“Non sto tanto bene”, o la rivendicazione politica della depressione

di M.

Non dico mai, o quasi mai, “sono depressa”. Non la voglio come etichetta addosso, non la sento come descrittiva della mia identità. Forse sono io, forse sono anche depressa, ma è solo una delle identità che mi attraversano. Piuttosto dico “sto affrontando una leggera depressione”. Che poi leggera e depressione vicine mi fanno abbastanza ridere, ma è quello che ha scritto il medico di base quando gli ho chiesto di mandarmi da uno psichiatra per farmi dare delle medicine. Ha scritto “leggera depressione”, e io lo uso, lo dico, “leggera”, perché mi fa sentire meno peggio: non depressa, “leggermente depressa”.

“Leggermente depressa”, che vuol dire che da quando prendo le medicine e faccio terapia riesco ad alzarmi dal letto senza recitarmi quel rosario interiore di auto-insulti: sei una stronza, non sai fare niente, non combinerai mai niente. “Leggermente depressa”, che vuol dire che ho quasi smesso di sperare che l’autobus che prendo per tornare a casa si schianti o esploda, così morirei senza dover prendermene la responsabilità. Non “si è suicidata” ma “è morta in un tragico incidente” (che desiderava con tutto il cuore): anche questo suona meglio, no?

Questa cosa delle parole, o piuttosto degli eufemismi per dirsi ha il suo lato comico, comicissimo. Ho pensato che potrei scrivere un frasario bilingue, “depress*-italiano / italiano-depress*”. Questa lingua intermedia che uso per non dire. Io dico:

  • “sono un po’ stanca”, quando non ho le forze per alzarmi dal letto, quando non riesco a decidermi se uscire di casa o no, quando mi chiedono come sto e vorrei solo mettermi a piangere ma non ce la faccio;
  • “quando non stavo tanto bene”, quando parlo del periodo in cui svegliarsi la mattina era un incubo, quando mi addormentavo la sera sperando di non svegliarmi il giorno dopo (sempre per il motivo di cui sopra, “morta tragicamente nel sonno”, no responsabilità per la mia fine);
  • “ho un po’ di ansia da prestazione”, quando sono terrorizzata dal giudizio altrui, quando non riesco ad aprire bocca in un gruppo di amici o di fronte a dei completi sconosciuti perché penso che ecco, questa è la volta in cui scopriranno che sono un bluff, che non sono né intelligente né simpatica né carismatica quanto credono che sia;
  • “prendo le medicine/le goccine”, quando devo/voglio dire che prendo antidepressivi e ansiolitici, fino a quando un mio amico ha iniziato a chiamarle “le pillole della felicità”, ma posso dirlo solo con lui perché quando ne parlo con altr* comunque sembra che non si possa ridere di questa cosa: se ridi allora non sei depressa, no? Eggià;
  • “anche questa volta sto procrastinando”, quando rimando e rimando il momento dello studio o del lavoro, anche se l’esame o la consegna sono vicini, sono il giorno stesso o il giorno dopo, ma io non ce la faccio, ho paura, non so neanche di cosa ma ho paura, forse di mostrarmi, di essere giudicata e/o valutata;
  • “mi sa che mi compro una birretta”, quando ne vorrei comprare 100 e berle tutte una dopo l’altra, bulimia alcolica, per perdere il controllo della mia testa almeno per qualche ora;
  • “non mi faccio sentire da un po’”, quando per settimane o mesi abbandono i contatti con persone a cui voglio bene ma con le quali non riesco a parlare, perché vorrei che vedessero sempre il mio lato entusiasta e carico di energie, e non quella bestia che mi tira per i piedi e mi fa sprofondare nell’apatia;
  • “è stata una giornata difficile, ma vabbeh”, quando cerco di giustificare il mio non fare niente quotidiano.

Sono “leggermente depressa”, o forse sarebbe più giusto dire, “sono una depressa in incognito”. Le mie amiche sanno, ma sono così carine da non ricordarmelo troppo spesso, o da trattarmi comunque come se fosse tutto normale, nel senso che mi sfanculano se devono farlo e io penso che facciano bene. In incognito, perché a parte chi lo sa già, se lo dicessi a qualcun altro mi riderebbe in faccia e direbbe ma come, ma tu? Ma fai duemila cose, sei super attiva, sei super impegnata. Eggià. Un* può essere attiv* e depress* insieme, non lo sapevi? Voilà, te lo dico ora. E anzi è quasi peggio così. Sono bulimica nelle attività, nel riempirmi l’agenda, nel prendere sempre nuovi impegni perché così mi sembra di riempire quel vuoto che mi fa sprofondare sotto le coperte.

Il giorno più difficile è il lunedì. Tutta una settimana davanti da affrontare. Sulle spalle, un weekend massacrante di lavoro precario che mi permette di mantenermi ma al tempo stesso mi svuota per tre giorni a settimana della (già poca) energia vitale. Dormo fino a tardi, mi sveglio e scorro amebica la mia pagina facebook per ore, preparo un altro caffè, penso che dovrei uscire – è una bella giornata – ma poi me ne torno a letto perché non ce la faccio, non ce la faccio.

