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La Depressa Consapevole: tutto o niente!

Pochi mesi fa è morta una ragazza che avevo incontrato nel reparto di psichiatria dove mi avevano ricoverato per le prime terapie. Al terzo tentativo di suicidio ce l’ha fatta. Nessuna sorpresa quando mi è arrivato il messaggio di un’altra collega di sventure. Ce lo aspettavamo, e questo è il peggio. Noi che l’abbiamo vista avevamo previsto che lei stava peggiorando, però nessuno ha potuto farci niente. Non puoi intervenire d’autorità per prevenire un tentato suicidio, perché una persona depressa non può essere trattata da reclusa. Perfino noi abbiamo dei diritti e se qualcuno tra le persone che ci circondano tradisce la nostra fiducia, confidando nell’aiuto di qualcuno che potrebbe arrivare per un Tso, quella tale persona non rientrerà più nelle nostre grazie. Un tradimento è un tradimento e non si può avere fiducia in qualcuno che preferisce metterti in catene pur di non vederti morire.

So che è complicato da capire ma la questione è abbastanza semplice, dal mio punto di vista. Però io non sono lei. Io sto a tre anni di distanza dal mio tentativo di suicidio e sono qui a vivere le mie contraddizioni e le mie crisi immaginando che non avrò mai più il coraggio di tentare un bel niente. Quello che faccio, adesso, è tentare di fissare alcuni passaggi della mia esistenza sulla carta, per poi rileggerli e capire. E crescere. Come se mi guardassi dall’esterno. Come se.

Ci sono io, ed è notte, seduta sul divano con tanti alimenti poggiati sul vassoio davanti a me. Le cuffie nelle orecchie e sto guardando una cazzata qualunque sul computer. Il mio compagno sa e non avrei bisogno di nascondermi, però lo faccio. Maschero il consumo di “sostanze tossiche”, perché tali sono per me gli alimenti di qualunque genere, cercando di nascondere i contenitori vuoti. Scatolette, coppe di plastica, involucri oramai inservibili, riposti in fondo al sacco dell’immondizia, come se lui non potesse vedere quello che manca dal frigo o dall’armadietto della cucina. Se lui si sveglia, nel cuore della notte, e chiede che cosa sto facendo, rispondo male, un fatti i cazzi tuoi o un vai a dormire e non scocciare, perché è come se mi beccasse a farmi una pera. Interrompe l’attimo di illusione e aspirazione ad un possibile e passeggero benessere. C’è un attimo, un solo attimo, che bulimiche e malate di disturbi alimentari in genere conoscono, in cui le sostanze anestetizzano il dolore e danno un’illusione di benessere. Sto bene, sto veramente bene, finché non vedo quello che ho fatto, in preda ad una dipendenza compulsiva, e poi arrivano le conseguenze fisiche, il bruciore allo stomaco, il dolore alla schiena, mentre l’addome gonfio trova spazio tranciando altra pelle, e il fegato che è grasso, e fa male sotto le costole, in alto a destra, come se fossi un’alcolista con una quasi cirrosi epatica.

L’ultima volta e poi smetto. Allora la quantità aumenta. Devo mangiare tutto subito perché poi non toccherò cioccolata per chissà quanto tempo. Finchè non arriva una scusa qualunque, e mentre il mio compagno guarda con sospetto al mio acquisto di nuovi dolciumi io rido, saltello qua e là e lo piglio per il culo, o meglio, piglio per il culo me stessa. Sto bene, non vedi? Sto veramente bene. Però ho le mestruazioni, ho le voglie, ho il cazzo che mi passa per la testa, e allora è tutto giustificato. Il fatto è che una bulimica non sa dire basta. Non c’è più un limite. Se inizi qualcosa la finisci, e non parlo di impegni ma di cibo. E vai con tutto quello che c’è in frigorifero. E svuota l’armadietto e l’indomani corri a fare la spesa nel supermercato più lontano, dove non ti riconoscono, come se si trattasse di uno spacciatore, per rimettere i cibi al loro posto prima che lui ritorni.

La cosa tosta dei disturbi alimentari è che, a differenza della droga conosciuta con quel nome, non puoi smettere di mangiare. È come se ti dicessero di farti una piccola pera ogni giorno per mantenerti in vita, così, con quella regola del tutto o niente, si passa facilmente dalla bulimia all’anoressia. Lo sono stata, anoressica, molti anni fa, con la bilancia che segnava un peso di cui andavo fiera. Ed ero tutta ossa, ma non come un’anoressica che rischia la vita. Non ero così. Il grasso c’era ancora e la mia fissazione non smetteva un attimo, finchè non ho dimenticato, ho fatto un figlio, e il peso mi è sembrato qualcosa di giusto, normale, parte del ciclo della vita. Poi ci sono ricascata e non posso perdonarmi tanta debolezza. Mi trovo orribile, mi faccio schifo, e non importa quanto tu possa dirmi che per te non è così, perché quello che importa è ciò che io penso di me. In questo schema di cose si colloca una persona depressa come me. Se c’è una persona a voi cara che soffre dello stesso male, tenete conto di quello che sto raccontando perché è la verità. Per lo meno lo è per me.

Credo di avervi raccontato abbastanza, per adesso, e ora riposo un po’ la mente per cercare di trovare un senso a questa mia giornata, mentre leggo di grandi azioni compiute da grandi persone e io sono bloccata qui a cercare soltanto di superare quest’altra maledettissima giornata. Arriverò a stasera, poi andrò a dormire, mi sveglierò domani, e tutto inizierà come prima. E ora vi saluto e vi ringrazio per l’attenzione.

Azzurra

—>>>Per leggere il diario di Azzurra segui la categoria La Depressione Consapevole

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Comments

  1. Ti ho scoperto da poco e ti seguo. Capisco tante cose di te. Grazie per scrivere.

  2. Grazie

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