La Depressa Consapevole: io sono nessuno!

Soffrire di depressione e disturbi alimentari, come raccontavo ieri, porta a diverse non-scelte che mi mettono in situazioni che potrebbero sembrare comiche. Per esempio: i periodi di abbuffata sono quelli in cui non ci sono per nessuno, e quando dico nessuno intendo proprio nessuno. Il mio compagno può al massimo rivolgermi qualche parola, darmi un bacio di sfuggita, soffrendo per il mio sguardo assente che si riattiva soltanto in risposta a qualche provocazione. Il trillo del telefono mi terrorizza. Dire “pronto” è già un modo per accedere all’esterno, perché dalla voce si intuisce tutto. E poi chi mi telefona non si accontenta mica di sentirmi. Vuole anche vedermi, l’invadente. Fastidio, sudore freddo, panico. Se il mio compagno non c’è io non rispondo e poi, nel caso in cui qualcuno si preoccupa, devo ignorare il suono del campanello, il forte bussare alla porta da parte di mia suocera che obbedisce agli ordini del mio compagno: in media ogni paio di giorni, durante la mattina, quando lui è al lavoro, verifica che non mi sia suicidata.

E già che lo capisco, perché quasi tre anni fa fa tentai il suicidio e mi salvarono senza chiedermi il permesso. Lui poi mi confidò di avere il terrore di rientrare e trovarmi morta. Teme di non riuscire a prevedere le mie mosse, di allontanarsi e di partire, quando vuole o gli è necessario. Ma io gli ho impedito di evitare di fare vita sociale per colpa mia, promettendo di tenermi questa vita, l’unica che ho, pur volendo fare altrimenti. Perciò mia suocera ogni tanto insiste. Passavo per caso. Facevo la spesa al negozio all’angolo. Tuo figlio chiede di te. La cosa si conclude con me che le rispondo malamente e lei che si consola di aver sentito la mia voce, prende appunti “ore 11, del giorno X, lei risponde, ergo è ancora viva”, e poi va via. La fase di abbrutimento non si può spartire con altre persone. Vorrei essere invisibile, e invece sono ingombrante, mi muovo come un elefante, il viso casca e la pelle è massacrata dalla manìa di grattarmi via quello che mai potrebbe venire via.

Non rispondo ai messaggi su whatsapp, e vorrei tanto scrivere: gente, sono ufficialmente morta, lasciatemi in pace. Resuscito quando mi pare e allora mi rifarò “viva”. E’ sì che “rifarsi viva” mi sembra l’espressione più adeguata e anche molto logica. Chi l’ha inventata deve aver sofferto di agorafobia tanto quanto me. Forse. Quando avevo diritto ad una segreteria telefonica ricordo che lasciavo una risposta standard che in genere comunicava un’emergenza. Si ammalava periodicamente qualcuno della famiglia, e quando ho esaurito le malattie, e perfino i decessi di persone ancora, fortunatamente, non decedute, sentendomi una merda per aver solo pensato di usare quella scusa, mi limitavo a dire che ero “fuori”. Fuori di me, fuori dal mio corpo, fuori di testa. Fuori. Ed era forse la cosa più vicina alla verità che sono stata in grado di dire. Depressione, disturbi alimentari e verità non vanno affatto d’accordo. Lo stigma, la vergogna, il senso di colpa, mi fanno dire tutto quello che sembrerebbe più logico ma non la verità.

Ho smesso di mentire subito dopo il tentativo di suicidio, quasi tre anni fa, perché a quel punto tutti o quasi tutti avevano saputo e quindi tra un “poverina” e un “è malata” sono riuscita finalmente a ottenere un megafono utile a far adeguare gli altri alle mie scelte. Non avrebbero più potuto rompermi le palle con telefonate, inviti a cena – e la perfidia di quegli inviti può essere colta solo da chi soffre dei disturbi di cui soffro io – o con presunte visite a sorpresa. Il mio compagno smise di tentare di importunarmi portando a casa persone che volevano “salutarmi”. Mi nascondevo in una stanza, trattenendo il piscio e la cacca, certe volte, e anche la voglia di urlare, al buio, senza fare rumore, senza respirare, sperando non gli venisse in mente di poggiare l’orecchio alla porta perché a quel punto avrebbero potuto sentire il battito del cuore, unica cosa impossibile da fermare. Potessi farlo, pensavo, potessi rallentare il battito, mi sentiranno, e lui, che stronzo, poteva dire che sto in Africa, in medio oriente, morta da qualche parte, fuggita assieme ai pirati, che cazzo ne so. Diceva solo che mi sentivo poco bene, il che corrispondeva alla verità, e a me sembrava però una scusa non sufficientemente adeguata, perché pur con la febbre, in passato, avevo comunque ricevuto ospiti, in vestaglia, in pigiama. Chi viene a trovarmi, in genere, non corrisponde alla descrizione e all’identità della regina d’Inghilterra. Sono persone come me che non si formalizzano, eppure anche con loro mi sento a disagio.

