La Depressa Consapevole: soffro di dipendenza da cibo

Non scrivo da mesi e vorrei in parte aggiornarvi su quello che mi è successo e in parte lascerò che voi comprendiate quello che resta tra le righe. Nella mia vita la differenza tra una giornata e l’altra è scandita dalla luce e il buio, e quando abbasso le tapparelle neanche più da quella. Ho continuato a vedere mio figlio a cadenza mensile, più o meno, quasi come fosse una riedizione del ciclo mestruale mancato durante la gravidanza. Il mio compagno mi ha messo alle strette. Dice che devo provvedere da sola ai miei principali bisogni. Se voglio le medicine devo uscire a prenderle e se voglio cose da mangiare per i miei disturbi alimentari devo andare a fare la spesa. Ed ecco che alcune giornate prendono una piega decisamente comica, se non fosse che io le vivo in modo tragico.

Uscire d’inverno con il cappello di lana, per nascondere i capelli sporchi, è una cosa. Uscire con il cappello a primavera, con il caldo che batte sul cemento, è da matte. Ma io, tecnicamente, matta lo sono… perciò. L’altra cosa comica è il resto dell’abbigliamento. Avendo preso diversi chili, durante gli anni in cui sono rimasta chiusa in casa con la depressione e la bulimia, posso indossare solo due categorie di abiti: tute da ginnastica e felpe molto larghe. Dico “posso” ma dovrei dire “voglio”, perché il mio compagno dice che starei bene vestita anche con altre cose ma io mi vergogno terribilmente e penso che da ogni centimetro di grasso in più traspaia tutto il mio disagio. Le felpe larghe sono adatte all’inverno, con un bel giaccone che copre tutto quanto. A primavera ci sono le camiciole larghe ma mi lasciano scoperta. Allora faccio il percorso da casa alla farmacia o da casa al supermercato strisciando contro i muri, con il culo rivolto verso i mattoni delle case e facendo finta di guardare nell’attesa di qualcuno che non verrà mai. Per essere più credibile assumo una espressione preoccupata e guardo più volte l’orologio, fino a che non passa la gente e non sono sicura che non mi guarderà più nessuno. Immagino direte che non mi avrebbero guardato neanche prima, ma non potete togliere ad una persona che soffre delle mie patologie, l’ansia, il panico e la fobia del mondo che può giudicarla per il suo aspetto.

In farmacia “privacy” è una parola grossa. Al massimo si può contare su un sussurro limitato ai primi dieci della fila. Diciamo che posso contare sul fatto che chi cammina sul marciapiede non senta nulla. Se mi vergogno di uscire e incontrare il mondo intero perché bulimica e depressa, quanto pensate io possa vergognarmi nel chiedere farmaci che sono indicati per queste malattie? “Troppo” non rende neanche lontanamente l’idea. E’ mortificante, umiliante, perché lo stigma è grande e lo è anche il mio terrore dei giudizi altrui.

Poi metto tutto nello zaino che ho portato apposta per non passeggiare con i farmaci visibili dal velo trasparente del sacchetto di plastica e cammino a testa bassa, con l’impressione di essere più orrenda rispetto al momento in cui ho messo un piede fuori dalla porta, con lo sguardo sfuggente, coprendo il viso con la mano se passo davanti a persone ferme a discutere, facendo attenzione a non inciampare rientrando a casa, dai su, c’è l’ultimo gradino, la chiave gira, apro, entro, richiudo la porta dietro di me e ricomincio a respirare.

Uscire per comprare alimenti che soddisfino la crisi bulimica è anche più pesante. Vorrei spiegarvi che i disturbi alimentari inducono una persona alla totale dipendenza dal cibo. Perciò nessuna sorpresa se vi sembrerà che io pensi e scriva come una tossica. E’ quello che sono. Allora esco. Stesse procedure per nascondere il mio corpo sotto più strati di tessuto informe, viso appena appena lavato. Ma si, diamo una lavata anche alle ascelle, però senza esagerare. Lavo anche i denti, cambio i calzini perché quelli che ho indossato l’ultima volta sono rigidi come se aspirassero alla mummificazione. Un nome X di arte contemporanea sono certa che trarrebbe un guadagno enorme dal mio calzino rigido e sporco. Devo imparare a monetizzare la mia crisi. Ma non so farlo e non lo farò.

Comprare cibo in grandi quantità – e non parlo di cibo per nutrire una famiglia ma di cibo da abbuffate – è qualcosa di enormemente umiliante. Il trucco sta nel fatto di cambiare negozio. Non si può fare capire al rivenditore che mangi un chilo di gelato al giorno o tre sacchetti maxi di patatine, accompagnate da bevande gassate e da altre schifezze del genere. Riempio il carrello di tre grandi confezioni di gelato al cioccolato, budino al cioccolato, cioccolato in tutte le forme e dimensioni, e poi cose salate, patatine, pizze surgelate da condire con altre cose a tua scelta, piatti rapidi e pronti, perché l’abbuffata non può aspettare. Perciò viva gli insaccati, panini spalmati di formaggi grassi, continuando fino a che lo stomaco non fa talmente male da doverti fermare.

