La Depressa Consapevole: quando sopravvissi al tentato suicidio

Era mattina. Avevo tentato il suicidio il giorno prima. Non ero ancora pronta per rispondere alle domande dello psichiatra. Passò a guardare la mia faccia, immersa per lo più nel morbido guanciale, con un filo di bava che colava dalla bocca. Poggiò la mano sulla testa, come fosse un prete, e benedisse la mia presunta e ritrovata vitalità. Ebbi soltanto la forza di grugnire e roteare gli occhi. Volevo dire qualcosa ma non venne fuori nulla di comprensibile. I potenziali suicidi ricevono tutti la benedizione del grande capo del reparto. Per darti il benvenuto ti smutandano, ti infilano un catetere, finché non riprendi il controllo della tua vescica e dello sfintere, poi ti mettono in una stanza dove le donne vicine hanno sguardi da matte. Anch’io avevo lo sguardo da matta. Eravamo in un reparto di matte. Chissà perché però la matta del letto vicino è sempre più… avete capito, no?

Odore di ammoniaca, biancore abbagliante dei neon sempre accesi, temperatura intermedia tra il gelo e il caldo tropicale. Sbarre alle finestre. Porte del bagno senza chiave. Per quanto io fossi sedata sentivo che trafficavano nel mio armadietto. Qualcuno doveva averci messo delle cose. Portarono via quello che pensavano mi fosse utile per un tentato suicidio. I lacci delle scarpe da tennis, una kefiah, anche se credo che per la kefiah il motivo fosse un altro. Non so dirvelo perché non sentivo bene. Il giorno dopo comunque stava di nuovo al suo posto. Non avevo il permesso di mettere un piedi fuori dal reparto a meno che non fossi accompagnata da un “capace”. La strategia durò due giorni, poi promisi che avrei fatto un casino infinito se non mi avessero permesso di scendere giù a prendere una boccata d’aria.

I miei primi colloqui furono condotti da varie persone; medici di ruolo, specializzandi, infermieri, un frate di non so quale ordine che voleva farmi pregare con lui. Perché volevi farti male? Io non volevo farmi male, io volevo morire, è diverso. E mi resi conto che se continuavo a guardare quelle persone dall’alto in basso, io che sapevo tutto e loro niente, non avrei reso un gran servizio a me stessa. Prima cosa: ammettere i propri limiti, a costo di rispondere a domande idiote.

– che cosa sente?
– In che senso.
– Sente dolore? Sofferenza? Che emozioni prova?
– Un po’ tutto.
– È pentita di aver tentato il suicidio?
– No. Io volevo morire.
– Ma ora che è sveglia apprezza di essere viva?
– Non lo so. Non so che dirle.
– Lei mi sembra piuttosto sveglia per essere depressa…

E qui arriva l’altro errore, probabilmente dovuto all’inesperienza, perché la depressione sullo stile di chi se ne sta per giorni a fissare il muro non riguarda tutti e sicuramente non riguarda me. Sono stata al buio, in silenzio, davanti alla televisione, immobile, distratta, per cazzi miei, ma la mia non era e non è quel genere di assenza da film scadenti anni ’60. Depressa ma in grado di pensare. E serve molta energia per fare capire a un medico che averti in cura non vuol dire che egli abbia il totale controllo sulle tue azioni e il potere di sminuire la portata dei tuoi pensieri. L’autonomia personale non può essere minata.

Dimenticate comunque anche i reparti psichiatrici in cui ci sono zombies che passeggiano nel corridoio o donne dagli sguardi vuoti nelle stanze in cui ti fanno giocare a scarabeo. C’è tanta gente triste, molte persone piangono, molte lottano per risolvere il dolore e altre ritornano dopo un breve periodo di pausa, sconfitte, a ricominciare tutto da capo. Ci sono quelle che sanno farti ridere, che ti trattano come fossi una sorella, una cara amica, e poi dividono con te sogni e speranze e ti spiegano che la loro morte apparente è arrivata senza essere attesa. La maggior parte delle ragazze ricoverate soffre di disturbi alimentari. Ragazze, giovanissime, ridotte a uno scheletro, dal cui teschio vedi comparire una specie di sorriso. Una di loro, alta, magrissima, castana, occhi di un verde brillante, occhi grandi che spuntavano dal viso ischeletrito come perle in procinto di rotolare giù nel pavimento, e lei decise che doveva farmi bella prima che arrivasse il mio compagno. Mi pettinò, fermò i capelli con una forcina e una matita – erano le uniche cose di cui disponevo; mi truccò quel tanto che serviva a darmi un po’ di colore, niente rossetto sulle labbra perché lo mangio in due secondi e non mi piace; poi mise lo smalto, viola, sulle unghie e il viola, sotto la luce al neon, conferiva alle mie mani lo status di arti cadaveriche. Sconsiglio vivamente a chi sopravvive a un tentato suicidio di usare lo smalto viola.

