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Dedicato a Sara

Due georgiani ed un senegalese si affaccendano attorno alla mia automobile, nei loro stivali impermeabili verde bottiglia, spruzzando un detersivo filamentoso simile a zucchero filato, facendo girare – sbuffanti – la manovella di una macchinetta simile ad un’impastatrice per asciugare trapezi di pelle di daino frusti e macchiati, concentrandosi con solerzia su brandelli di carta adesiva rimasti attaccati ai finestrini. Le loro ombre filiformi si sovrappongono, senza mai collimare, lungo un murales di ciminiere da desertificazione post-industriale sullo sfondo di un’accecante e incongruo blu cobalto. Mi stropiccio gli occhi arrossati da un mezzogiorno che non rinfranca. L’aria sa di sale, menta, lubrificante per motori, trementina e sudore essiccato. Un omone con un gilet da cacciatore indossato sul torso nudo con le braccia tatuate di raffinati galeoni ottocenteschi blatera da solo di vecchiaia e belle donne, mentre batte il martello contro chiodi arrugginiti per tenere insieme listelli di legno marciti, punteggiati di muschio. Quattro uomini in canottiera giocano a carte sotto l’ombra di una lamiera di alluminio ondulata. L’autolavaggio è disseminato di attrezzi, taniche di plastica, cassoni, funi e rotoloni di filo di nylon, contenitori di vernici e fusti di sostanze vischiose come petrolio. Intravedo, nelle baracche dissestate, luridi materassi affastellati, lattine di birra rotolanti contro i fornelletti da campeggio e inquietanti tele naïves senza cornice. Mentre uno degli operai mi rivolge un sorriso il cui scintillio forestiero non appanna la mestizia da discendente di un ex-colone sovietico, mi rendo conto di avere le cosce serrate, i muscoli contratti in difesa, la vagina con il fiato sospeso come fosse la feritoia di una fortezza medioevale lasciata incustodita. Realizzo, all’improvviso, di trovarmi completamente da sola con otto uomini in una periferia che sembra destinata a diventare nel tempo luogo perfetto per un’esercitazione nucleare. Respiro a fondo e scaccio la paura con le paure passate, rievocando a me – e puntando dritti i seni floridi e sapienti contro questo piccolo esercito di soldati che alla fine non mi farà del male – i traumi e le offese, le mortificazioni e gli oltraggi, le invasioni, tutti gli sbarchi militari sul mio corpo dissenziente, che non si è inumidito.

Il primo a chiamarmi puttana è stato mio padre. Avevo fatto bruciare la cena mentre tentavo di soccorrere ed asciugare il vomito da chemioterapia di mia madre, due seni asportati, una cicatrice lunga, quasi orografica, fatta di collinette e valli affossate, e tante piccole croci che sono ancora lì: un petto maschio attraversato da una cucitura severa come il peggiore dei moniti.

E dopo la prima volta che mi hanno chiamata puttana, dentro le mura spugnose dell’appartamento di una famiglia per bene, ho smesso di contare quelle che sono venute dopo, grata una volta tanto di aver appreso sin dall’infanzia a simulare la pazienza stolta e smemorata degli infelici, la placidità lacustre che tutto specchia e lascia scivolare via, la remissività ostentata che – intrepida, creativa e impavida – costruisce sotto di sé interi paesaggi in festa, dove mai nessun uomo, dove mai nessuna donna, potrà allungare una parola violenta, una mano chiusa a pugno, un pene in erezione per depredare l’allegria dei pini sconquassati dal vento ed io che rido e rido e rido.

Sono stata molestata da tre ragazzini su un treno che mi portava in Svizzera, da un’amica. Mi hanno bloccata sui sedili del vagone e a turno hanno strusciato il loro cazzo glabro, noioso, contro le mie cosce e le tette vistose, incolpevoli di essere tali.

Mentre dormivo in un sacco a pelo nella sala d’aspetto della Stazione centrale di Atene, come ho fatto in tantissimi viaggi da sola, un rantolo soffocato, un rantolo da animale catturato al cappio, mi ha improvvisamente fatta sobbalzare appena in tempo per scansarmi dallo zampillo appiccicoso e biancastro di un vecchio bisonte.