Poi il mio compagno ha smesso. Se voglio chiamo e esco o invito chi mi va di vedere. Se non voglio allora niente. Ma il pensiero di dipendere da quello che io credo gli altri penseranno di me, quella cosa lì non mi passa. Paranoia, presunzione, delirio di onnipotenza, perché se pensi che tutto il mondo stia osservando proprio te allora soffri di tutte queste cose insieme. Normale amministrazione per una depressa bulimica. La paranoia attraversa la vita di persone che non soffrono dei miei disturbi, immagino, e allora posso concedermene un po’ anch’io. Resta la sensazione di essere seguita con lo sguardo, spiata, origliata, da chi mi vede quando compro i miei farmaci o quando vado al supermercato a comprare cibo “sporco” per le abbuffate. Tutti mi guardano. Tutti mi giudicano. Potrebbe dire qualcuno “ma chi credi di essere?”. Proprio nessuno. Io credo di essere un nessuno. E’ proprio questo il problema.

Ps: voi non avete idea di quanto sia difficile scrivere tutto questo. E’ come spogliarmi di fronte a voi, e mi sento così maledettamente vulnerabile…

Azzurra

—>>>Per leggere il diario di Azzurra segui la categoria La Depressione Consapevole

 

Comments

  1. Come scrivi: “Depressione, disturbi alimentari e verità non vanno affatto d’accordo.” E questa, contraddicendo l’affermazione appena fatta (per un filosofo del linguaggio sarebbe pure un bell’esercizio di logica) è una grande verità. Bugie per nascondere le abbuffate, spese rifatte decine di volte ricomprando le stesse cose mangiate la sera prima o un’ora prima, per nascondere (forse anche a se stesse) la prova del reato. Ma fino a che c’è un piccolo grande spazio, prima di tutto dentro di te, dentro di noi e fuori (leggi qui), non lo abbandoniamo e teniamocelo stretto. É un’ancora. Un abbraccio.

  2. Alessandra says:

    Oggi ho avuto l’ennesima crisi Azzurra. Non sono a lavoro. Ho urlato contro mia madre malata , secondo me lei la causa di tutto. Dagli abusi ricevuti dal padre di mia madre, che lei mi accusava di essermi inventata – perché a 5 anni si sa cosa vuol dire prendere un uccellino, e perdonami la volgarità – . Mio padre ottantenne oggi , mentre mi vedev urlare contro di lei e menarmi di santa ragione , con lo scopo di provocarmi un altro dolore, piangeva quasi. Loro non conoscono quanto dolore ho dentro . Tra due ore vado dall’analista. Chissà che mi dirà . Poi oggi un’altra pantomima. Parto per raggiungere “uno dei due”… Eh sì, perché due uomini ho avuto nella mia vita. E nel dubbio me li tengo entrambi. Entrambi ovviamente inconsapevoli. E per mantenere le due storie salto come un funambolo da un evento ad un altro. Inventando di tutto. E vita sociale pari a zero. Ora sono dal parrucchiere . Mi ci ha portata papà . Perché non avevo voglia di guidare e farmi vedere dai condomini mentre uscivo, dopo aver dato di matto per un’ora. Mi guardano come un’appestata. Ma almeno hanno la wi fi e posso leggerti. Mi rincuora sapere che non sono sola e che non sono pazza. Ma ho solo tanto dolore. Se ti va rispondimi . Un abbraccio. Ale

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