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Il mio contratto

94Il gonfiore compresso sotto la cucitura dei pantaloni dell’assessore di competenza, appoggiato al bordo della scrivania, il bacino leggermente proteso, avrei dovuto attraversarlo tutto con il dorso della mano, con accanita lentezza, muovendo piano le nocche a creare attimi sapienti di vuoto e pressione in una carezza attenta, promettente. Avrei dovuto puntare i miei occhi da lince nel suo sguardo in attesa, senza badare al fruscio secco della carta che scivolava sotto il suo culo, e compiere una genuflessione regale, lussuosa. Dischiudere le labbra, gli occhi tenacemente all’insù, succhiando il diritto al rinnovo del mio contratto di lavoro. Spingere più giù la testa, contargli sotto la lingua le tenui escrescenze di carne, nominarle mese per mese almeno fino a Luglio dell’anno a venire per poi raccogliere, goccia dopo goccia, il suo sciocco seme nell’antro a forma di culla del mio palato. Glielo avrei restituito tutto con un bacio senza scandalo, innocente, lungo tutto il tempo necessario perché ingioiasse – respirando solo dal naso – la secrezione opaca del suo piacere assieme alla mia certezza di un altro anno di stipendio. Invece, in questa mattinata che parte dai deserti nordafricani e scarica qui acqua e sabbia, una pioggerellina affilata e color di bronzo che fa risaltare la luce sulle facciate di alcune case bizantine ancora meravigliosamente stuccate, ho tenuto ferma la mano e serrata la bocca. Il suo gonfiore si è espanso e si è ritratto, reagendo alla mancanza di un inchino con un gesto svelto a prendere dal taschino della giacca un cartoncino elettorale e porgermelo, barattando i miei risucchi e la mia saliva con una croce su una scheda, almeno quella, in cambio di una firma su un contratto di due pagine.

La pioggia si fa più rada e si placa il vento che sgretola le cime delle dune del Sahara. La luce dorata si screzia di rosso bruno, color argilla mediterranea, e tornano ad essere riconoscibili tutt’ intorno le orme consuete del passaggio mafioso di truppe con le lupare scortate da uomini con abiti che, un tempo, sarebbero stati di sartoria, e adesso rivelano cuciture rese già lise dai gonfiori. Sistemo i documenti nei faldoni, esco dall’ufficio un po’ prima, senza nessuna voglia di incontrare i miei figli.

Davanti al cancello della scuola intere schiere di madri cinguettanti, di madri sfinite che cinguettano, aggrappandosi ai grani del rosario nascosto nella tasca del grembiule, ogni grano un sorriso forzato, ogni grano una supplica di perdono, ogni grano un voto di rinuncia. Alcune hanno lavato le tende e maledicono la sabbia che le ha nuovamente sporcate. Altre elencano gli ingredienti dei sughi untuosi, rivisitati con spezie medio-orientali, nei quali affogano il dispiacere famigliare di serate in cui il blu catodico dei televisori proietta sulle pareti gli origami spettrali di perfette, succulente infelicità. Una madre strattona, in un gesto di stizza talmente abitudinario da farmi emettere un sospiro, un bambino molto piccolo che tenta di scovare i pinoli all’interno di una pigna caduta a terra. Escono, in sincronia con il trillo della campanella, i bambini sudati, con le cerniere delle felpe aperte, spintonandosi l’un l’altro. Intravedo, mescolato allo sciame di queste api imbizzarrite da ore di clausura in aule dipinte di celestino, l’andatura barcollante e la fatica di adattarsi al mondo di mio figlio. Lo sguardo è inquieto, solitario. Mi scorge e il suo sorriso si fa più fiducioso, riconoscente all’amore e alla cura che sente da me e a questo bestiale, preistorico, abbraccio da inizio del mondo in cui gli arruffo il pelo e non trattengo le lacrime.

Incastrata nel rimpianto di una genuflessione mancata che avrebbe potuto garantire a lui e alla sorella un’attività sportiva in più, una gita alle saline rosate di Margherita di Savoia, un pranzo a base di frutti di mare e branzino scottato sulla terrazza abusiva di un ristorante sul mare, accappatoi nuovi e mille pigne da scartare e lanciare lungo i sentieri dei boschi lucani. Un pianto misero, senza orgoglio, che ricaccia indietro le parole che non si possono dire ad un bambino: stamattina alla mamma sarebbe bastato dischiudere le labbra, portare il mento a sfiorare le palle dell’assessore e accompagnare i suoi gemiti con un risucchio gentile e ponderato. Mi asciugo le lacrime, gli chiedo scusa perché mi sento stanca, negoziamo un gelato al cocco e pistacchio. Mio figlio fa scivolare la sua mano nella mia. Mi domando se l’amore – l’amore materno farabutto, l’amore come pasta caramellata, l’amore delle tende e dei sughi, l’amore che non ce la fa ad inginocchiarsi – saprà anche insegnare l’etica pomposamente inutile di un pompino che ho scelto di non permutare con un rinnovo contrattuale; o se quell’etica è soltanto un’etica di seconda mano, ereditata per mescolanza cromosomica, per ligia consuetudine ad obbedire alla morale delle famiglie per bene. Se un giorno saranno più grati ad una scelta o all’altra.

L’altra mia figlia mi corre incontro con il suo corpo morbido e sbarazzino. Non cedo ad ulteriori lacrime, a lei prometto una coppa limone e cioccolato. Mi carico i loro zainetti sulle spalle e ci incamminiamo. Prima di mettere in moto la macchina, scrivo un messaggio a mio marito: lasciami dormire stanotte con il tuo cazzo adagiato nella mia bocca in modo che mi resti appena il fiato necessario per respirare. E niente più.

—>>>Prosegue la narrazione di E. con il suo Diario di una famiglia tradizionale. Non si può non leggerlo e non goderne. 

Per recuperare le puntate precedenti, in ordine progressivo:

1] Amo la mia famiglia e porto un plug anale

2] Diario di una famiglia “tradizionale”

3] La mia maternità “tradizionale” all’interno di una famiglia “tradizionale”

4] Se ci leccheremo ancora, come cani randagi

5] Di notte: storia di sangue e amore

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Comments

  1. Toccante e struggente. Non ha un blog E.?

    • Ciao e grazie, sinceramente grazie, per il tuo commento. No, non ho un blog mio. Per anni ho pensato che non avrei scritto più. Poi ho trovato questo spazio che mi ospita, senza mai modificare una virgola di ciò che scrivo, e la mia riconoscenza è tanta. Così, pian piano, ho ricominciato a raccontare e anche, in un modo difficile da dire qui, a rimettere insieme parti della mia storia. A me va bene così, è dono prezioso. Sebbene sia consapevole di avere uno stile “sopra le righe”, io non saprei raccontarmi diversamente da così. Forse c’è solo una cosa che tengo molto a dire, il resto è nei racconti: l’artificio stilistico è esplicito, mai negato fin dall’inizio, ma ciò che racconto è autentico, è ciò che mi accade, sono la mia vita e i miei pensieri. E tento di sfuggire, sempre, per quanto possibile, da analisi o riflessioni. Racconto solo di me e nell’unico modo in cui lo so fare. Ancora grazie e un abbraccio sentito a te.

  2. sono senza fiato…mai un pompino era stato più politico e poetico…

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  1. […] Sorgente: Il mio contratto – Al di là del Buco […]

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