La tolleranza e la polizia

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di Inchiostro

Il commento che va più di moda in questi giorni è hai visto in Francia? Mica come in Italia! Eeeeh in Itaglia ci va bene tutto! Eeeeeeh già! Italiani pecoroni! O una roba comunque molto simile.
Ora.

Ci ho ragionato. Ci ho pensato. E credo che la differenza principale risieda nel fatto che la Francia non ha avuto la Democrazia Cristiana. Di conseguenza, il problema non sono i così definiti Itagliani, quanto la percezione politica e sociale che si ha degli avvenimenti in questo paese.
Checcazzohaidetto? Starete pensando. Avete ragione, perché non è così immediato il ragionamento, ma passo oltre, perché sono troppo annoiato per dilungarmi in inutili spiegazioni e, soprattutto, perché su questo argomento voglio ritornarci in futuro, quando avrò più tempo.
L’altra differenza importante tra Italia e Francia risiede nella vittoria schiacciante del pensiero unico nel bel paese. In questo Stato – ci avete mai fatto caso? – si tende sempre a moderarsi, ad evitare i discorsi di rottura, le critiche approfondite, le decostruzioni. Non esiste una rappresentanza politica istituzionale che si schieri in modo duro contro qualsivoglia cosa. Qui si fanno i referendum, e se non passano sarà per la prossima volta. In questo paese è dal 1945 che sarà per la prossima volta. In questo paese bisogna precisare che comunque i libri non si strappano, come se fosse un reato dire apertamente che certe idee fanno schifo e non dovrebbero avere agibilità politica. Che poi la sinistra di questo paese è devastantemente contraddittoria: si invoca la tolleranza Voltairiana per quattro libri stracciati, e poi si chiede il carcere per dei saluti romani. Però, santi numi, se si è tolleranti lo si deve essere sempre. Non è che lo si può essere in modo selettivo, a discrezione. Se scegli di essere tollerante, e rimani coerente con te stesso, allora poi ti ritrovi a dover tollerare i revisionisti del fascismo, i nostalgici del Reich, quelli che dicono che il Mein Kampf è un buon libro. Non si scappa da questo.

C’è poca sincerità, si cerca sempre di mitigare il messaggio per paura che qualcuno si indigni o si offenda. In questo paese si reputa necessario dover precisare che comunque i libri non si strappano.
E a me tutta questa moderazione forzata, dopo un po’, va di traverso. Perché io, in qualità di persona fisica e giuridica, un fascista non riesco a tollerarlo. Non è che non posso, è che non ci riesco. E quindi, no, non sono tollerante e vi dico anche che la tolleranza è una cagata pazzesca. Però voi continuate pure a porgere l’altra guancia e a parlare di democratizzazione della polizia.
E qui vado a concludere.

Che cosa ci sarà mai da democratizzare in un organo che è lì per esercitare la violenza in nome dello stato? Cosa c’è da democratizzare in uno che spacca la testa ad una ragazzina di quindici anni, nelle camionette che bloccano gli accessi alla piazza per ritardare l’arrivo delle ambulanze – avviene sistematicamente –? Cosa c’è da democratizzare nei manganelli rotti sulla schiena d’un ragazzo, nelle minacce di stupro alle ragazze in manifestazione, nei cazzotti in viso a ragazzi ammanettati?
Un’altra differenza tra Italia e Francia è che oltralpe non si parla di democratizzare le forze di Polizia. E chiunque abbia visto i filmati di quello che sta capitando, può benissimo rendersi conto da solo che le forze di Polizia non sono nate per essere un organo democratico.
E’ ormai assodato che lo Stato è l’unico organo, all’interno d’un territorio, a detenere il legittimo utilizzo della forza – alcuni lo chiamano anche legittimo utilizzo della violenza –. Ecco, questo legittimo utilizzo della forza si chiama forze dell’ordine. E non vengono in piazza per chiedere se, per favore, ti puoi un attimo spostare. Arrivano, fanno piazza pulita. Ti rimettono al tuo posto.
Un poliziotto che spacca la testa ad una ragazzina non mi indigna, non mi stupisce. Non ci vedo nemmeno molto da analizzare, o da commentare. E’ il suo ruolo, è lì per fare quello. Mi stupisco, al contrario, della gente che si stupisce di queste cose.
La sostanza è che, se vi trovate in una piazza e state manifestando, gli uomini in divisa sono la cosa più lontana da un amico che potete incontrare. Provare per credere.

Che cosa voglio dire? Probabilmente non molto. Sicuramente che, se le strade sono vuote, la colpa non è del popolo, o non solo. Se le strade sono vuote la colpa è di quella sinistra elitaria ed elitarista che, in nome dell’altissima cultura, ha finito per trasformare l’apertura mentale in mancanza di pensiero critico. Che a forza di ascoltare tutti ha finito per non avere più una parte da cui stare. Che a furia di parlarsi addosso e guardare La grande bellezza ha perso il contatto con quello che aveva intorno. Che definendosi progressista, ha rinunciato al ruolo di rottura che dovrebbe in realtà ricoprire.

Non ho una chiusura. Semplicemente perché questo discorso non finisce qui.

“Io freddo, rigido e scostante,
privo di sfumature, a volte un po’ irritante
provaci un’altra volta e fallo veramente
urla un po’ più forte,
perché non sento più niente”.

  • Potete trovare i post di Inchiostro nella categoria L’InchiostratoQUI la sua biografia.

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