Mi hanno sedata per qualche giorno, ed ero in uno stato di grazia, serena, paradisiaca, non pensavo a niente. Osservavo il medico capo, lo stuolo di specializzande sempre dietro, tutte carine, magre, perfette, e mi chiedevo se non fossero una sorta di provocazione, una sfilata di corpi la cui estetica era una meta irraggiungibile per tante pazienti. Ce n’era una che ambiva a qualche riconoscimento. Espressione da ruffiana, sguardo da ruffiana, compiaceva il boss e gli sorrideva cerimoniosamente. Avrei voluto dirle: sei un medico, per Dio, hai studiato così tanto per leccare il culo ad uno che si dà tante arie? Però pare proprio che le arie derivassero da una serie di riconoscimenti a lui dovuti. Un gran medico, non c’è dubbio, che ha salvato la vita a tante persone e che ti capisce subito, al punto che poi ti assegna il medico che sembra più affine a te, per grado di cultura, carattere, coincidenze o affinità intuite. Non so. Forse non c’è niente di vero in tutto ciò ma il fatto è che mi ha consegnata, corpo e testa, ad un medico giovane, interessato, dal sorriso gentile, poco bravo a dissimulare l’empatia che lo condizionava durante i colloqui.

Portò da me una macchina per l’elettrocardiogramma. Scoprire un corpo che non piace equivale a prendere atto di qualcosa che ti fa stare male, che ha contribuito a farti stare male e che è forse uno dei motivi per cui volevi morire. Razionalizzando conclusi che ero in un posto in cui dovevano curarmi e non darmi un punteggio per la corposità e solidità delle tette. Tuttavia notai il disagio, più suo che mio, quando la sua mano sudata tento di sistemarmi gli adesivi per collegarmi alla macchina. Fece presto e poi tornò a chiedermi dettagli sulla mia vita, su quella della mia famiglia, e chissà perché pensano che il retaggio familiare c’entri con certe malattie.

Non saprei, gli dissi, sforzandomi di non far scadere la conversazione in un turpiloquio. Quella in cui avevano vissuto non era stata un’epoca in cui si facesse caso a certi disturbi. I miei genitori direbbero dei disturbi alimentari che sono solo capricci, e in quanto alla depressione posso dire che i miei hanno avuto i loro momenti negativi, ma nessuno gli ha mai diagnosticato nulla, e in ogni caso non credo abbiano mai tentato il suicidio. Poi richiamò alla mia memoria i miei legami attivi. Mio figlio, il mio compagno. Com’era stato possibile per me prendere tanta distanza da persone alle quali dovevo pur essere legata? Egoismo? Disinteresse? Chi lo sa. Non ha pensato a suo figlio? Chiese. E dissi che se voleva farmi sentire in colpa non ci sarebbe riuscito. Era un capitolo archiviato da lungo tempo, ormai. Mio figlio ha tante persone che gli vogliono bene e non accusa la mia mancanza. Si ma, lei è sua madre, insisteva. E con un “chi se ne frega”, senza aspettarmi alcuna indulgenza, chiusi la discussione.

Chissà perché per prima cosa, se sopravvivi a un tentato suicidio, ti ricordano i tuoi doveri. Le altre domande riguardavano abitudini, pensieri, sessualità. Non mi sembrava opportuno parlarne con un ragazzo così tanto giovane. Se fosse stata una donna, forse… ma con un ragazzo. Però lo feci. Gli parlai, poi dissi che ero stanca, lui si congedò e io ripresi a dormire. Volevo solo dormire, e non svegliarmi più.

Non so perché vi ho raccontato questa cosa. Immagino che ci stia bene tra le pagine del mio diario. Ho smesso di farmi domande su quel che dico o scrivo. Quello che so è che da allora non ho risolto molte cose. Sono un po’ più lucida, forse, e ho deciso che non avrei più tentato il suicidio, ma tutto resta mediamente uguale. Il mio dolore resta lo stesso, saldamente ancorato in ogni angolo del corpo, mi fa male tutto, a volte, ed è come se sentissi fluire via la vita stessa a ogni pensiero che mi concedo di esprimere. Poi la stanchezza, e mi abbandono tra le sue braccia. Ho vissuto un po’ troppo per oggi. Ora posso riposare.

Azzurra

—>>>Per leggere il diario di Azzurra segui la categoria La Depressione Consapevole

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