Non so per quale congiunzione astrale ma questo lunedì ero lucida come non mi capitava da mesi. Certo sono rimasta a letto fino alle 12, ma poi sono uscita, ho studiato, ho parlato e ho scritto, ho guardato una commedia degli anni 70 e ho aiutato la mia coinquilina che preparava un esame. Ero lucida come spesso mi capita di essere, tra un po’ di apatia e l’altra (“leggermente depressa in incognito”, mi preme ricordare). Ero lucida e ho iniziato a pensare di scrivere a D., un* amic* che studia psicologia e che fa militanza politica, per chiedergli se poteva consigliarmi un testo che parlasse di depressione in termini politici. Ho iniziato a pensare che, va bene la terapia, va bene le medicine (che ho accettato di prendere contro lo scetticismo omeopatico con cui sono stata cresciuta). Va bene, lo faccio tutto questo, ho smesso di sentirmi in colpa e affronto – quando riesco – i limiti del mio corpo e del mio cervello. Ma perché devo definirli “limiti”? Perché devo accettare la definizione/stigma “leggermente depressa”? Perché non posso rivendicare in termini politici la mia depressione?

Va bene, ho ammesso i problemi famigliari, ho ammesso il conflitto con mio padre e mia madre, e adesso cerco di risolvere l’irrisolto che mi porto dentro e che mi schiaccia. Ma perché confinare questa condizione a un problema personale? Perché non posso dire, non sono io ad essere depressa, non è il mio corpo ad avere dei limiti, ma è l’ambiente, la società, il sistema in cui sono inserita che mi definisce “malata”? “Depressione” in fondo è utilizzato nel gergo economico per definire una situazione di crisi del sistema capitalistico-liberal-finanziario. Sistema contro il quale lotto, individualmente e collettivamente, tutti i giorni. E se la mia non fosse una patologia invalidante, ma una breccia, un’esplosione, una falla del sistema capitalistico-liberal-finanziario? Sono lenta, sono sociale a fasi alterne, non ho sempre voglia di essere produttiva nel lavoro, nello studio e nelle relazioni. Sono malata o sono la crisi che destabilizza un sistema di potere che mi vorrebbe attiva e produttiva in ogni fase della giornata, in ogni contesto della mia vita? Mi sono laureata in ritardo, non rispondo da mesi alle mail, ai messaggi e alle telefonate che pretendono da me un’assunzione di responsabilità. Prendo delle medicine che mi permettono di alzarmi dal letto, di compiere i miei doveri, di essere puntuale nelle consegne e attiva nelle relazioni. E se smettessi? E se ripiombassi giù? E se non producessi più, né sapere né capitale, se non performassi più l’identità normale/normalizzata che tutt* si aspettano da me?

Ero lucida, ma non ho scritto a D. Ero lucida e ho pensato a tutte queste cose. Sono lucida, e penso che non è la produttività né la performazione di un’identità che non mi appartiene – sia quella di “depressa” sia quella di “attivista, studente, lavoratrice, amica impegnata” – che mi faranno stare bene.

Ps. è una storia vera. Grazie a chi l’ha scritta.

Comments

  1. Credo che in un disagio/malattia mentale (o anche fisico) non sia importante l’adeguamento alla norma sociale (chi se ne frega) quanto la sofferenza che comporta. Non ci si dovrebbe curare per essere produttivi o “come gli altri”, ma per stare meglio con sé stessi. Non ha importanza la definizione.

  2. Sei riuscita a dare corpo al maremagnum che ho in testa da qualche mese. Dal mio punto di vista però, la rivendicazione politica andrebbe ricercata sulle cause che ti portano ad uno status psicologico. La frustrazione continua di una vita che vuole andare oltre il lavoro, lo sfruttamento, e qualsiasi etichetta mi ha portato a sentirmi sempre più solo e incapace, e a costringermi ad un conformismo che non mi appartiene e che non ha fatto altro se non alimentare quella sensazione di essere un fallimento vivente che ora mi porta a vivere tutto con inerzia, sperando solo che una mattina possa non svegliarmi più. Negli ultimi giorni, un po per necessità un po per “lucidità”, sono arrivato a vedere nel suicidio la radice di una rivendicazione politica, l’ultimo atto di vera ribellione che rimane a chi non può liberarsi dalle proprie catene. Non sono vecchio, né tantomeno ho esaurito le strade che si aprono nel mio futuro, ne sono consapevole. Come sono allo stesso tempo consapevole che il mio agire quotidiano sia importante per tanti e tante che mi sono vicini. Ma mi rendo anche conto che il sentiero che ho avviato, per costrizioni sentimentali familiari, per necessità fisiologiche, per possibilità economiche, difficilmente lascia spazio al vivere una vita che mi permetta di sentirmi bene con me stesso e soddisfatto di quello che sto facendo. Nel momento in cui i legami sono così stretti da impedirti qualsiasi movimento, nel momento in cui le catene del conformismo, del lavoro sfruttato, del vivere tuo malgrado sono così forti e strette da impedirti di rovesciare tutto, l’ultimo atto rivoluzionario è sottrarti al leviatano. Togliergli anche un briciolo di forza, ma almeno smettere di essere un ingranaggio, smetterla di essere la dimostrazione che tutto, anche la voce più difforme è sussumibile e addomesticabile.

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