A neanche sedici anni, due coetanei – durante la gita di Pasquetta – hanno ben pensato che infilarmi contemporaneamente il cazzo, due cazzi, in bocca fosse un naturale, augurabile, rito di passaggio all’età adulta.

Eppure mai, fino alla notte in cui mio marito mi ha sostenuto i fianchi facendomi sedere sul bidet di casa – con grazia goffa, maldestra e tutto lo sbigottito sgomento di un amore non solo tradito ma preso furiosamente a calci – per detergermi delicatamente, disperatamente, dal sangue che le dita violente di un altro uomo mi avevano lasciato in pegno, mai, fino ad allora, avevo percepito l’abuso. Ero incinta della nostra seconda figlia, a gravidanza avanzata. Dopo l’ennesimo litigio, avevo preso la macchina ed ero andata da sola a ballare. Ero stravolta, dalla pena, dalla rabbia, dall’infelicità. In casa si stava consumando la nostra macelleria famigliare. In quel periodo eravamo spettrali, carne viva esposta, corrosa dal sale sparso come coriandoli sulle abrasioni. Non posso dire di non aver provocato quell’uomo e non lo dirò. Non posso sostenere di non essere stata consenziente e non lo farò. Ciò che posso dire, e lo farò, è che se brutalizzi una donna incinta spingendogli dentro la vagina tutta la mano all’improvviso e con foga mentre lei ti prega di essere più attento e delicato, se non arrivi a percepire di avere sotto il tuo corpo una persona vulnerabile ed emotivamente assente, allora sei un uomo di merda. Anche se io mi sono appartata con te. Sei una persona di merda, e te lo dico. E se oggi ho la forza per dirtelo, lo devo all’uomo che mi ha lavato con premura e mani tremanti, mentre tratteneva lacrime che non avranno mai nome, di pena per sé, di pena per me. Lo devo all’uomo che non mi ha fatto domande se non dopo anni. Che mi ha aiutata ad indossare vestiti puliti, ha preso tra le braccia il nostro primo figlio, minuscolo, tutto sudato nel sonno, ci ha caricato in macchina entrambi per portarmi al Pronto soccorso. Lo devo soprattutto alle uniche parole che mio marito quella notte riuscì a pronunciare e che sono le parole che ci hanno reso salvi e liberi, per sempre, e che, per sempre, ci permetteranno di fare festa sotto i pini al vento: “Non ti sto portando in Ospedale perché sono preoccupato per la bambina che aspettiamo, ti sto portando perché ti amo e so che ti è stato fatto qualcosa e anche se volevi so che non era questo che volevi”.

La mia automobile è finalmente pulita. Il caldo è ancora torrido. Pago, lasciando una piccola mancia con la quale uno dei ragazzi, imbarazzato da quelli spiccioli in più, mi propone una bibita assieme. La paura è defluita via. La mia integrità è ancora tutta qui, splendente e gioiosa. Non ho contato le volte che mi hanno chiamata puttana, non mi ha sporcato lo sperma del bisonte, non sono riuscite a lacerarmi per sempre quelle dita spinte dentro con demenziale foga da pugile. Il ragazzo prende due lattine di Coca dalla macchinetta, me ne porge una, ci accomodiamo su due casse della frutta capovolte, gli sorrido mentre mi racconta come sono diverse le estati in Georgia.

—>>>Prosegue la narrazione di E. con il suo Diario di una famiglia tradizionale. Non si può non leggerlo e non goderne. 

Per recuperare le puntate precedenti, in ordine progressivo:
1] Amo la mia famiglia e porto un plug anale
2] Diario di una famiglia “tradizionale”
3] La mia maternità “tradizionale” all’interno di una famiglia “tradizionale”
4] Se ci leccheremo ancora, come cani randagi
5] Di notte: storia di sangue e amore
6] Il mio contratto
7] Una preghiera piccina

 

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