Riempio il carrello della spesa, arrivo alla cassa, osservata da tutti, pago in fretta, striscio verso casa, a testa bassa e con la vergogna nelle ossa, peggio che fossi una ladra, maledicendo il fatto che non c’è chi porta la spesa a domicilio, chiudo la porta, mi spoglio di tutto, metto tutto il cibo che ho preso davanti a me, accendo la televisione, calo le tapparelle, stacco il telefono, non ci sono per nessuno, e via sprofondando sempre più, toccando misure della mancanza di autostima che voi non pensate neppure esistano.

Mentre mangio penso sempre che è l’ultima volta. Non succederà mai più. Ma poi mi guardo allo specchio e vedo che sono ingrassata e allora l’obiettivo si fa più lontano. Non sto bene vedendomi così e mi vedo così perché mi faccio del male e non sto bene.

Bene, anzi non molto bene. Comunque. Quello che vi racconto può non sembrarvi una cosa seria ma vi assicuro che lo è. Non serve che qualcuno dica che è questione di forza di volontà, che si può fare tutto nella vita. Si, grazie, lo so. Ma ad una che si fa pere di eroina fareste lo stesso discorso? Io so che mi faccio del male, che i miei organi potrebbero collassare, il fegato potrebbe abbandonarmi, la vescica potrebbe essere compressa a tal punto da impedirmi di vivere autonomamente. Potrebbe venirmi il diabete, varie conseguenze trombotiche, problemi al cuore, immobilità. Io so tutto questo ma non riesco a guarire. Dunque?

Ps: ringrazio chi, nel frattempo ha chiesto di me, dove fossi finita. Grazie!

Azzurra

—>>>Per leggere il diario di Azzurra segui la categoria La Depressione Consapevole

Comments

  1. Potresti rivolgerti ad un centro per i disturbi alimentari, se non l’hai già fatto.

  2. Non ho il tuo stesso disturbo, io sono bipolare da 6 anni, ma capisco perfettamente come ti senti in farmacia, ho smesso di prendere il litio un anno fa.
    So anche che cos’è la depressione e spero davvero che tu possa proprio grazie alla tua consapevolezza riuscire a dire che quel giorno è stata davvero l’ultima volta perchè avrai trovato finalmente l’amore per te stessa e non avrai più necessità di compensare nulla, potrai respirare fuori casa senza vergognarti di come sei.
    ti lascio con una frase che accompagna il mio viaggio nelle fermate più buie:
    “L’essenza della grandezza consiste nella capacità di scegliere la propria personale realizzazione in circostanze nelle quali altri scelgono la follia” (W.W Dyer)

    sei troppo intelligente e consapevole per lasciarti scivolare via

  3. Una come tante says:

    ” Non serve che qualcuno dica che è questione di forza di volontà, che si può fare tutto nella vita. Si, grazie, lo so. Ma ad una che si fa pere di eroina fareste lo stesso discorso?”

    Io lo ero, una tossica da eroina intendo, e magari solo quello, e mi hanno ripetuto tante volte la cazzata della forza di volontà

    In realtà per me il percorso che mi ha fatto finalmente smettere è stato accettare l’opposto, che non sono forte per niente.
    Che la ricerca continua della felicità è dannosissima, casomai ha avuto senso una ricerca di equilibrio
    Oddio equilibrio è una parola grossa, diciamo che ho trovato il mio squilibrio
    Mi conosco molto meglio come persona problematica e ho imparato pian piano le tattiche per non diventare la mia peggiore nemica.
    Non solo ho smesso di farmi, ma a volte, in mezzo a palate di merda in faccia, la vita mi regala persino qualche momento di felicità.

    Per tutta una serie di circostanze ho convissuto molto con la morte lo scorso anno ed è stata una grande lezione. Mi viene più facile vivere ogni giorno come fosse l’ultimo ma non con spavento, con consapevolezza.
    A volte anche solo la consapevolezza di quanto faccia male un lutto, un grosso problema, la mia visione ormai distopica di questo mondo.

    Io spero che anche tu trovi la tua strada, diventando paziente con te stessa e i tuoi disturbi ( io definisco i miei “difetti di fabbricazione”), ma senza smettere di cercare una vita d’uscita.
    A volte si può, un giorno dopo l’altro.
    Buona fortuna.

