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La difficoltà di partorire se stess*

Porto un nome ingombrante, che mi si addice fin troppo. Cambia lo scopo, rimane quel fervido e costante smantellamento notturno di tutto ciò che si è saputo creare. Sono sempre stata un’auto sabotatrice incredibile, forse per insicurezza, sicuramente per pigrizia. Forse non è il mio vero nome, me lo sono scelto io? È comunque lei, Penelope, quella che da sempre si siede alla luce intima di un abat-jour a smontare filo per filo l’arazzo che io mi sforzavo di tessere con il sole alto.

Non so come ho fatto a cadere nella chiazza di petrolio. Forse, un po’ come nella storiella delle rane nell’acqua bollente, ho iniziato a sentire il calore quando ormai ero troppo indebolita per saltare fuori. So solo che ad un certo punto mi sono trovata immersa in qualcosa di nero e appiccicoso.

“…sono morta nel sonno tanti anni fa. Ci dev’essere stato un momento, un istante preciso in cui ho smesso di esistere, e io non me ne sono accorta. Il contorno opaco della mia coscienza si è dissolto, non ho idea di cosa sia questa persona che mi porto a spasso. Non so come ancora io sia qui, ma devo esser morta. Come tutto quello che non ha coscienza di sé, non posso essere una cosa viva.” (un giorno a caso, forse di aprile, nel 2012)

Ma un anno fa sono nata di nuovo. “Rinascita” è una parola terribilmente fraintesa: ce la fanno passare come una cosa bella, la libertà, la fine di un’agonia, la luce in fondo al tunnel. Non è così. Diceva il signor Marquez che la vita non comincia quando una madre ci scaraventa nel mondo, ma si nasce davvero quando ci si obbliga a partorire noi stessi.

Sì. La rinascita è, in fin dei conti, un parto: Un dolore lancinante, una stanza asettica, un sacco di persone che ti dicono quando spingere, come respirare, come prendere in braccio la creaturina sporca, cianotica e spaventata che hai appena espulso dal tuo corpo. La consapevolezza di essere responsabili della sua vita, per sempre. Questo si prova, a partorire sé stessi. Ci si trova ad essere contemporaneamente la madre e la figlia, l’insegnarti da capo a fare tutte le cose che facevi prima, a parlare con la gente, a uscire di casa, a leggere un libro. La paura di fallire e di deludersi, la voglia di trasgredire, le incertezze e le paure. I conflitti nella tua testa, la persona che sei stata, quella che vorresti essere e quella che hai paura di diventare combattono, instancabili, ogni volta che devi obbligarti a prendere una decisione, fosse anche solo indossare una maglia nera o una marrone.

Forse non so nemmeno io come ho fatto a ricominciare dall’inizio. Ruberò un paio di pagine di questo blog, ogni tanto, per mettere a confronto i miei diari di quand’ero immersa nel petrolio e quelli della me neonata che sta ricominciando a gattonare fuori dalla camera da letto, e forse si scoprirà dove ho inciampato e cosa mi ha rialzata. Sarà bello sapere che qualcuno di voi vorrà farmi compagnia.

Penelope

—>>>Per leggere il Diario di Penelope segui la categoria corrispondente.

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