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L’uomo che ha voluto “cancellare” la vita della donna che gli ha detto No

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Aggredita, tramortita, strangolata e bruciata. Questo è quello che Vincenzo Paduano ha fatto a Sara di Pietrantonio. Forse consolerà il pensiero che fosse già morta prima di essere arsa dalle fiamme. Ma tutto ciò dimostra soltanto la ferocia con la quale questo assassino si è scagliato contro la sua vittima.

In tutto ciò continuiamo a vedere commenti riferiti alla bontà d’animo di questo ragazzo, come se fossero le donne – ed era questa la convinzione ai tempi dell’inquisizione – a tirare fuori il male dagli uomini. Che grande potere ci è stato attribuito da chi ha semplicemente sobillato, istigato, tanta gente al punto tale da lasciare che le donne fossero considerate figlie del demonio, portatrici di disgrazie e malanimo e morte.

Da secoli, millenni, gli uomini, le loro madri, sorelle, figlie, hanno giustificato delitti atroci attribuendone la responsabilità al comportamento delle donne, quelle libere, quelle che si permettevano di pensare e agire liberamente. La donna tentatrice, la donna creatura infernale, e come tale veniva data alle fiamme e ancora oggi, a quanto pare, c’è chi decide per una condanna al rogo. Le giustificazioni sono sempre le stesse, tutto sommato, e il fatto che si discuta ancora e sempre delle stesse cose, scansando deliberatamente l’idea che un omicida è l’espressione della banalità del male, non ha corna e coda, non sputa fiamme dalla bocca, usa alcool e accendino, casomai, e lo fa con premeditazione, con appostamenti, con la volontà di fare del male e di togliere la vita a una donna che ha osato dirgli di no.

Fin da piccola ho ascoltato storie del genere e so bene di cosa si parla, so quanto si sottovaluti l’uomo che hai lasciato, quanto lo si consideri comunque controllabile, perché quel che ti mostra è la disperazione, la codarda “debolezza” dell’uomo che non sa accettare un No. Ma più che debolezza, che è cosa che può suscitare pietà, commiserazione, vittimismo, è quello che deriva dalla perdita di potere su un corpo che si riteneva proprio. E’ un analfabeta emotivo, uno che non ha mai ascoltato una lezione di educazione al rispetto dei generi, uno che non conosce la differenza tra amore e possesso. E’ un deficiente emozionale che non può essere assolto o perdonato per questo, ed è tanto più simile a molte persone delle quali leggete i commenti così solidali con l’uomo, poco empatici con la vittima, tanto più simile a molte persone che probabilmente, in un modo o nell’altro, hanno attraversato le vostre vite, rispetto ai mostri che sono descritti da racconti consolatori che danno per buona la versione secondo cui là fuori c’è un nemico e in casa, tra conoscenti, con le persone che conosci, va tutto bene.

Questo delitto dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che la violenza di genere non ha religione, etnia, non c’entra con lo straniero ma è espressione di totale ignoranza relazionale, di immaturità, di una cultura e una educazione che offre formazione diretta a legittimare la violenza di genere. E non perché questo sia nella natura degli uomini, ma perché la cultura che viene loro trasmessa legittima questo tipo di azioni violente. Rende alcune persone carnefici e altre perfino fin troppo tolleranti all’imposizione di violenza.

Bestemmio ancora leggendo riferimenti alla vita di coppia della vittima, o considerando l’inopportuna condivisione di quella foto in cui lei sta con il suo assassino, quasi a voler simboleggiare una visione romantica del delitto come conseguenza della fine della storia. Un assassino, stalker, possessivo, non ha capito niente dell’amore. Non sa nulla dell’amore. Non sa cosa significa amare un’altra persona. Non sa cosa vuole dire vedere l’altra distinta da se’, come persona con propria volontà e bisogni, come individua autonoma, avente diritto a compiere scelte autodeterminate.

Tutto ciò non si corregge con la rieducazione del maschio, con la chiamata alle armi di madri che dovrebbero rieducare i figli maschi e farne dei cavalieri medioevali. Quello che è in gioco è la libertà delle donne, delle persone tutte, che non possono essere considerate accessorie ai bisogni di un carnefice qualunque. Non è più l’epoca del re, padre e padrone, dell’autoritario uomo che se geloso ci renderebbe felici. E questa cosa va detta alle donne, alle figlie, se vogliamo, alle sorelle, a tutte quelle che sono veicoli e complici di questi delitti perché sono portatrici della stessa cultura sessista.

Aggredita, tramortita, strangolata e bruciata. Quando parlate di “amore”, di “gelosia”, di “raptus”, provate a pensare alla perfidia di un uomo che così ha deciso di cancellare una donna dalla faccia della terra.  Cancellarla, ridurla in cenere. Mia o di nessun altro. Cominciamo allora a dire che Tu non sei “Sua”. Dedichiamo una giornata di attenzione al fatto che “tuo, mia, sua” non sono parole da usare. E poi cosa. E poi, che rabbia. Mi dicono che il due giugno ci sono manifestazioni in tutta Italia. Spero all’insegna dei giusti obiettivi e non alla solita solfa in cui si chiede repressione. Quello che ci serve è la prevenzione. Se non salvi le vittime, poi c’è poco da reprimere. Se non incoraggi e non investi su una cultura differente, giusto tu, governo, che temi i catto/fasci ogni volta che ti dicono che l’educazione al rispetto dei generi è roba del diavolo, hai poco, ma molto poco da dire. E da fare.

Leggi anche:

Il mio post su Il Fatto Quotidiano: #Femminicidio: non si risolve con la rieducazione del maschio

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