  4. Ho appena finito di leggere tutto il tuo diario, è da poco che seguo questo blog e quindi, quello che hai scritto stamattina, per me era stato il primo tuo post in cui mi sono imbattuta. Ed essendo anch’io una persona che convive con i disturbi alimentari da quando facevo la terza media (adesso ho 48 anni) mi ci sono fiondata. La mia diagnosi è “anoressia con condotta bulimica” il che vuol dire che passo dei periodi di forte restrizione alimentare, seguiti da periodi con abbuffate e vomito. La tua descrizione dell’uscita da casa per procurarsi il cibo è pazzesca, da brivido. Chi ha provato può capire.
    A dire il vero da un po’ di anni la mia situazione è molto migliorata, riesco a passare anche molti mesi di fila mangiando normalmente; lavoro, ho una figlia e i momenti in cui sto bene sono maggiori di quelli in cui sto male.
    Ma ogni tanto ci sono le ricadute e allora ripiombo in quello stato “tossico” e mi sento una fallita e un’incapace. Ma soprattutto mi sento in colpa verso mia figlia, in quanto in quei momenti non riesco a fermarmi neanche davanti a lei e quindi cerco di fare tutto in maniera che lei non si accorga… Lei poi è l’unica che ripone in me una fiducia incondizionata e io in quei momenti mi sento davvero morire. So però che io non sono la mia malattia e sono sicura che tutto il resto di me che c’è nei momenti sani, non potrà mai scomparire. E questo vale anche per te Azzurra, tu non sei la tua depressione (il tuo compagno lo sa) e questo prima o poi anche tuo figlio lo capirà.
    Ma soprattutto dalle cose che scrivi si vede che sei una persona con un’intelligenza e un’ironia non comuni; certo, questo non aiuta ad uscire da una depressione e dalla dipendenza da cibo, anzi, forse è esattamente il contrario… Sicuramente è così, è per questo che è così dannatamente difficile venirne fuori. Ma ne può valere la pena. Anche solo per andare a vedere un bel film al cinema invece che a casa. Un abbraccio. Spero di leggerti ancora!

  5. Azzurra continua a scrivere, quando puoi o quando ce la fai. Io ci sono passata, più dalla dipendenza da cibo che dalla depressione vera e propria. La tua descrizione dell’uscita da casa per procurarsi la “dose” da abbuffata è insuperabile e te lo dice una che ne ha fatte tante di scene del genere, con tutte le varianti possibili del caso. Io ho iniziato in terza media e ora ho quasi 50 anni. A dire il vero adesso sto relativamente bene, riesco a passare anche diversi mesi in fila mangiando normalmente, ma ogni tanto ho delle ricadute. Allora mi sento una fallita, un’incapace. Soprattutto mi sento in colpa verso la mia bimba, perché neanche lei, la sua presenza, il suo pensiero, la sua esistenza, riesce a trattenermi quando ricado in quel comportamento, come hai ben detto tu, “tossico”. Però so che io non sono la mia malattia, so che io sono anche altro e non tutto questo altro è brutto e senza valore. Leggendo le tue parole si vede che hai un’intelligenza e un’ironia fuori dal comune; il tuo compagno lo sa e anche tuo figlio prima o poi lo capirà. Certo, l’intelligenza e l’ironia non sono sufficienti ad uscire da una depressione e dalla dipendenza da cibo, anzi, forse è il contrario. Sicuramente è così ed è per questo che è così difficile venirne fuori. Ma ne può valere la pena. Anche solo per andare a vedere un bel film al cinema e non a casa. Un abbraccio.

  6. Sembra la mia vita… ti abbraccio forte….

  7. credo di amarti. non lo dico con punti esclamativi o esaltazione, lo credo onestamente e tant’è. in fondo è una cosa che capisco. ora sono molto magra, ma nella nostra carriera non si può mai dire no? immagino di avere una bella candida esofagea,o un virus intestinale. sono debole,ho mal di stomaco e altre cose poco raffinate da dire e spesso nausea ma continuo a non ingrassare Nonostante tutto -del resto dio sa quanto si può ingrassare anche vomitando. Dunque non ho il diritto di lamentarmi. riconosco benissimo lo stato in cui ti trovi e per quanto mi riguarda è terrificante. è comunque una fase. basta davvero poco per uscirne come basta pochissimo per ricaderci. sono capitata qui perché ho la ferma convinzione che diventerò presto qualcosa di molto simile a una prostituta. mi pare quasi una vocazione e del resto ho bisogno di soldi, molto bisogno di soldi, e nessuna etica convenzionale da seguire: non me ne importa davvero una mazza. continuerò a seguirti. mi piacerebbe esserti vicina anche se non so nemmeno se mai questo potrebbe esserti gradito. ti auguro sinceramente che le cose ti vadano meglio. Me

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