forza che non credevo di avere… ed è la stessa forza che troverai dentro di te. Lo so che c’è. Traspare. Anche fosse solo il fatto di riuscire ad esternare così lucidamente il tuo intimo. Ti abbraccio ancora. Ma tu li leggi i commenti? Spero di si..

  2. Riconosco ogni sensazione … io non riesco a spiegarle così bene. Quanto è importante quel “va tutto bene!”
    Un sincero abbraccio virtuale.
    A.

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